lunedì, 20 Settembre 2021
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Governo Draghi: “Una manovra che viene da lontano” di Michele Rallo

Quanto tempo sará necessario perché gli italiani comprendano che il nuovo Presidente del Consiglio é sostanzialmente un commissario dell’Unione Europea? Le opinioni eretiche di Michele Rallo

«Tanto tuonó che piovve», recitava un vecchio adagio. E, alla fine, al governo Draghi si é arrivati.

Che ci fosse una manovra in questa direzione lo si sussurrava giá da due anni. Eravamo nella primavera del 2019, alla vigilia delle elezioni europee  e della paventata vittoria a valanga dell’asse in formazione Salvini-Meloni; vittoria che – si immaginava – avrebbe messo in forse la stabilitá del primo governo Conte. In quei giorni circolava una indiscrezione, secondo la quale il Presidente della Repubblica avrebbe potuto nominare il prof. Mario Draghi senatore a vita, forse in previsione di un prossimo incarico di formare un nuovo governo. In analogia – sostenevano le stesse voci – a quanto in un recente passato congegnato da Napolitano con Monti. [“In arrivo un nuovo Monti? Draghi scalda i motori” su Social del 19 aprile 2019]

 Le cose, poi, andarono come tutti sanno. La vittoria di Lega e Fratelli d’Italia ci fu (maggio), il governo giallo-verde andó in crisi (agosto), ma Conte tornó a fare il premier con una maggioranza diversa (settembre).

Dell’ipotesi di Draghi premier non si parló piú  per qualche tempo, mentre le voci di corridoio continuavano a sostenere che Sir Drake ambisse piuttosto a succedere a Mattarella sul Colle piú alto. In veritá, le due cose non erano (e non sono) incompatibili. Anzi, non é affatto escluso che una permanenza a palazzo Chigi – soprattutto se gestita oculatamente – possa essere un buon viatico per un successivo trasloco al Quirinale.

Qualche voce su Draghi premier, comunque, continuava a girare ancóra in quell’ultimo scorcio del 2019. Erano voci “complottiste” di cui era estremamente difficile verificare l’attendibilitá. E, comunque, “giravano”. Secondo tali voci, i piú alti consessi dei padroni del mondo (credo ci si riferisse in particolar modo al club Bilderbeg) non nutrivano soverchia considerazione per il Conte Tacchia, ed avrebbero affidato a quel giuggiolone di Matteo Renzi il cómpito di marcarlo stretto, di buttarlo giú alla prima occasione e, infine, di propiziare la sua sostituzione proprio con Mario Draghi. Erano voci che, allora, non mi sembrarono molto credibili; ma che fatalmente mi sono tornate alla mente nelle scorse settimane, quando il Vispo Tereso ha assestato il colpo decisivo a Giuseppi.

In ogni caso, di una possibile premiership di Mario Draghi si tornava a parlare con insistenza un anno piú tardi, fra marzo e aprile del 2020, quando il Conte Tacchia affrontava in maniera assolutamente dilettantistica la prima ondata del Covid, a colpi di DPCM e di conferenze-stampa casalinesche.  Allora – riflettevo – «l’impressione generale è che Giuseppi verrà tenuto in servizio fino alla conclusione dell’emergenza sanitaria; ma che per il “dopo”, quando si dovrà cominciare a pensare ad un’altra emergenza, quella economica, sarà Draghi a guidare un nuovo governo, meglio se un governo di “unità nazionale” che sia in grado di affrontare una crisi economica drammatica, oltre che un durissimo braccio di ferro con l’UE a trazione germanica.»

E aggiungevo: «Questa ipotesi non sarebbe sgradita anche a Salvini e, più ancora, alla sua eminenza grigia: quel tal Giancarlo Giorgetti che è responsabile della svolta possibilista e filoamericana della Lega. Critica, invece, la Meloni, la cui caratura politica è ben diversa da quella del Capitano.» [“Giuseppi in uscita, dietro l’angolo c’é Draghi” su Social del 3 aprile 2020]

Ma, anche allora, l’ipotesi Draghi non durava che qualche settimana, súbito accantonata a pro di una serie di altri nomi di dubbia credibilitá. Ricordate, per esempio, un tale Colao?

A dicembre dell’anno scorso, infine, Renzi dava il colpo di grazia al principale di Casalino, e l’ipotesi Draghi tornava ad affacciarsi sulla scena italiana, sia pure insieme ad altri nominativi di cosiddetti “tecnici”. Ma giá dopo una settimana rimanevano in campo due nomi soltanto: quello di Marta Cartabia (che sembra fosse la preferita di Mattarella) e quello, appunto, di Mario Draghi.

Un ultimo guizzo e, infine, anche la carta Cartabia era scartata, e Mario Draghi veniva investito di un mandato ampio per formare una specie di governo di salute pubblica. Seguíva il peana di giornali e televisioni, un osannare a reti unificate il nuovo uomo della Provvidenza, il genio della lampada che le loro maestá i Mercati si erano degnate di inviare in Italia perché ci togliesse dai guai in cui ci avevano cacciati quelli dei monopattini e dei banchi a rotelle.

Tutti felici, tutti contenti. Con qualche lodevolissima eccezione, oggi é tutta una gara a chi si manifesta piú draghista degli altri. Anche il fratello di Montalbano, malgrado sia costretto ad andare a rimorchio dell’odiato Renzi. Anche Giuseppi, che ha rinunciato precipitosamente all’idea di formare un nuovo partito e cerca di accreditarsi (senza esserlo) come il capo di ció che resta del similpartito grillino. Anche il Cavaliere, rientrato precipitosamente dalla convalescenza francese per ricordare che lui il Draghi lo aveva nominato Governatore della Banca d’Italia. Ed anche il povero Salvini, indotto al suicidio politico – spero soltanto momentaneo – da quel tale Giorgetti che vuole berlusconizzare la Lega.

Unica eccezione la Meloni, che si appresta non soltanto a fare man bassa nel campo leghista, ma anche a capitalizzare un consenso assai piú vasto, quello dell’elettorato contrario al governo Draghi. Un elettorato che i sondaggisti quantificano oggi attorno al 30%, ma che é destinato a crescere notevolmente man mano che Draghi fará il suo mestiere, che é quello di mettere in atto le riforme “che l’Europa ci chiede”.

Tutte riforme che fatalmente saranno quelle auspicate dalla finanza globalizzatrice (e quindi dall’Unione Europea), e che non andranno certo a favore degli interessi della nazione italiana. Come non andó a favore della nazione italiana la politica delle privatizzazioni, di cui Draghi fu il massimo artefice. O come – per fare un esempio piú recente – non é andata in direzione dei nostri interessi la riforma del sistema bancario europeo, che ha salvato le grandi banche tedesche e maciullato le piccole banche italiane.

E, giacché siamo in argomento, anche sul Quantitative Easing, il capolavoro di Supermario governatore della BCE, ci sarebbe molto da dire. Certo, l’aver creato grandi quantitativi di denaro liquido ed averli immessi nel sistema produttivo é stata certamente una mossa vincente. Ma come é avvenuta questa immissione? Non dando quel danaro agli Stati-membri, che avrebbero potuto utilizzarli per investimenti produttivi e/o per la riduzione della pressione fiscale; ma dandolo alle banche, perché lo destinassero all’acquisto di nuovi titoli di debito pubblico emessi dagli Stati. Cosí gli Stati europei ricchi sono diventati piú ricchi; e gli Stati europei poveri sono diventati piú poveri (e piú indebitati). E le grandi banche ringraziano.

Ecco, questo é Mario Draghi. Quanto tempo sará necessario perché gli italiani comprendano che il nuovo Presidente del Consiglio é sostanzialmente un commissario dell’Unione Europea? Il futuro dell’Italia dipende da questa domanda. O, meglio, dalla risposta a questa domanda. Purtroppo, peró, oggi nessuno é in grado di azzardare una previsione sul “quando” di quella risposta.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 12 Febbraio 2021

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