venerdì, 17 Settembre 2021
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I fantasmi del partito dell’odio di Francesco Lamendola

Il partito del male che odia i morti dopo 75 anni. Per suscitare una “Scintilla di pietà” comprensione e perdono. La foiba dimenticata a Combai di Miane e il diritto alla memoria: perchè una pacificazione sembra ancora lontana? di Francesco Lamendola

Oggi, domenica 14 febbraio 2021, giorno di San Valentino, andremo, con un gruppo di amici, a inaugurare una lapide posta a ricordo d’una quarantina di soldati regolari della Repubblica Sociale Italiana che vennero barbaramente trucidati dai partigiani, a guerra ormai finita, e i cui corpi, dopo aver subito torture e sevizie, vennero gettati in fondo a un grotta profonda trenta metri, poi, a distanza di alcuni giorni, inzuppati di benzina e distrutti col fuoco, perché ne divenisse impossibile l’identificazione; da ultimo il pozzo naturale venne parzialmente colmato, risultando profondo appena cinque metri. Solo due anni dopo questi tragici fatti la foiba venne esplorata e i pochissimi resti, recuperati e tumulati; il riconoscimento di una parte delle vittime fu consentito dal ritrovamento delle piastrine militari. Alcuni avevano solo vent’anni; ce n’erano anche di diciotto e diciassette anni. Le uccisioni avvennero nella notte fra il 7 e l’8 giugno 1945, e a nulla valse che il comandante partigiano si fosse fatto consegnare una grossa somma di denaro: furono tutti passati per le armi, dopo aver subito torture inumane, dietro il paravento di un processo farsa tenuto dagli stessi giustizieri e del tutto privo sia di legittimità giuridica, sia di un qualunque minimo pretesto di necessità, essendo le operazioni di guerra terminate da parecchi giorni per cui nulla poteva giustificare la fretta di eseguire delle sentenze capitali a carico di militari che avevano combattuto per un esercito regolare e le cui eventuali responsabilità penali avrebbero dovuto essere accertate da un vero tribunale e da una vera inchiesta della magistratura.

Ma in quei giorni scene del genere si ripetevano in tutto il Nord Italia, mentre si faceva di tutto affinché la popolazione terrorizzata non vedesse e non sapesse quanto accadeva ai danni degli sconfitti, donne e ragazzini compresi. Perciò la tragedia di Miane, in frazione di Combai, nell’Alta Marca Trevigiana, a ridosso dei monti bellunesi, non eccedeva la misura dell’ordinaria efferatezza: massacri ed eccidi ingiustificabili avvenivano un po’ dappertutto, e sempre per iniziativa delle formazioni comuniste che potevano finalmente sfogare sino in fondo i loro istinti belluini e la loro sete di sangue, che si era accesa nove anni prima, quando militavano nelle Brigate internazionali durante la guerra civile spagnola e già si erano macchiate le mani di sangue fraterno, e fin d’allora avevano minacciosamente intonato: Oggi in Spagna, domani in Italia. Nell’aprile e nel maggio del 1945 quell’oggi era finalmente arrivato, ed esse si abbandonarono ad atrocità indegne d’una nazione civile, accanendosi perfino contro bambine tredicenni come Giuseppina Ghersi, responsabile di aver scritto a scuola un tema in lode del caduto dittatore, o seminaristi di quattordici anni come Rolando Rivi, la cui unica colpa era quella di voler diventare prete. Intendiamoci: comportamenti criminali vi furono da entrambe le parti. Viene tuttavia da chiedersi se non sia arrivato il tempo di rivedere la lettura che da decenni ci è stata imposta di quei fatti, ossia d’una guerra civile (peraltro tenacemente negata quasi fino a ieri) che ricade interamente sulle spalle dei fascisti, mentre verità storica vuole si dica che i primi a macchiarsi di sangue fraterno furono proprio i partigiani, e che non pochi di essi, sia nelle azioni terroristiche nelle città, sia nelle azioni di guerriglia sui monti, si macchiarono di stupri, rapine, ricatti e grassazioni, oltre che di atti di ferocia inauditi e a stento credibili, come cavare gli occhi ai prigionieri e poi conservarli in un cestello quale orrido trofeo del vincitore. Cose, queste, che solo pochi storici locali hanno indagato, mentre al popolo italiano è stato insegnato dalla cultura dominante, partendo dai banchi di scuola, che a compiere simili efferatezze furono sempre e solo i fascisti, mentre i partigiani erano dei gloriosi combattenti della libertà, i soli che vollero riscattare l’onta della sconfitta e dell’occupazione nemica con intrepide azioni di guerriglia, pomposamente ribattezzate Resistenza allorché, dopo il 1945, il Paese uscito dalle macerie aveva bisogno d’una mitologia qualunque per ripartire e tenere a battesimo la nascita della Repubblica, fatta passare per il momento culminante del processo di avanzata della democrazia e di maturazione delle coscienze. Mentre è vero il contrario: quello fu l’inizio di una serie di menzogne storiche colossali, grazie alle quali una classe politica trasformista, corrotta, pavida e prona ai voleri dello straniero – il “liberatore” angloamericano – si accingeva a insediarsi sulle macerie di un Paese distrutto, dopo aver fatto del suo meglio, o del suo peggio, affinché quel Paese subisse una sconfitta catastrofica, salvo poi addossarne tutta intera la responsabilità al capo irresponsabile e megalomane che aveva pugnalato la Francia alle spalle, attaccato ingiustificatamente la Grecia e mandato i soldati italiani in Russia con gli scarponi dalle suole di cartone.

Ma non è questa la sede per ripercorrere quella tragica pagina di storia, la nostra storia. Qui si vuole solo rivendicare il diritto alla memoria, e al rispetto della memoria, per quanti caddero dalla parte “sbagliata”: sbagliata non in senso morale – in una guerra civile non ci sono i buoni, sono tutti cattivi – ma in senso politico, perché ebbe il torto di soccombere; e guai ai vinti, per loro non c’è pietà. Per settantacinque anni, vale a dire per tre generazioni, il ricordo di quegli uomini, di quei ragazzi, è stato letteralmente rimosso: e migliaia di famiglie hanno dovuto tenersi dentro il loro lacerante dolore, perché quei morti erano figli di nessuno, nessuno ne voleva parlare, nessuno era disposto a pronunciare una parola di umana e cristiana pietà a loro riguardo; anzi hanno dovuto sopportare che la loro memoria venisse incessantemente infangata, vilipesa, lordata in tutte le maniere possibili, da una cultura dominante che faceva e fa di tutta l’erba un fascio e li ha sempre descritti come una massa di sgherri al sevizio dello straniero (quello che ha perso; perché l’altro straniero, al cui servizio stavano i buoni, e nel cui interesse i buoni assassinavano i loro fratelli, si accingeva a mettere in catene per sempre il popolo italiano, come poi si è visto e come perdura anche ai nostro giorni). Noi crediamo perciò che sia arrivato il tempo di dire basta a questa grottesca versione dei fatti, a questo oltraggio della memoria, a questo sfregio della verità; ma soprattutto che sia arrivato il tempo in cui anche i morti della parte soccombente possano e debbano essere ricordati, non per alimentare le fiamme del rancore e del desiderio di rivalsa, ma per contribuire a una chiarificazione che è la necessaria premessa a una futura pacificazione nazionale. Tale pacificazione è finora stata resa impossibile da un partito politico, e soprattutto ideologico, il partito dell’odio: il partito di quelli che non perdonano, che non fanno mai alcuna autocritica, che hanno bisogno di gettare ogni colpa su un nemico per assolvere se stessi e presentarsi come eternamente necessari, eternamente indispensabili al pubblico bene: come infatti stiamo vedendo anche in questi giorni, quando i loro eredi, sfacciati e imperterriti, pur non avendo mai vinto alle elezioni, si accingono a governare il Paese in un momento particolarmente critico, e lo fanno, oggi come allora, al servizio d’interessi che non sono quelli dell’Italia, non sono quelli dei lavoratori italiani e degli imprenditori italiani, dei risparmiatori e dei pensionati italiani, degli studenti e dei bambini italiani, ma sono gli interessi dei grandi banchieri internazionali che si nascondono dietro parole d’ordine simpatiche e accattivanti, e incantano le folle sfoderando improbabili messia come Greta Thunberg, mentre proclamano di voler tutelare l’ambiente, costruire uno sviluppo sostenibile, rifondare le relazioni umane nel segno dei diritti e dell’inclusione. Tutte bellissime filastrocche il cui unico scopo è creare una cortina fumogena dietro la quale mettere in ceppi i popoli e spremere da essi le ultime risorse finanziarie, sottomettendoli al totalitarismo del Pensiero Unico, vaccinandoli, controllandoli, manipolandoli sia biologicamente, che mentalmente e spiritualmente (perfino il sedicente vicario di Cristo è dalla loro parte e porta avanti la loro spregiudicata agenda mondialista). Noi crediamo che sia importante il recupero della memoria e la restituzione della dignità anche per i morti della parte che 75 anni fa risultò soccombente, ma che aveva amato l’Italia, pur facendo degli sbagli e pur incorrendo nelle debolezze che sono proprie della natura umana e che si riscontrano in qualunque progetto politico, senza però scordarsi che le loro idee, a un certo punto, riscossero la fiducia della maggior parte del popolo italiano e diedero una speranza a milioni di persone, di lavoratori, di famiglie, permettendo al popolo italiano di rialzare la testa dopo anni di contese intestine e di mortificazioni esterne, e rendendolo per la prima e ultima volta un popolo rispettato e in parte anche temuto dalle grandi potenze. Quelle che, fino ad allora, non si erano fatte scrupolo di trattarlo come un’entità trascurabile, destinata ad accontentarsi eternamente delle briciole del lauto banchetto che esse seguitavano a consumare da tre secoli, grazie ai loro immensi imperi coloniali e alle loro vastissime e onnipresenti speculazioni finanziarie.

Pure, anche questi minimi gesti di pietà umana dispiacciono al partito dell’odio. Anche questa volta abbiamo visto l’Associazione Partigiani d’Italia insorgere contro il misfatto di voler ricordare i trucidati di Combai, di voler porre una lapide che ne perpetui la memoria. Con urla scomposte e con ricatti ideologici d’ogni genere quei signori si son fatti notare per il fatto che non cambiano mai, il mondo intero è cambiato in modo radicale ma loro sono ancora così miseri da aver bisogno della foglia di fico dell’antifascismo, cioè di essere contro qualcosa che non esiste più da 75 anni, per giustificare la loro occupazione della cultura, della società, del potere, di ogni spazio possibile e immaginabile: fossilizzati nel loro rancore, mummificati nel loro bisogno di vomitare odio contro un nemico morto e sepolto, agitandone lo spettro come se fosse vivo – e intanto non si accorgono, o forse se ne accorgono fin troppo bene, che il vero nemico dell’Italia, e di tutti i popoli liberi, è proprio quello strapotere finanziario del quale si sono messi al servizio, dal quale ricevono istruzioni e finanziamenti, e che non si vergognano di lodare e sostenere pubblicamente, pur se anche un cieco vedrebbe che  ad esso vanno imputati l’impoverimento progressivo della società e la distruzione sistematica, inarrestabile del ceto medio, che significa anche, per forza di cose, la distruzione della speranza dei giovani, la cui sola prospettiva sembra essere rimasta quella di espatriare da un Paese non solo tragicamente impoverito – e solo una ventina d’anni fa era tra le maggiori potenze economiche mondiali! – ma anche prostrato sul piano psicologico e morale, tanto è vero che si segnala ormai per il tasso d’incremento demografico più basso di tutto l’Occidente e, per converso, per uno dei tassi più alti di aborti volontari. E questo mentre milioni di stranieri, legalmente o illegalmente, giungono nelle nostre città e ci sostituiscono, poco alla volta, non solo nel tessuto produttivo, ma anche nella pura e semplice presenza fisica, al popolo italiano che sembra ormai destinato all’estinzione. Tutto questo avviene anche e forse soprattutto per la perdita della memoria: perché chi ha memoria della propria storia ha anche sufficiente consapevolezza del presente, e quindi possiede gli strumenti per scommettere sul proprio futuro; mentre chi ha rimosso il passato, cancellando con ciò quelle pagine che potrebbero dischiudergli nuove chiavi di lettura della realtà, è destinato ad estinguersi. La natura non sa che farsene degli esseri umani che non sono disposti a imparar nulla dalle proprie vicende; e ciò vale anche per i popoli.

Così, nel ricordare i quaranta assassinati di Combai, le cui anime sono ormai da tempo al cospetto di Dio e perciò non hanno bisogno del nostro ricordo o del nostro perdono, mentre noi abbiamo bisogno di perdonare e di essere perdonati per quel che abbiamo fatto, o permesso che venisse fatto, a loro quand’erano vivi, e alla loro memoria dopo che erano morti, ci piace riportare la lettera che il protagonista del film giapponese L’arpa birmana (1956, regia di Kon Ichicawa), un ex combattente fattosi bonzo e che aveva dedicato la propria vita a ricercare le spoglie dei commilitoni morti, per dar loro una degna sepoltura, indirizza ai suoi compagni sopravvissuti, che gli chiedono di tornare a vivere nella società civile:

«Ho superato i monti, guadato i fiumi, come la guerra li aveva superati e guadati in un urlo insano. Ho visto l’erba bruciata, i campi riarsi… perché tanta distruzione caduta sul mondo? E la luce mi illuminò i pensieri. Nessun pensiero umano può dare una risposta a un interrogativo inumano. Io non potevo che portare un poco di pietà laddove non era esistita che crudeltà. Quanti dovrebbero avere questa pietà! Allora non importerebbero la guerra, la sofferenza, la distruzione, la paura, se solo potessero da queste nascere alcune lacrime di carità umana. Vorrei continuare in questa mia missione, continuare nel tempo fino alla fine.»

Se potessimo trovare in noi almeno un po’ dello spirito di quell’ex combattente votatosi alla pace attraverso il ricordo e l’onore reso ai compagni caduti; se fossimo capaci di suscitare in noi la scintilla della pietà, della comprensione, del perdono, ma affermando e non negando la realtà di quel che avvenne in quei giorni lontani che non vogliono passare, come un delitto inconfessato che pesa per sempre sulla coscienza di chi lo ha perpetrato, o lo ha visto e non l’ha denunciato, tutto sarebbe possibile. Anche veder risorgere la nostra amata Patria dalla profonda depressione in cui è caduta, come sotto l’effetto d’un incantesimo maligno, mentre in lei ci sono ancora delle forze valide.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 14 Febbraio 2021

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