giovedì, 23 Settembre 2021
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Governo Draghi: Una “Famiglia Allargata” in salsa Europea

Le opinioni eretiche di Michele Rallo

Ma non doveva essere “il governo dei migliori”? E, invece, ecco scodellato una specie di Conte ter, sia pure con qualche lodevole sostituzione. La Cartabia alla Giustizia – onestamente – é tutt’altra cosa rispetto a un Fofó D.J.

Altri “scappati di casa” – viceversa – sono rimasti al loro posto, inamovibili, forse perché considerati necessari per garantire l’appoggio di alcune forze politiche al nuovo governo. Prendete Giggino, per esempio. La sua semplice permanenza al Ministero degli Esteri sarebbe sufficiente ad archiviare la favola del “governo dei migliori”.

Ma ad essere archiviata é anche la formula del “governo tecnico”. I ministri politici – designati con il bilancino del manuale Cencelli – sono il doppio di quelli cosiddetti tecnici. E questi ultimi sono, almeno in parte, dei tecnici con una ben calibrata identitá politica.

Al Ministero dell’Economia e Finanze, per esempio, va Daniele Franco, direttore della Banca d’Italia ma, soprattutto, “europeista” di sicura fede. Talmente europeista – apprendo dall’autorevole sito “Italia Oggi” – che sarebbe stato proprio lui, nell’agosto 2011, a redigere la famosa lettera della Banca Centrale Europea al governo italiano del tempo: un diktat che imponeva all’Italia una politica economica “lacrime e sangue” e che sará all’origine del defenestramento del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Taluno – a onor del vero – sostiene che in quella occasione Daniele Franco fosse un semplice esecutore di ordini, e che il vero autore della missiva fosse Mario Draghi (per il quale Berlusconi aveva appena ottenuto la designazione a presidente della BCE).

Al Ministero di Infrastrutture e Trasporti – per fare un altro esempio – va Enrico Giovannini, docente universitario, luminare della statistica, membro di alcuni autorevoli “pensatoi” socioeconomici. Ma anche lui – a ben guardare – non é privo di una specifica caratura politica. É stato, infatti, ministro del Lavoro nel pur breve governo Letta.

Fra i tecnici vengono annoverate anche due ministresse che le voci di corridoio considerano di designazione mattarelliana: la Cartabia alla Giustizia e la riconfermata Lamorgese agli Interni. Quest’ultima – dicono le malelingue – avrebbe il cómpito di garantire la continuitá della politica dei porti aperti all’immigrazione. Bergoglio sará contento.

Altro tecnico di riguardo é il magistrato Roberto Garofoli, designato Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio. Tale carica – come ben sa chi segue la politica – é piú importante di quella di molti ministri. Se non proprio un vice-premier di fatto, il Sottosegretario alla Presidenza é comunque il principale collaboratore ed esecutore di ordini del Primo Ministro. Per prassi, il Sottosegretario alla Presidenza ha anche la delega ai servizi segreti: é, cioé, la Autorità Delegata per la Sicurezza della Repubblica. Funzione che era considerata quasi scontata fino a ieri; fino a prima che Giuseppi – in pieno delirio d’onnipotenza – pretendesse di assumerne in prima persona la titolaritá, dando origine al noto braccio di ferro con Renzi. Adesso – c’é da scommettere – Draghi ritornerá alla prassi consolidata. Anche Garofalo, comunque, non sfugge al cliché di tecnico vicino al mondo della politica. É stato, infatti, capo di gabinetto dei ministri Patroni Griffi (governo Monti), Padoan (governi Renzi e Gentiloni) e Tria (governo Conte I).

Tecnici a parte, in ogni caso, l’impressione generale é quella di un mediocre governo di coalizione, una specie di “famiglia allargata”, di quelle che vanno di moda oggi, in tempo di gender. Molti dei vecchi ministri contiani sono adesso riproposti in salsa draghesca: non soltanto Di Maio agli Esteri, ma anche i piddini Guerini alla Difesa (piace a Mattarella) e Franceschini ai Beni Culturali, Speranza alla Sanitá (per catturare LEU), la renziana Bonetti alle Pari Opportunitá, ed altri tre grillini assortiti (Patuanelli, Daddone e D’Incá) che si aggiungono a Giggino all’insegna del monopolio delle poltrone. Poi ci sono le new entry del centro-destra: tre leghisti (Giorgetti in testa) e tre forzisti, tutti rigorosamente appartenenti ai settori “europeisti” e “moderati”.

Quel che mi chiedo é se costoro – vecchi e nuovi, politici e tecnici, dragomanni e matterelloni – saranno in grado di assolvere i cómpiti che il Capo dello Stato ha assegnato al nuovo governo: fare i vaccini e preparare un Recovery Plan che abbia qualche speranza di essere accolto dall’Unione Europea. Il terzo obiettivo, quello di venire a capo della crisi economico-sociale, non potrá certo essere raggiunto né dal governo Draghi né da nessun’altra compagine che rifiuti la logica del nazionalismo economico e del sovranismo politico. Ma questo é un discorso che ci porterebbe troppo lontano.

Torniamo, dunque, alla stretta attualitá. Mario Draghi é certamente in grado di far viaggiare il suo governo sui binari della concretezza e dell’efficienza. Non dubito, quindi, che i due primi obiettivi – quelli di ordinaria amministrazione – possano essere centrati, e con relativa facilitá.

Spero che a quel punto possa fermarsi e non andare oltre. Perché, se dovesse andare oltre, se dovesse cominciare a disegnare il “piano di rientro” per i prestiti del Recovery Fund, allora il suo ruolo si avvicinerebbe molto a quello di un “commissario” mandato da Bruxelles per imporre all’Italia le riforme “che l’Europa ci chiede”; e che inevitabilmente saranno – Dio non voglia – le stesse riforme “lacrime e sangue” che hanno distrutto la Grecia.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 19 Febbraio 2021

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