lunedì, 21 Giugno 2021
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Difficoltà e delusioni sono preziose: “fanno crescere” di Francesco Lamendola

Nessuno può sottrarsi alla legge fondamentale della vita: le difficoltà vanno assunte e superate non fuggite. Non si può vincere sempre, bisogna imparare a perdere con dignità di Francesco Lamendola 

L’uomo contemporaneo, si dice – ed è vero – appare sempre più fragile, insicuro, titubante; si direbbe che o lui non sia stato fatto sulla misura della vita che deve affrontare, o che la vita non sia proporzionata alle sue risorse e alla sua capacità di affrontarla. Se sull’analisi siamo quasi tutti d’accordo – e sarebbe difficile negarlo, purché si possieda un minimo di spirito d’osservazione e di onestà intellettuale – non altrettanto si può dire per l’individuazione delle cause, che pure è un elemento essenziale per cercare eventuali soluzioni. Perché dunque l’uomo di oggi si è ridotto in questo stato, laddove i suoi genitori, i suoi nonni, i suoi bisnonni, non se la cavavano affatto così male, anzi pareva proprio che fossero stati colati nello stampo giusto, e nella misura giusta, per affrontare le difficoltà della vita, vincerle e superarle? Ebbene: a costo di apparire terribilmente ingenui e magari superficiali, e di dare una cocente delusioni a quanti si sarebbero aspettati una risposta assai più articolata e complessa, la nostra modesta opinione è che l’uomo contemporaneo sia così terribilmente fragile in primo luogo perché, invece di essere educato, da bambino, alla forza, alla responsabilità e al sacrificio, viene cullato nella debolezza, nell’indulgenza eccessiva e nella commiserazione degli adulti di fronte ad ogni più piccola contrarietà gli si presenti innanzi nel cammino della vita. E ciò è tanto più vero per il bambino di sesso maschile, poiché la donna, che sa di essere il sesso forte (e che un aspetto della sua forza consiste nel lasciar credere il contrario ai maschietti), fin da bambina comincia ad assumersi impegni e responsabilità; e sa pure che se le lacrimucce potranno suscitare l’altrui simpatia e risvegliare la tenerezza dei maschi, le altre femmine faranno solo finta di provare per lei tali sentimenti, e perciò sa di doversi rimboccare le maniche e mettercela tutta per risolvere le proprie difficoltà. Il maschietto, invece, sempre più colpevolizzato dalla dominante cultura femminista per il fatto di essere quello che è, e sempre più svirilizzato dal dilagare dell’elemento femminile in tutte le istituzioni educative, elemento che ha verso di lui l’approccio tipicamente materno delle maestre d’asilo, fosse pure nel triennio finale del liceo, rischia di non imparare se non troppo tardi, e comunque a un carissimo prezzo, che indulgere alle proprie debolezze e cercare simpatia, o per dir meglio, mendicare la commiserazione degli altri è una pessima strategia di vita e non lo aiuta ad andare lontano, anche se mamme, maestre, catechiste, zie, nonne e via dicendo, faranno di tutto per indurlo in tale errore e far sì che vi resti impaniato il più a lungo possibile. Inutile dire che anche la soppressione del servizio militare obbligatorio è andata in questa direzione: infatti, pur con tutti i suoi difetti l’anno di leva costituiva nondimeno una palestra di vita, indipendentemente da quel che si può pensare circa l’uso delle armi e l’efficienza reale di un esercito di leva, tanto numeroso quanto poco selezionato nei suoi quadri e nel suo elemento base, il soldato semplice.

Che i bambini e i giovani vadano abituati ad affrontare fatiche e insuccessi, e che sia giusto crescerli con la dolcezza e la comprensione, ma anche con un minimo di regole da rispettare e di affettuosa severità, questa è una cosa che i nostri nonni sapevano benissimo, e infatti avevano famiglie molto numerose, nelle quali i problemi principali non erano la depressione o il disadattamento. Non parliamo di duecento anni fa, ma di cinquanta o sessanta: e il risultato era che i bambini imparavano a ricacciare indietro le lacrime, a non perdere la testa davanti agli imprevisti, a non aspettarsi da altri la soluzione dei propri problemi, e perciò a dosare le loro forze, a valutare le situazioni con senso di responsabilità, a porsi obiettivi razionali, concreti e alla loro portata. Oggi, gran parte dei fallimenti e delle crisi esistenziali sono dovuti al fatto che le persone si pongono obiettivi troppo ambiziosi e mirano a conquistare delle mete senza possedere i talenti necessari per meritarsele, per cui le delusioni e gl’insuccessi sono praticamente inevitabili. Ciò si riscontra sia in ambito scolastico e lavorativo, sia in quello affettivo e sentimentale: si pretende troppo, si cerca di avere tutto, ma si è disposti a concedere poco, perché manca il senso della reciprocità e soprattutto della serietà degli impegni che vengono liberamene assunti. Manca il rispetto della parola data perché scarseggia il senso dell’onore. Si è fatto credere ai bambini che l’onore sia un concetto antiquato e superato, e che un individuo moderno può e anzi deve farne benissimo a meno; ma ovviamente non è vero. Senza senso dell’onore non si va da nessuna parte: e non solo non si conquista la stima e il rispetto degli altri, ma non si arriva nemmeno a meritarsi la propria. Assistiamo così allo spettacolo penoso di schiere di giovani, di futuri uomini e future donne, che dietro le apparenze dell’edonismo e del narcisismo coltivano un segreto auto-disprezzo, tanto più dannoso quanto più rimosso e seppellito nelle profondità della coscienza. Ma una persona che si disprezza è una persona che non si vuole bene; e una persona che non si vuole bene, per punirsi del fatto di esistere moltiplica gli errori e compie sistematicamente le scelte sbagliate, quelle che la porranno davanti a difficoltà sempre maggiori e alla lunga insormontabili. Davanti all’impossibilità di risolvere i propri problemi, quelle persone finiscono per arrendersi, per mendicare la pietà e la commiserazione altrui, oppure si gettano a capofitto in situazioni disperate, senza sbocchi, dalle quali usciranno con le ossa rotte e, quel che è peggio, avendo accumulato ulteriori dosi di auto-disprezzo per la propria inettitudine e la propria viltà.

Prendiamo il caso di un ragazzo che sia stato lasciato dalla sua ragazza; se la cosa si ripete, magari diverse volte, egli comincia a pensare di non meritare nulla di buono dalla vita, e si accontenta di mettersi con le ragazze più facili e disponibili, anche se sempre più insignificanti e superficiali, le meno adatte per aiutarlo a ritrovare la propria autostima. Così, egli stesso si infligge la peggiore delle punizioni: rinunciando a corteggiare le ragazze di valore, che potrebbero farlo felice e aiutarlo a ritrovarsi, si sprecherà in rapporti sempre più frustranti, sempre più squilibrati e asimmetrici, molto probabilmente con delle ragazze che coltivano il suo stesso senso di fallimento e di scarsa autostima, magari ben nascosto dietro apparenze estroverse e persino sfacciate, e lo sfogano nei disturbi alimentari, come anoressia e bulimia, o nella fuga nelle sostanze stupefacenti, o nel sesso disordinato, utilizzato alla maniera di un anestetico, che toglie il dolore della vita e libera dalla fatica di pensare, decidere, scegliere. E quel che si è detto dei rapporti sentimentali, vale anche per tutti gli altri rapporti sociali, da quello tra genitori e figli a quello tra colleghi di lavoro e in particolare fra dipendenti e superiori, oppure fra imprenditori e clienti, o fra impiegati pubblici e utenti, o semplicemente fra vicini di casa e amici del bar. La verità è che nessuno può sottrarsi alla legge fondamentale della vita: che le difficoltà vanno assunte e superate, non fuggite, se si vuol crescere e maturare; ogni fuga infatti rende probabile, e quasi inevitabile, un’altra fuga, e poi un’altra, e così via; ogni fallimento che non sia stato metabolizzato, chiama un nuovo fallimento; e ogni umiliazione che non venga trasformata in un trampolino per più alte ambizioni e più nobili conquiste, è come se attirasse nuove umiliazioni, in una spirale senza fine. Nella vita non si può vincere sempre, ma bisogna imparare a perdere con dignità; non si può ottenere sempre quel che si desidera, e di regola ciò avviene quando non lo si è desiderato abbastanza e non si è avuto il coraggio di persistere, di lottare, di non dichiararsi vinti prima del tempo. Ed è chiaro che se gli adulti non trasmettono ai bambini questo approccio nei confronti della vita; se, al contrario, tendono a essere eccessivamente protettivi, tireranno su dei bambini insicuri, viziati, deboli e capricciosi: dei bambini che danno le cose per scontate e poi, quando vanno a sbattere contro il muro della realtà, si fanno male, e invece d’imparare la lezione, vanno a cercare una spalla amica sulla quale piangere. Senza sapere che le spalle amiche non si trovano ad ogni angolo di strada, i veri amici sono sempre pochi e le persone disinteressate anche più rare; sicché è molto probabile che chi li lascia piangere sulla propria spalla, si accinge a servirsi di loro per qualche suo fine. Fosse pure solamente il fine di brillare accanto a un amico debole e sfiduciato, in modo da apparire più attraenti e far salire con poca fatica le proprie quotazioni.

Da questo punto di vista, l’educazione contemporanea è tutta da riformare. Perfino l’effeminato Rousseau e l’ultra anarchico Tolstoj convenivano sul fatto che il bambino deve essere lasciato libero di sbagliare, purché poi si assuma le responsabilità e le conseguenze del proprio agire. Scrittori per la gioventù, come il Kipling di Capitani coraggiosi o il Jack London de Il lupo del mare, hanno espresso magnificamente questo stesso concetto: come il lavoro, la responsabilità, il sacrificio, possono trasformare il giovanotto più delicato e immaturo in un vero uomo, che sa cosa ci sta a fare nella vita e sa che la vita non è una passeggiata, né  un picnic al chiaro di luna, ma una dura battaglia che va combattuta giorno per giorno, senza mai abbassare la guardia. Lo sapevano anche i preti e i catechisti di una volta, allorché si sforzavano di educare cristianamente la gioventù; e lo sapevano, naturalmente, i genitori di una volta, la cui visione della vita era pervasa di spirito cristiano. Ora che il cattivo esempio viene proprio dal clero e che un Bergoglio esercita le funzioni di vicario di Cristo non per combattere il peccato, ma per insegnare falsamente che il peccato non è tale e che Gesù perdona in anticipo, senza neppur bisogno di pentimento, è venuto meno un altro pilastro della sana educazione che, attraverso le famiglie di una volta, il lavoro di una volta, il risparmio di una volta, aveva fatto grande l’Italia e le aveva conquistato un posto di prima fila nel consesso delle nazioni.

Un buon esempio della sana educazione dei bambini si trova nel romanzo di Archibald Joseph Cronin (conosciuto dal vasto pubblico per La Cittadella e per E le stelle stanno a guardareAnni verdi, tipico romanzo di formazione, un  po’ come David Copperfield di Dickens. Il protagonista, Robert Shannon, è un bambino di otto anni rimasto orfano; la nonna lo conduce a casa propria, dall’Irlanda alla Scozia, e qui egli, conosce, fra gli altri, il bisnonno, un omone strano, intelligente e pieno di vita, che dopo un inizio un po’ brusco si rivelerà il migliore amico per il piccolo orfano e un valido sostituto della perduta figura paterna (da: A. J. Cronin, Anni verdi; titolo originale: The Green Years, 1944: tradizione dall’inglese di Spina Vismara, Milano, Bompiani, 1947, p. 15):

«Ah, sì. Bene, faremo qualche giretto, noi due, per vedere se l’aria della Scozia ci giova». Fece una pausa, intrattenendosi per la prima volta su se stesso. «Sono contento che tu abbia i capelli come i miei; il pepe dei Gow. Anche tua madre li aveva, povera ragazza».

Io non potei più a lungo trattenere quella marea calda e, come al solito, scoppiai in lacrime. Dal giorno dei funerali di mia madre, la settimana prima, il sentire semplicemente nominare il suo nome produceva in me questo riflesso, incoraggiato dalla simpatia che sempre mi procacciava. Tuttavia in questa occasione non ricevetti né l’ampia carezza del petto della signora Chapman, né le condoglianze aromatizzate al tabacco da fiuto, che padre Shanley di san Domenico era solito riversare su di me. E subito la coscienza della disapprovazione di mio bisnonno mi comunicò un penoso senso di disagio; cercai di frenare le mie lacrime, fui preso da soffocazione e cominciai a tossire. Seguitai a tossire sempre di più finché fui costretto a reggermi il fianco. Fu uno degli attacchi più impressionanti che abbia mai avuto, e che ricordava i peggiori cui andava soggetto mio padre. Per dire la verità me ne sentivo alquanto orgoglioso, e quando finì guardai il nonno pieno di aspettazione.

Ma egli non mi diede alcuna soddisfazione, e non pronunziò una sola parola. Invece, prese una piccola scatola dalla tasca del suo panciotto, ne premette il coperchio e ne estrasse una larga e piatta pasticca di menta piperina di quelle note col nome di “oldfellow”. Pensai per un momento che egli si accingesse ad offrirmela, ma con mia sorpresa e dolore non fu così; poiché se la mise tranquillamente in bocca. Quindi dichiarò con piglio severo:

«Se c’è una cosa che non posso sopportare, è un bambino piagnucoloso. Roberto: mi sembra che tu abbia le lacrime in tasca. Devi cercare di tirarti su, ragazzo mio». Tolse la penna dall’orecchio, e sporse in fuori il torace. «Nella mia vita ho dovuto lottare con un mucchio di difficoltà. Credi che le avrei superate se mi fossi lasciato abbattere da esse?».

Straordinaria figura, quel bisnonno, di burbero benefico che non batte ciglio mentre il nipotino, orfano recente, piange come una fontana e si soffoca nella tosse; e che infine lo mette a posto con quelle poche, ruvide parole: Ragazzo mio, non mi piacciono i piagnucolosi. Vedi un po’ di tirarti su; e gli lascia intendere: Ci sono qua io a sostenerti. Non gli dice: Arrangiati, è un problema tuo; gli offre la sua guida virile, e intanto gli fa capire che cercare la pietà altrui non risolve i problemi. Quelli, bisogna guardarli in faccia. Fortunato chi da bambino ha avuto una figura adulta di quel tipo.

Chi vuol bene ai bambini, chi ama i giovani, invece di commiserarli li sprona a lottare. E a maturare.

Del 22 Febbraio 2021

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