venerdì, 24 Settembre 2021
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Volete essere felici? Sbarazzarsi del falso io per essere ciò che si deve

La rivolta dell’uomo moderno contro Dio è una auto-condanna alla più profonda infelicità: l’uomo può esser felice solo con Dio, mai senza di Lui e soprattutto mai contro di Lui di Francesco Lamendola 

Gira e rigira, che si parli di qualsiasi cosa, di politica, di economia, di religione, di filosofia, alla fine si torna sempre allo stesso punto: l’ego. Ci sono due tipi di persone: quelle dominate dal proprio ego e quelle che hanno capito l’illusione dell’ego e, lavorando duramente su se stesse, sono riuscite a liberarsene in misura apprezzabile. Chi è dominato dall’ego non sa concentrarsi su alcuna cosa, perché la sua mente, la sua anima, le sue aspettative sono sempre concentrate su se stesso, al punto da non saper più uscire dal cerchio stregato dell’io. Perciò anche quando afferma, e magari sinceramene crede, di essersi votato a qualche nobile causa o a qualche alto ideale, in realtà è il proprio ego che serve, è per lui che s’impegna, ed è sempre e solo per lui che opera delle scelte, compie certi atti e si astiene da certi altri, stabilisce cosa dire e cosa fare e che strada percorrere e in che modo percorrerla. È sempre e solo per alimentare il suo ego ipertrofico, nutrirlo, gratificarlo, saziarlo di soddisfazioni e riconoscimenti che fa tutto quello che fa e pensa come pensa e sente come sente, alimentando in se stesso quelle tali speranze e quei tali timori. In pratica chi è dominato dall’ego è incapace di compiere qualsiasi atto disinteressato e diviene così prevedibile che un buon osservatore, dall’esterno, potrebbe predire ogni sua azione prima ancora che la metta in opera. In effetti, è la libertà interiore quello che ci rende originali: quanto più ci caliamo totalmente nella parte sociale che abbiamo deciso di rappresentare, anche davanti a noi stessi, tanto più diveniamo scontati e prevedibili.

Ha scritto Anthony de Mello nel suo ormai celebre libro Messaggio per un’aquila che si crede un pollo, dando peraltro alla parola “io” un’accezione diversa e positiva, definendo con essa il nucleo essenziale della persona, al di là delle determinazioni parziali ed esteriori (titolo originale: Awareness, New York, 1990; traduzione di Laura Cangemi, Piemme, 1995, pp.86-88):

Potreste fare l’idraulico, l’avvocato, l’uomo d’affari o il prete, ma questo non tocca l’”io” essenziale, non tocca voi. Se domani cambio professione, è come se cambiassi abito. Rimango intatto. Voi SIETE i vostri abiti? SIETE il vostro nome? SIETE la vostra professione? Smettetela di identificarvi con queste cose, che vanno e vengono.

Quando lo capirete davvero, nessuna critica vi potrà toccare, e nemmeno la lode o l’adulazione. Quando qualcuno dice: «Sei una persona in gamba», di cosa sta parlando? Sta parlando di me, non dell’”io”. L’”io” non è né forte né debole, non è né di successo né fallito. Non è nessuna di queste etichette. Queste sono cose che vanno e vengono, e dipendono dai criteri stabilito dalla società, dal condizionamento a cui si è stati sottoposti. Queste cose dipendono dall’umore della persona che vi parla in quel dato momento. Non hanno niente a che vedere con l’”io”. L’”io” non è alcuna di queste etichette. Il “me” è, in genere, egoista, sciocco, infantile – un vero asino. E così, quando dite: «Sei un asino», lo sapete da anni! Il sé è condizionato – cosa vi aspettavate? Io lo so da anni. E perché vi identificate con il sé? Stupidi! Non si tratta dell’”io”: quello è il “me”.

Volete essere felici? La felicità ininterrotta non ha cause. La vera felicità non ha cause. Voi non potete rendermi felice, non siete la mia felicità. Se chiedete alla persona che si è svegliata: «Perché sei felice?», lei risponde: «Perché no?».

La felicità è la nostra condizione naturale. La felicità è la condizione naturale dei bambini piccoli, a cui il regno appartiene finché non vengono inquinati e contaminati dalla stupidità della società e della cultura. Per acquisire la felicità non bisogna fare nulla, perché la felicità non può essere acquisita. Qualcuno sa perché? Perché l’abbiamo già. Come si fa ad acquisire qualcosa che già si possiede? E allora, perché non la provate? Perché dovete abbandonare qualcosa. Dovete abbandonare le illusioni. Non dovete aggiungere niente, per poter essere felici: dovete invece abbandonare qualcosa.  La vita è facile, è meravigliosa. È dura solo con le vostre illusioni, le vostre ambizioni, la vostra avidità, le vostre richieste. Sapete da dove arrivano queste cose? Dall’essersi identificati con tutti i tipi di etichette! (…)

E nell’altro libro, Istruzioni di volo per aquile e polli, sempre de Mello, che però stavolta definisce l’io come un’etichetta della nostra vera essenza, osserva (titolo originale: Quebre o ídolo. Caminhar sobre as águas. 43 Maneiras de orar, Sâo Paulo, 1993; traduzione di  Marco Zappella, Piemme, 1996, pp. 102):

Supponiamo che un edificio sia vostro. Il fatto che voi lo possediate non esprime però un reale possesso di quell’oggetto. L’edificio è l’edificio. La sofferenza deriva dall’attaccamento dal pensare di possedere. Attaccarsi non è altro che proiettare l’ego, il “mio” su qualcosa. L’attaccamento nasce e si sviluppa nella misura in cui proiettate l’io su qualcosa. Quando lentamente stacchiamo le etichette “io”, “mio”, da proprietà, edifici, vestiti, società, congregazione, nazione, religione, dal nostro corpo, dalla nostra personalità, allora otterremo la liberazione, la libertà, “moksha”. Quando l’io sparisce, le cose sono quelle che sono. Lasciate la vita essere vita.

Imparate a capire che tutto ciò è transitorio, insoddisfacente e vuoto di io. Paradossalmente questa è la formula segreta per una gioia duratura.

Il concetto è chiaro, anche se, come abbiamo fatto notare, c’è una forte differenza nel modo di concepire l’io nei due testi: come nucleo fondante dell’individuo nel primo (e dando dello stupido a colui che non lo capisce), come sovrastruttura illusoria nel secondo: l’infelicità proviene dal fatto di non aderire alla vita con semplicità e immediatezza, come fa il bambino, ma nell’identificarsi con le cose esteriori, che in realtà non ci appartengono e perciò creano in noi una illusione. È un discorso con il quale si può concordare per ragioni pratiche, cioè per meglio orientare la direzione della propria esistenza, a patto però di chiarire che la cosa sbagliata non è l’identificare l’io con il me, che in realtà fa poca differenza, ma nel divenire schiavi di una psicologia che ci appartiene solo in parte, perché nasce dalla fusione delle circostanze occasionali in cui si manifesta l’io con il centro della coscienza. In effetti, è vero che essere idraulico o uomo d’affari è una circostanza occasionale, per cui, propriamente parlando, bisognerebbe piuttosto dire “fare l’idraulico” o “fare l’uomo d’affari”; ma è anche vero che svolgere l’una o l’altra attività implica lo sviluppo di qualità e atteggiamenti diversi, che necessariamente creano una differenza sempre maggiore fra individui potenzialmente simili. Bisogna stare attenti a non gettar via il bambino assieme ai pannolini sporchi. Ciò che bisogna gettar via è l’identificazione psicologica fra quel che si fa, e quel che di noi vedono e si aspettano gli altri, e ciò che noi sappiamo essere il nostro vero nucleo coscienziale. A parte questo, tuttavia, è naturale che il punto di vista pratico di un uomo d’affari sia diverso da quello di un idraulico, anche se bisognerebbe mantenere il necessario distacco fra ciò che si fa e ciò che si è nel profondo. Nel profondo, ciascuno di noi è un essere umano, e nient’altro che questo. Non esiste però un essere umano indifferenziato, perché essere uomini implica di necessità calarsi in una situazione esistenziale; e le situazioni esistenziali, a cominciare dalla famiglia in cui si nasce e nella quale si viene educati, entrano in maniera determinante nella formazione della nostra personalità e del nostro carattere. In altre parole, è ozioso chiedersi come saremmo in realtà, se non fossimo quello che siamo: noi siamo quello che siamo perché il nostro patrimonio genetico, l’ambiente in cui siamo nati e le nostre stesse esperienze, alla luce delle scelte fatte per mezzo del libero arbitrio, ci hanno plasmati in una determinata maniera.

Bisogna distinguere fra la prigione dell’io, vale a dire un io che si identifica senza residui con il proprio vissuto pratico, e che nutre sentimenti e pensieri determinati unicamente da esso, e il proprio io profondo, che ci deriva dal fatto di essere umani e cioè di essere parzialmente liberi (se fossimo del tutto liberi saremmo dei puri spiriti) e capaci di operare delle scelte che possono non coincide con la convenienza e l’opportunità del momento. L’animale, di regola, non possiede questa facoltà di distinguere la convenienza pratica e la scelta dettata da altre ragioni, di tipo ideale o morale, perché l’animale non ha ideali né morale, e solo in qualche raro caso di animale domestico, cioè familiarizzato con le abitudini dell’uomo, si notano dei comportamenti che rispecchiano un dissidio fra istinto e sentimento (non fra istinto e ragione, che l’animale non possiede), come nel caso del cane che rifiuta il cibo dopo la morte del padrone e si lascia morire di fame sulla sua tomba. Di regola, il passero è solo un passero, e la farfalla è solo una farfalla: l’uomo, al contrario, può divenire mille cose diverse, perché l’uomo, e soltanto l’uomo, può fare di sé ciò che vuole. Il che significa che può scegliere di essere ciò che deve essere, ciò che  è chiamato ad essere (da Dio), oppure può essere puramente e semplicemente quello che vuole lui stesso, ciò che piace a lui stesso, e in tal caso tradire la propria vocazione, che è sempre vocazione all’Assoluto. E colui che tradisce la propria vocazione all’Assoluto si condanna ad essere meno di quel che è, vale a dire che si condanna a essere nulla. In questo senso aveva ragione Nietzsche, quando diceva che l’uomo è un essere sospeso fra due abissi: da un lato l’abisso dell’Assoluto, nel quale si perde, e, perdendosi, si ritrova e si realizza pienamente; dall’altro l’abisso del nulla, nel quale, credendo di realizzarsi, in realtà si dissolve e si nullifica.

A ben guardare, questa che abbiamo descritto è la condizione tipica dell’uomo moderno. L’uomo tradizionale, vale a dire l’uomo delle civiltà pre-moderne, ha sempre saputo di essere chiamato all’Assoluto e quindi ha sempre saputo che non si vive per se stessi, per il proprio piacere e per il proprio interesse individuale, ma per qualcosa di molto più grande: si pensi al pius Aeneas che vive in funzione della sua pietas: devozione incondizionata agli dei, alla patria e alla famiglia. I critici letterari hanno insistito quasi tutti sulla modernità del personaggio di Enea, a causa del suo dissidio interiore, facendone un precursore di Petrarca (quel doppio uomo che è in me, dice questi nel Secretum); ma si guardano bene dall’evidenziare ciò che è caratteristicamente tradizionale in lui, vale a dire un senso del dovere e una sottomissione al Fato che i moderni non sanno neppure cosa sia e perciò non riescono a capire. L’uomo moderno, e specialmente l’uomo contemporaneo, è più lontano da Enea di quanto Enea sia lontano da san Paolo. Il quale ultimo afferma (Rom 14,7-8):

Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore

E questo non è moderno: è cristiano. Il cristiano non è un uomo moderno, per la semplice ragione che vive nel mondo, ma non appartiene al mondo: appartiene all’Eterno. E questo è il punto: chi vuol appartenere all’Eterno deve sbarazzarsi della zavorra che lo trattiene nella sfera delle cose basse e tale zavorra è l’ego. In questo senso è vero quel che dice Anthony De Mello: per essere felici non si deve cercare qualcosa che manca, ma sbarazzarsi di qualcosa che già si possiede. E il qualcosa che deve essere abbandonato è l’insieme delle illusioni che formano il nostro piccolo io meschino, mutevole e capriccioso, che sempre desidera qualcosa e ha paura di qualcos’altro. Una volta sbarazzati di questo piccolo io, possiamo dar luce e splendore al nostro vero io profondo, che non muta e non ha capricci, perché è fatto solo di un ardente desiderio di essere così come Dio ci chiama ad essere. E ci chiama individualmente, perché la chiamata è personale e ciascuno è chiamato in una particolare maniera. Dio non è egualitario e nemmeno comunista: Dio è il Re dell’Universo e quindi è il Signore di ciascuna creatura, compreso l’uomo, che Egli personalmente conosce assai meglio di quanto ogni uomo conosca se stesso. E dunque Dio, il Sommo Bene, ci chiama ad essere quel che realmente ci realizza e ci rende felici e che Lui sa benissimo cosa sia, mentre noi, di regola, lo ignoriamo. Ecco perché la rivolta dell’uomo moderno contro Dio è anche una auto-condanna alla più profonda infelicità: perché l’uomo può esser felice solo con Dio, mai senza di Lui e soprattutto mai contro di Lui. Ha ragione de Mello a dire che il bambino è istintivamente felice, senza un perché, e che noi dovremmo prendere esempio da lui; ma il fatto è che l’adulto non può ritornare bambino e quindi, per essere felice, non può seguire la stessa strada. Può fare una cosa sola: andare avanti, seguendo la chiamata. Non in una direzione qualsiasi, ma in una ed una sola: quella che Dio vuole per lui, per il suo bene, e gli indica con innumerevoli segnali. Dio sa quello che fa; l’uomo no.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 24 Febbraio 2021

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