venerdì, 18 Giugno 2021
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Si perde il passato quando si perde la realtà oggettiva di Francesco Lamendola

Come siamo precipitati nella negazione del sano “Buon senso”? Da Kant al “Nuovo Ordine Mondiale”, l’obiettivo finale è l’azzeramento di ogni tradizione, certezza e verità di Francesco Lamendola  

La memoria del passato, specie di quello a noi più contiguo, quello che ci ha immediatamente preceduti e ha preparato le condizioni perché noi fossimo accolti nel mondo, è la sciagura suprema che conduce diritto alla barbarie. Diventa un barbaro chi non coltiva tale memoria, chi disprezza e ignora le cose della generazione precedente, per non dire di quelle più antiche. È un barbaro, per esempio, il ragazzo che entra in chiesa e non si leva il cappello, perché non sa che così si deve fare, non l’ha mai visto e nessuno glielo ha insegnato. Ed è un barbaro l’inquilino della porta accanto che non sa neppure che mestiere facevano i suoi nonni, non sa chi era il parroco della sua parrocchia, al tempo in cui è nato, non sa quali film guardavano al cinema i suoi genitori, quali libri leggevano, di quali personaggi dei fumetti erano innamorati, e quali canzoni ascoltavano, e con quali balocchi giocavano da piccoli; né com’era la via in cui abita e come si presentava la città ove ora risiede, qualche anno appena prima che lui nascesse, e che formava il mondo degli adulti quando lui era appena nato. Ed è un barbaro chi non si domanda come vestivano, cosa mangiavano, come studiavano, come santificavano le feste, i loro genitori e i loro nonni; chi non li ha mai interrogati per sapere come se la passavano in tempo di guerra e che vita avevano fatto da emigranti, poveri ma dignitosi, ammazzandosi di lavoro per tornare al paese e metter su casa. Perché la barbarie è l’ignoranza e la trascuratezza nei confronti del passato, delle radici dalle quali la nostra vita ha tratto la linfa per crescere e svilupparsi.

Teodorico, il re dei goti, lo sapeva, e promulgò delle leggi per il restauro e la tutela di quelli che oggi si chiamerebbero beni archeologici: lui, re di un popolo barbaro e invasore, insediatosi nella più civile provincia dell’ex Impero romano, considerava un’intollerabile barbarie l’incuria verso i monumenti del passato (romano). E soleva affermare che un germano non poteva che desiderare di assomigliare ad un romano, mentre solo un romano di scarso valore avrebbe desiderato somigliare a un germano. Un altro tedesco, molto secoli, dopo, Friedrich Nietzsche (si noti la costanza con cui ritorna il tema della storia e del passato nella cultura tedesca: è in Germania che nasce il romanticismo e, con esso, il moderno storicismo) avrebbe messo in guardia contro l’idolatria della storia e anche contro un interesse troppo concentrato su di essa, in una delle più celebri Considerazioni inattuali, intitolata Sull’utilità e il danno della storia per la vita; sosteneva, non senza validi argomenti, che quando ci si concentra troppo sul passato si finisce per trascurare il presente e quindi per viverlo male. Chi dunque aveva ragione dei due: il re goto Teodorico o il filosofo venuto in Italia dalla natia Sassonia? Oppure avevano ragione entrambi, e in tal caso la domanda che si pone è la seguente: come trovare il giusto equilibrio, sia nella vita del singolo che in quella della società, fra la memoria del passato e la capacità di guardare avanti, per affrontare le sfide del tempo presente? Perché vivere solo di ricordi rende passivi e indifesi rispetto al presente, ma anche vivere di solo presente rende sradicati e quindi meno solidi e meno capaci di sostenere le prove della realtà contemporanea.

Non abbiamo dubbi sul fatto che questa è la posizione giusta da tenere: un saggio equilibrio fra amore e conoscenza del passato da un lato, e dall’altro disponibilità a vivere il presente, certo non mettendosi al seguito delle ideologie progressiste, per le quali il moderno è un bene in se stesso, ma, al contrario, cercando di attualizzare i valori sani del passato per rendere più sano e più umano il presente. A questo punto, però, vedendo come ormai la quasi totalità della popolazione segua una strada diametralmente opposta, che è quella del fastidio e della ribellione contro il passato, o, nel migliore dei casi, l’indifferenza verso di esso e l’attitudine a scordarlo completamente, sorge inevitabile un’altra domanda: come è stato possibile che la società si distaccasse con tanta facilità dal modello costituito dai padri e riponesse in cantina tutte le cose buone e belle che essi hanno realizzato, e i valori che li avevano ispirati e che con tanto amore avevano custodito e tramandato, avendoli a loro volta ricevuti dalle generazioni precedenti? Non basta dire che c’è una strategia globale mirante a ciò, che si serve dell’opera capillare dei mass-media e che riceve l’avallo poderoso e incessante della cultura dominante, scuola e università in primis. Non basta, perché sorge immediata un’ulteriore domanda: come è stato possibile che la cultura, nel suo insieme, adottasse una simile linea di tendenza, e che il pensiero, vero motore della storia, si allineasse sulle stesse identiche posizioni dei mass-media? Come è stato possibile che chi ha quale ragione di esistere l’esercizio del pensiero libero, cioè l’intellettuale, o, come noi preferiamo chiamarlo, l’uomo di cultura, arrivasse a dire e insegnare le stesse cose che dice e ripetono la stampa, la televisione e il cinema? Stampa, televisione e cinema sono chiaramente al servizio del grande potere finanziario, che li utilizza come altoparlanti dei suoi interessi: li ha semplicemente acquistati, ed essi obbediscono diligentemente. Ma gli uomini di pensiero, gli uomini di studio? Tutti comprati anch’essi, tutti venduti al potere finanziario? In parte sì, presi individualmente; ma il punto è un altro. La cultura di una società non è data solamente dalla somma aritmetica dei suoi maggiori esponenti; c’è qualcos’altro, un pensiero diffuso, che affonda le sue radici al di là del presente e che protende i suoi rami verso il futuro. Qualcosa che forma una sorta di substrato mentale, di tacita premessa, e che è dato da tutto l’insieme dei pensieri e dei sentimenti della società stessa, e non solo delle persone colte e intelligenti, ma di tutti, dal primo al’ultimo, compresi i vecchi che hanno frequentato le scuole solo fino alla quinta elementare, o al massimo alla terza media, però possiedono tanto buon senso, una sana percezione della realtà e dei valori capaci di sostenerli in tutte le circostanze della vita, specialmente quelle difficili, come è accaduto nel caso delle due guerre mondiali. Ebbene: come mai tutto l’insieme della società ha imboccato la direzione attuale, che è la negazione del sano buon senso e del principio di realtà, e che si lascia abbindolare dalla narrazione fasulla dei mass-media, i quali fanno vedere quel che non c’è e nascondono del tutto quello che c’è, manipolando i pensieri di milioni e milioni di persone? Che i mass-media siano capaci di fare una cosa del genere, non vi è dubbio; ma lo sanno fare solo a condizione di operare in un vuoto, in un deserto. Un deserto di valori, di esperienza, d’intelligenza e soprattutto di sano buon senso. Come è possibile dunque che queste cose siano sparite, si siano dissolte come nebbia al sole? Come è accaduto che valori, esperienza, intelligenza e buon senso svanissero sotto i nostri occhi, e che noi non ce ne fossimo accorti per tempo? E che non se ne fossero accorti i sedicenti uomini colti, i cosiddetti intellettuali, la cui ragion d’essere dovrebbe essere proprio quella di vegliare e vigilare, segnalando le deviazioni del senso comune e le disfatte dell’intelligenza, insomma mettendo in allarme la società davanti al pericolo di trasformarsi in una massa di utili idioti, in un gregge di animali da pascolo (e da macello)?

Arrivati a questo punto, crediamo che per rispondere alla nostra ultima domanda sia necessario inserirla in un contesto cultuale e intellettuale più ampio. Ciò che caratterizza la filosofia moderna è l’abolizione dell’oggetto, ossia di una realtà oggettiva, indipendente dal soggetto che la percepisce e che riflette su di essa. Tale svolta decisa è stata operata da Kant, colui che ha dichiarato inutile la metafisica e inconoscibile la cosa in sé, indicando quale ambito appropriato e ragionevole del pensiero filosofico solamente la cosa come appare al soggetto, il fenomeno. Ne abbiamo già parlato a suo tempo in diverse occasioni (cfr. spec.  L’”io penso” kantiano e l’autocastrazione del pensiero moderno, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 15/05/07; Tutto è iniziato con la separazione tra fenomeno e noumeno, sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 24/10/18; Kant, maestro d’incredulità e irreligione, il 17/02/20), evidenziando quanto sia stata decisiva l’opera del filosofo di Königsberg per la deriva relativista e soggettivista del pensiero contemporaneo. Tuttavia l’aver visto il nesso fra Kant, la scomparsa dell’oggetto e i contraccolpi che ciò ha avuto, attraverso Hegel ed Heidegger, fino ai nostri giorni, anche nell’ambito della teologia e particolarmente della “svolta antropologica” di Karl Rahner, è merito di monsignor Richard Williamson, una grande mente oltre che una grande figura di autentico vescovo, il quale ne ha parlato nel corso di una recentissima intervista fattagli da Marco Cosmo (vedi https://youtu.be/t_QObjK5ra0). Grazie a Kant, o piuttosto per colpa di Kant, il pensiero filosofico ha deciso che si poteva fare a meno dell’oggetto: se l’oggetto piace al soggetto, allora ci può ancora essere uno spazio per esso; ma se non piace, in tal caso lo si può gettare nella discarica dei rifiuti, e procedere tranquillamente senza di lui. Inutile dire che ciò configura una disfatta del pensiero in quanto tale e un trionfo del sentimentalismo: non è più vero quello che è oggettivamente vero, ma è vero quello che soggettivamente piace. Williamson se n’è reso conto considerando gli effetti deleteri della “svolta” inaugurata nella Chiesa cattolica dal Concilio Vaticano II, che, appunto, ha preteso di mettere al centro della fede non Dio, che in ultima analisi non si conosce, ma l’uomo, che afferma di conoscere Dio, o quanto meno di sentirlo. Questa infatti è la caratteristica fondamentale del modernismo: Dio esiste perché il soggetto lo sente; ma se domani non lo sentisse più, allora Dio cesserebbe di esistere. Dio non è un Dio al di sopra di me e distinto da me, è una percezione o un sentimento della mia soggettività. E questa analisi impietosa, ma lucidissima, si trova già perfettamente esposta nella grande enciclica Pascendi, ovviamente la più criticata fra tutti i documenti del pontificato di san Pio X (dai cattolici cosiddetti progressisti), appunto perché essa ha avuto il grande merito di indicare chiaramente la radice del pericolo rappresentato dall’approccio modernista alla fede: l’estremo soggettivismo, frutto del sentimentalismo e negatore dell’oggettività dei contenuti della fede. Per un vero cattolico, Dio esiste comunque, che io lo senta o non lo senta; e la ragione può indicare la strada attraverso la quale arrivare  a riconoscerne l’esistenza, la natura, la volontà. Contrariamente alla leggenda creata dalla cultura moderna per ragioni auto-celebrative, la verità è che il pensiero cristiano, e in genere la filosofia medievale, sono profondamente oggettivi, razionali, dimostrabili; mentre il cosiddetto pensiero moderno e la cosiddetta teologia moderna sguazzano nella palude scivolosa del soggettivismo, del sentimentalismo e del fideismo (il peggiore di tutti il fideismo, quello verso la ragione scientifica: lo ha detto Galli, dunque è vero). E ciò con buona pace di quei filosofi moderni, come Massimo Cacciari, che seguitano imperterriti a dirci che la via per uscire dalla crisi nella quale il pensiero moderno si dibatte è un ritorno a Kant, all’idea kantiana di libertà, di ragione e di speranza: proprio a quel Kant che è, al contrario, all’origine della deviazione e del tracollo (cfr. il dibattito fra Cacciari e il cardinale Angelo Scola sul tema Le ragioni della fede del febbraio 20013: (https://youtu.be/AOYsD6HDd70). Tipico esempio di un pensiero “moderno” che in realtà di moderno non ha nulla, se per moderno s’intende progressivo, ma sa solo rimestare fra cose vecchie e decrepite, fra ceneri spente e fredde, imbellettandole e rabberciandole in maniera tale da conferire loro, all’occhio poco esperto, e soprattutto distratto e frettoloso, degli uomini d’oggi, una certa quale apparenza di vitalità e attualità.

Se tutto questo è vero, allora abbiamo trovato il punto a partire dal quale hanno avuto inizio la noncuranza e il disprezzo nei confronti del passato, i quali si sposano perfettamente con la strategia della grande finanza che, padrona dei mass-media, è del pari interessata a rimuoverlo e cancellarlo. Il Nuovo Ordine Mondiale e il Great Reset si basano su questo presupposto, che è anche l’obiettivo finale: l’azzeramento di ogni tradizione, di ogni certezza, di ogni verità oggettiva, per sostituirli con un universo “liquido”, dove tutto può divenire uguale a tutto, dove le singole cose non sono ciò che sono per il fatto di essere quelle e proprio quelle, ma per l’assenso, sentimentale piuttosto che razionale, che il soggetto dà loro, oppure che nega loro, in base al suo estro e al suo sentirsi in un certo modo piuttosto che in un altro. Nel caso della teologia, questa deriva sentimentale emerge chiaramente a partire da Renan, il cattivo maestro che è alle origini di tutta la tendenza modernista. Nel caso della filosofia, il punto di piena visibilità è dato dal criticismo kantiano, anche se le sue premesse, logiche e metodologiche, sono nel (pseudo) razionalismo cartesiano, che, operando la spaccatura irreversibile fra res extensa e res cogitans, introduce la pazzia nel mondo, pazzia dalla quale non siamo ancora usciti, e dalla quale è improbabile che usciremo senza aver prima modificato completamente il nostro atteggiamento intellettuale e spirituale. La crisi della modernità, infatti, è senza dubbio una crisi dello spirito, riassumibile nella formula della rivolta contro Dio: tutta la civiltà moderna è una guerra contro Dio. E lo vediamo ogni giorno, ogni momento, in tutto quel che la società moderna fa, in tutto quello che legiferano i parlamenti e stabiliscono i giudici per legge. Ma la crisi spirituale è anche una crisi intellettuale: quando la volontà entra in guerra contro Dio, allora la ragione naturale non va più bene: bisogna forgiare uno strumento nuovo: la (pseudo) ragione illuminista. La quale nega la realtà per affermare se stessa. Ed è da qui che si deve ripartire.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 26 Febbraio 2021

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