domenica, 19 Settembre 2021
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Ugo Spirito e la critica al “Conformismo Democratico” di Daniele Trabucco

Ugo Spirito (1896-1979) é stato uno dei maggiori filosofi italiani, allievo di Giovanni Gentile e teorico dell’immanenza dell’individuo nello Stato, ossia la mobilitazione degli individui nelle e per le strutture create dallo Stato stesso. Come lucidamente espresso a Ferrara nel 1932 in occasione del convegno di studi corporativi, una volta fusa l’azienda con la corporazione (c.d. corporazione proprietaria) non resta che porre le premesse per “l’effettiva immedesimazione della vita economica individuale con quella statale”.

Forte di questa concezione, Spirito, con la pubblicazione nel 1963 dell’opera “Critica della democrazia”, non puó astenersi da un serrato e coerente attacco alle “conquiste democratiche” del secondo dopoguerra con una luciditá argomentativa prepotentemente attuale. In primo luogo, il filosofo aretino muove dalla constatazione della adesione globale e acritica al “mito democratico” che non consente alcuna  possibilitá di confutazione, divenendo esso stesso antidemocratico.

Spirito vede nel modello di democrazia accolto dalle Costituzioni patteggiate e “modulari” del secondo dopoguerra un principio metodologico-strumentale il quale ha svuotato il termine di qualunque contenuto assiologico, assumendo quale “meta-valore assoluto” il continuo bilanciamento di valori costituzionalmente tutelati e volutamente “anfibologici”.

Il conformismo democratico denunciato da Spirito indica, dunque, “soltanto la volontá di far passare sotto tale veste qualunque posizione politica e qualunque interesse di parte”, rendendo in questo modo la politica ed il diritto anche potenzialmente brutali. In secondo luogo, nella riflessione spiritana emerge un ulteriore questione logicamente conseguente alla prima: in nome di quale competenza la maggioranza decide? É innegabile che essa sia quella dell’uomo in quanto uomo ed é perció indistintamente competenza di ogni uomo.

Tuttavia, poiché il singolo individuo non decide riguardo al proprio interesse, ma sulla base di un programma che rappresenta una determinata concezione filosofica, la “decisione democratica” non é idonea ad esprimere una volontá unitaria consapevole, rivelandosi in questo modo asistematica o meglio la “somma di addendi diversi e di una diversitá irriducibile”. La fine del sindacato, la sua risoluzione nella corporazione e la trasformazione di questa in organismo produttivo appartenente ai produttori (operai e tecnici) rappresenta l’unica via affinché il potere politico, risultante dalla vita delle corporazioni, si esprima attraverso il contributo specificamente tecnico dei singoli lavoratori.

In questo modo, tutta la concezione della rappresentanza politica subisce un radicale ribaltamento: dal “mito democratico della generica competenza dell’uomo in quanto uomo” si passa “alla competenza di tutti articolata nella competenza di ciascuno”.

Prof. Daniele Trabucco (Associato di Diritto Costituzionale italiano e comparato e Dottrina dello Stato presso la Libera Accademia degli Studi di Bellinzona (Svizzera)/Centro Studi Superiore INDEF. Dottore di Ricerca in Istituzioni di Diritto Pubblico).

Del 27 Febbraio 2021

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