lunedì, 20 Settembre 2021
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Non si deve mai perdere la Speranza

La “pandemia” tra disperazione e pessimismo? Basta vigliaccherie basta fuggire come disertori abbandonando al loro destino le giovani generazioni: abbiamo un dovere morale nei loro confronti di Francesco Lamendola  

Nel momento storico che stiamo vivendo la tentazione dello scoraggiamento, della tristezza e della disperazione vera e propria è fortissimo, forse più che in qualsiasi epoca passata. Perfino le due guerre mondiali, vissute in prima persona dai nostri nonni, o la Seconda guerra mondiale, vissuta dai nostri genitori, rimaste sempre vive nella loro memoria, pur nella loro estrema crudezza non hanno mai comportato una così diffusa perdita della speranza. Anche sotto il furore dei bombardamenti aerei o nelle strettezze del razionamento alimentare; pur con l’angoscia in cui vivevano le famiglie di ricevere ogni giorno una cartolina militare recante la notizia della perdita di un figlio, di un marito, di un fratello, non c’era però, a quanto ci hanno raccontato, un sentimento così diffuso e così profondo di scoraggiamento esistenziale, un pessimismo così radicale e immedicabile. C’erano sia lo scoraggiamento che il pessimismo, ma pur sempre proiettati nella dimensione storica; vale a dire che i nostri nonni e i nostri genitori, anche nelle terribili difficoltà che vivevano, non avevano perso la speranza che le generazioni future avrebbero potuto ricostruire quel mondo in macerie e riprendere una vita serena e ordinata, proseguendo quel cammino di pace e di lavoro che la guerra aveva brutalmente interrotto. Essi dunque sentivano che la pace, e non la guerra, avrebbe dovuto essere il corso normale della storia; così come sentivano, soprattutto a causa della loro solida educazione cristiana, che la vita e non la morte avrebbe avuto l’ultima parola nelle cose di questo mondo, nonostante tutto e a dispetto di tutto, perché tale è la volontà di Dio; che dopo l‘agonia c’è la risurrezione e dopo la tristezza viene la gioia. Di conseguenza vivevano le difficoltà con animo forte e atteggiamento virile: non avevano tempo di piangersi addosso, e non appena il cannone ebbe finito di tuonare, essi erano già impegnati a sgombrare le macerie e a ricostruire le case, le città e le fabbriche; e dieci anni dopo che la guerra era finita avevano già fatto del’Italia una delle maggiori potenze economiche al mondo, un Paese pieno di vita e con un alto tasso di natalità – il che è sempre l’indice più sicuro per misurare lo stato di salute morale e di fiducia in se stesso di un popolo. Oggi invece la gente appare completamente ripiegata su se stessa, perfino in senso fisico: se ne va per la strada con aria furtiva, sospettosa, intimidita; bada alle faccende essenziali per la sopravvivenza e poi si affretta a tornare a casa, per chiudersi dentro senza vedere alcuno, a incretinirsi con la sola compagnia della televisione, la quale fa il suo sporco lavoro di spargere terrore a più non posso e far sì che il terrore non si allenti mai, non conosca alcuna flessione, ma permanga come una cappa invisibile e opprimente, dalla quale è impossibile uscire: al punto che se, per ipotesi romanzesca, domani tutti i media proclamassero che la pandemia è finita, molte persone non ci crederebbero e conserverebbero le abitudini di prima, a cominciare dall’uso dell’inseparabile mascherina, e dalla richiesta di potersi vaccinare contro un virus che non c’è più, che non c’era più neanche quando venne messo in commercio e che forse non c’è mai stato, visto che nessuno scienziato è mai riuscito ad isolarlo. E questo perché ormai tali abitudini sono entrate così a fondo nel modo di vivere delle persone, che difficilmente verrà il tempo in cui verranno deposte per dare luogo a un ritorno alla normalità. Tutto questo a causa di una guerra psicologica e mediatica quasi incruenta, considerato che il tasso di mortalità indicato dalle cifre ufficiali complessive rientra perfettamente nella media di tutti gli altri anni. La cosa strana è che i più spaventati e scoraggiati di tutti sembrano proprio loro, i vecchi: quelli che ricordano l’ultima guerra mondiale per averla vissuta da bambini, e dai quali pertanto ci si sarebbe aspettati che cogliessero la differenza fra dei pericoli reali, come quello dei bombardamenti aerei notturni (che li costringevano ad andare a letto indossando i vestiti, per esser pronti a scendere nei rifugi al suono delle sirene d’allarme) e un pericolo creato artificialmente al preciso scopo di tenere la popolazione in uno stato di paura permanente, di fragilità morale e dunque di più facile manipolazione da parte delle forze oscure che curano la regia di questa orrenda sceneggiata globale.

Le ragioni del maggiore abbattimento e della più profonda angoscia esistenziale che caratterizzano le reazioni degli uomini d’oggi  a una situazione di crisi, rispetto agli uomini delle generazioni che li hanno immediatamente preceduti, crediamo siano di due ordini di fattori. Da un lato vi è la coscienza, non del tutto errata, che la crisi attuale non è una delle tante crisi storiche, più o meno gravi, che si sono fin qui succedute, ma che segna una rottura irreversibile, una discontinuità radicale fra il mondo di ieri e il mondo di domani; e che tale discontinuità avrà degli effetti immediati e definitivi in ogni ambito della vita, sia sociale che individuale, in un certo senso abolendo la distinzione fra pubblico e privato e facendo di noi tutti delle rotelle di un solo ingranaggio, destinate a sottostare a delle regole rigide e universali, cui nessuno o quasi nessuno riuscirà a sottrarsi, o avrà anche solo il desiderio di farlo. Vale a dire la coscienza che il mondo si sta rapidamente avviando a diventare un unico, immenso campo di concentrammo, per giunta di una natura tale che i suoi prigionieri avranno perso la volontà di uscirne e probabilmente non vorranno farlo neppur e se ne avranno la possibilità materiale. Il secondo ordine di fattori riguarda il retroterra intellettuale, spirituale e morale degli uomini d’oggi, che è infinitamente più fragile di quello dei loro genitori e dei loro nonni. Tutti i punti di riferimento si sono sgretolati, tutto ciò che rende solida l’esistenza si è indebolito: la preparazione culturale è mediamente assai più bassa (nonostante il moltiplicarsi dei diplomi e delle lauree), le famiglie si sono sfilacciate e disgregate, il clero ha smesso di fare il suo dovere e lascia le anime abbandonate nella più totale confusione e nel relativismo più spinto. In breve, gli uomini d’oggi non poggiano più i piedi su un terreno solido, per cui non possiedono le risorse per fronteggiare una situazione di crisi con la stessa forza interiore che avevano i loro predecessori e che hanno mostrato di saper sfruttare anche in circostanze oggettivamente assai più difficili di quelle presenti. Se dovessimo sintetizzare in una sola parola il fattore determinante dello sbandamento attuale, diremmo: la disperazione. Gli uomini dei nostri giorni hanno perso la speranza: la speranza nel futuro, la speranza dei figli (che infatti non desiderano avere), la speranza nella ripresa economica, la speranza nella politica, la speranza nella giustizia, la speranza nella scienza, e in breve ogni umana speranza sulla quale avevano fatto, o creduto di fare, affidamento. E poiché hanno perso ogni speranza, in qualunque direzione rivolgano lo sguardo, sono diventati, alla lettera, dei disperati: degli uomini che non si aspettano più nulla di buono dalla vita e che perciò, inconsciamente, vorrebbero morire. Alcuni, specie fra i meno giovani, si spingono a dirlo apertamente: «Vorrei già essere morto»; oppure, il che è poco differente: «Meno male che fra qualche anno non ci sarò più, perché sento che non riuscirei ad adattarmi a vivere in un mondo di questo genere».

Eppure, sarebbe un’ultima e intollerabile vigliaccheria da parte nostra, dopo aver contribuito a creare una realtà come quella che stiamo vivendo, o averla permessa, se fuggissimo come disertori, abbandonando al loro destino le giovani generazioni, che non hanno colpa alcuna e che pure dovranno portarne tutto il peso negli anni a venire. Pertanto abbiamo il dovere morale di fare in modo che la nostra uscita di scena sia decorosa e soprattutto utile, ossia che prima di andarcene forniamo ai giovani almeno alcuni strumenti essenziali affinché possano trovare delle soluzioni ai problemi, apparentemente insolubili, che ci attanagliano nell’ora presente. Al tempo stesso, bisogna tener presente che i giovani, oggi, e non loro soltanto, hanno bisogno di una speranza che non sia una mera speranza umana, perché ogni speranza meramente umana poggia sull’incerto, mentre la speranza che ora è necessaria deve poggiare sulla roccia. E la sola speranza di questo genere è la Speranza cristiana: attesa fiduciosa di cose invisibili che sono state promesse dalla divina Rivelazione. La Speranza cristiana, la seconda delle tre virtù teologali, accanto alla Fede e alla Carità, supera la speranza meramente umana di quanto il cielo sovrasta la terra.

Scrive san Paolo nella Lettera ai Romani (4,18-32):

18Ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. 19L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. 20La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza 21che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. 22Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. 23Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. 24Nella speranza infatti siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo? 25Ma, se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza.
26Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; 27e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio.
28Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno. 29Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; 30quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati.

31Che diremo dunque di queste cose? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? 32Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?

C’è stato un tempo in cui, nei conventi degli ordini contemplativi, la tristezza era considerata come l’ottavo vizio capitale: non perché sia un vizio in se stessa, ma perché attraverso di essa si fanno strada facilmente tutti gli altri vizi, in quanto trovano abbassate e indebolite le difese della coscienza e della volontà. La tristezza opera in modo tale da lasciare la coscienza come intorpidita; e una coscienza intorpidita reagisce agli stimoli, compresi i pericoli, in maniera goffa e lenta, proprio come un organismo profondamente addormentato stenta a risvegliarsi e a fronteggiare eventuali minacce che si stiano avvicinando. Ma dove c’è la Speranza cristiana non  può esserci spazio per la tristezza: ecco perché quei bravi monaci (non sappiamo come vadano le cose nei conventi odierni, specie dopo il Concilio Vaticano II) la consideravano alla stregua di un vizio capitale. Ed ecco perché è falso pensare che la vita contemplativa si addica particolarmente alle anime tristi e malinconiche: è vero semmai il contrario, che essa richiede un sovrappiù di energia spirituale e di vitalità interiore, non certo un di meno.

Gesù, incomparabile conoscitore dei segreti più riposti dell’animo umano, e vero Uomo Lui stesso, oltre che vero Dio, lo sa benissimo; infatti, nel discorso d’addio ai suoi Apostoli, al termine dell’Ultima Cena, a un certo punto dice loro (Gv 16,1-11):

Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. 2 Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. 4 Ma io vi ho detto queste cose perché, quando giungerà la loro ora, ricordiate che ve ne ho parlato. Non ve le ho dette dal principio, perché ero con voi. Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: Dove vai? Anzi, perché vi ho detto queste cose, la tristezza ha riempito il vostro cuore. 7Ora io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò. 8 E quando sarà venuto, egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio. 9 Quanto al peccato, perché non credono in me; 10 quanto alla giustizia, perché vado dal Padre e non mi vedrete più; 11 quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato.

Gesù, dunque, promette ai Suoi il Consolatore, lo Spirito Santo: non solo agli Apostoli, ma a tutti quelli che sono suoi, anche nell’ora presente, perché hanno scelto Lui che è la luce, e rifiutato il Suo nemico, che è il signore di questo mondo di tenebre. E allora di che aver paura? Di che essere tristi?

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 04 Marzo 2021

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