domenica, 13 Giugno 2021
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Rifiutare la “ragione” necrofila per dire sì alla vita

L’intellettuale moderno è per sua natura un agente della Grande Necrofilia anche se si guarda bene dall’indagarne l’origine: tutto il suo pensiero è orientato verso la morte di Francesco Lamendola  

Il pensiero moderno è un pensiero malato fin alle origini, anche se la sua malattia – la tipica malattia del pensiero, cioè la pazzia – emerge con assoluta evidenza solo a partire da un certo momento della sua evoluzione, vale a dire verso la fine del XIX secolo. Oggi, a un secolo e mezzo da quell’epoca, è letteralmente impossibile non riconoscere tale caratteristica, che è la sua caratteristica essenziale: l’attrazione per tutto ciò che è morte, putrefazione, cadavere, effetto inevitabile della sua inclinazione verso ciò che è abnorme, ripugnante, mortifero. Ciò si manifesta, senza filtri, nel campo dell’arte, della musica e della danza, espressioni “pure” della relazione fa l’io e il mondo; ma è inequivocabilmente presente anche nel teatro, nella letteratura, nella poesia, nella filosofia, nella scienza e nella stessa teologia. La teologia moderna è una teologia da pazzi, cioè una teologia di morte: come non vedere che la svolta antropologica teorizzata da Karl Rahner e tenuta a battesimo dai sapientoni del Concilio Vaticano II, cioè dagli “esperti” prima ancora che dai vescovi, è, alla lettera, una forma di pazzia e un desiderio di morte? Mettere l’uomo al centro del discorso teologico significa ripetere il peccato di Adamo ed Eva: volersi mettere al centro dell’universo, voler essere come Dio, il che, per la creatura, equivale, più o meno consciamente, a voler morire.

Ed è anche la replica del non serviam di Lucifero. Ecco perché il Nuovo Testamento parla continuamente del peccato come del regno della morte: col Peccato originale la morte è entrata nel mondo, e con i peccati degli uomini la morte conserva il suo dominio, anche se la Morte e la Resurrezione di Cristo hanno messo in catene il diavolo e rinnovato la prospettiva di salvezza per essi. L’antitesi fra il regno della morte, cioè la condizione dell’uomo prima di Cristo e senza Cristo, e il regno della vita, cioè la condizione dell’uomo redento da Cristo, appare con scultorea evidenza in questo brano di san Paolo (Col 2,6-15):

6 Camminate dunque nel Signore Gesù Cristo, come l’avete ricevuto, 7 ben radicati e fondati in lui, saldi nella fede come vi è stato insegnato, abbondando nell’azione di grazia. Badate che nessuno vi inganni con la sua filosofia e con vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo. 9 È in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, 10 e voi avete in lui parte alla sua pienezza, di lui cioè che è il capo di ogni Principato e di ogni Potestà. 11 In lui voi siete stati anche circoncisi, di una circoncisione però non fatta da mano di uomo, mediante la spogliazione del nostro corpo di carne, ma della vera circoncisione di Cristo. 12 Con lui infatti siete stati sepolti insieme nel battesimo, in lui anche siete stati insieme risuscitati per la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti. 13 Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti per i vostri peccati e per l’incirconcisione della vostra carne, perdonandoci tutti i peccati, 14 annullando il documento scritto del nostro debito, le cui condizioni ci erano sfavorevoli. Egli lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce; 15 avendo privato della loro forza i Principati e le Potestà ne ha fatto pubblico spettacolo dietro al corteo trionfale di Cristo.

L’uomo moderno, però, avendo rifiutato la fede e avendo abbracciato la ragione illuminista, cioè la ragione che vuol farsi indipendente e assoluta, quale strumento per l’auto-divinizzazione dell’uomo, si trova nuovamente alle prese con questo problema angoscioso: l’incombere del senso della morte e, inevitabile conseguenza, il senso di inutilità, di vuoto e d’insensatezza del vivere. Infatti che senso ha continuare a vivere, quando si è capito il gioco della morte? Quando si è certi che la morte avrà sempre l’ultima parola, e che noi siamo solo dei moribondi in attesa della chiamata definitiva, esseri-per-la-morte, come diceva simpaticamente il gran maestro della contemporaneità, Martin Heidegger? Bisognerebbe avere la coerenza di certi personaggi di Dostoevskij, come il “logico” Kirillov ne I demoni,  o quella di un Carlo Michaelstadter, e scegliere la morte, se non altro per affermare l’ultima cosa che resti da affermare: la libertà di togliersi la vita. Non sarà molto, ma è tutto quello che resta alla creatura che voleva farsi dio e che scopre, assai malvolentieri, che tale desiderio è irrealizzabile. Una bella uscita di scena, drammatica e spettacolare quanto basta, per dire quell’ultimo non serviam, come un estremo guanto di sfida (ai megalomani si addice la teatralità) rifiutando di staccarsi dalla vita quando lo decide Lui, quel Dio che non si è voluto riconoscere e tanto meno adorare e che ci aveva offerto tutti i frutti della Sua creazione, tranne uno: quello che segna la differenza fra Lui e noi. Ma anche senza arrivare a tanto, l’intellettuale moderno è per sua natura un agente della Grande Necrofilia: anche se si guarda bene dall’indagarne le origini, e spesso anche la natura, tutto il suo pensiero, la sua arte, la sua musica, la sua scienza, sono orientate verso la morte. Le “conquiste” civili dell’aborto legalizzato, dell’eutanasia e del  cambio di sesso, nonché della fecondazione eterologa e dell’utero in affitto, ne sono la piena espressione. E non si dica che l’adozione di bambini da parte delle coppie dello stesso sesso, o da parte di signore ultrasessantenni che utilizzano l’ovulo della figlia e magari il seme del genero, sono manifestazioni di amore della vita: sono, al contrario, espressioni dell’amore di sé, “amore” inteso nel senso agostiniano dell’uomo che ama se stesso invece di rivolgere il proprio amore a Dio, col risultato di edificare la città del diavolo, contrapposta alla città celeste. Le recentissime vicende della cosiddetta pandemia e della cosiddetta emergenza sanitaria stanno mettendo impietosamente a nudo questa tendenza sadica e necrofila dell’uomo moderno. Che dire, ad esempio, del consiglio dato alla gente dal presidente della regione Campania, De Luca, di indossare la mascherina non solo tutto il santo giorno, ma anche a letto, quando si va a dormire? A parte l’assurdità e la nullità del significato medico di una cosa del genere, cioè equivarrebbe a inalare anidride carbonica, nonché particelle cancerogene, per ventiquattro ore su ventiquattro. Se non è lucida follia e pulsione di morte questa, non sapremmo cosa si possa definire tale.

Miguel De Unamuno colse il fatto che la religione cattolica difende le ragioni della vita contro un razionalismo che interpreta l’impulso di morte, anche se tale intuizione risulta sommersa e soffocata da una concezione complessiva (che ricorda da vicino quella pirandelliana, col contrasto fra persona e personaggio, fra vita e narrazione della vita) nella quale il cristianesimo appare come un tentativo per esorcizzare la paura della morte e del nulla, sulla base di una soggettività angosciata e non di una razionalità e una verità più alte di quelle sostenute dalla cultura moderna. Nel famoso saggio Del sentimento tragico della vita negli uomini e nei popoli (Piemme, 1999, pp. 104-105) egli scrive:

E perché ci deve scandalizzare l’infallibilità di un uomo, del papa? Che differenza esiste tra l’infallibilità di un libro: la Bibbia, di una società: la Chiesa, di un solo uomo? Cambia per questo la difficoltà razionale e sostanziale? E non essendo dunque più razionale l’infallibilità di un libro o di una società rispetto a quella di un solo uomo, bisognava affermare questo supremo scandalo per il razionalismo.

È il vitale che si afferma, e per affermarsi crea – servendosi del razionale, suo nemico – tutta una costruzione dogmatica, e la Chiesa la difende contro il razionalismo, contro il protestantesimo e contro il modernismo. Difende la vita. Contrastò Galileo, e fece bene, giacché la sua scoperta, inizialmente, e sin quando non fu armonizzata nell’economia delle conoscenze umane, tendeva ad infrangere la credenza antropocentrica secondo la quale l’universo è stato creato per l’uomo; si oppose a Darwin, e fece bene, giacché il darwinismo tende a infrangere la nostra credenza che l’uomo è un animale singolare, creato espressamente per essere reso eterno. E infine Pio IX, il primo pontefice dichiarato infallibile, dichiarò la propria irreconciliabilità con la cosiddetta civiltà moderna. E fece bene. (…)

La lotta recente contro il modernismo kantiano e fideista è una lotta per la vita. Può forse la vita, la vita che insegue la certezza della sopravvivenza, tollerare che un tale Loisy, sacerdote cattolico, affermi che la resurrezione del Salvatore non è un fatto di natura storica dimostrabile e dimostrato dalla sola testimonianza della storia?

Unamuno coglie nel segno allorché dice che la Chiesa difende le ragioni della vita contro una cultura che accompagna l’uomo verso l’idea della morte, e quindi verso il nichilismo; ma sbaglia quando contrappone fede e ragione, anche perché identifica la ragione con il razionalismo, che è l’assolutizzazione della ragione e che storicamente si colloca in un tempo preciso, a partire dal XVII secolo, per culminare nel XX, mentre oggi se ne vede già chiaramente il declino, attestato dal fatto che moltissimi scienziati e pensatori (non però gli scienziati mancati e i pensatori falliti, ossia la cattiva genia dei cosiddetti divulgatori scientifici e filosofici) l’hanno da un pezzo superato. Unamuno ha anche ragione quando vede nel modernismo non un mite e sincero tentativo di conciliare la fede col mondo moderno, ma un nemico pericolosissimo, perché i principi che esso afferma sono quelli della modernità e quindi si contrappongono frontalmente alla possibilità stessa della fede (ahi, povero Fogazzaro, il quale pensava tranquillamente di poter conciliare darwinismo e cattolicesimo, e si stupiva perché Pio X non volle riceverlo, o perché alcune sue opere vennero poste all’Indice: la sua sola scusante è che non capiva nulla di filosofia; avrebbe dovuto però, da credente, capire qualcosa del cattolicesimo). E ha ragione, ovviamente, quando dice che la Chiesa fece bene a condannare il modernismo con la massima energia; anche se poi spinge il ragionamento quasi all’assurdo (pirandellianamente, appunto) allorché sostiene che fece bene anche a condannare Galilei, in via prudenziale, perché, sul momento, il modello copernicano dell’universo poteva mettere in crisi la certezza antropocentrica dei cattolici (quantunque in questo argomento vi sia un fondo di verità). Però è semplicistico identificare la fede cattolica con la “vita”, e il razionalismo con l’angoscia per l’incombere della morte. La Rivelazione cristiana è il trionfo della vita sulla morte, ma non si contrappone affatto, bensì si accompagna, alla ragione naturale, come hanno mostrato fior di filosofi, a cominciare da Tommaso d’Aquino, e fior di poeti, come Dante Alighieri. E come dimostra l’architettura delle cattedrali, che è matematica pura innalzata alla spiritualità pura e alla trascendenza assoluta: il miracolo delle masse di pietra e marmo che paiono librarsi senza peso, vincendo la resistenza della materia, nel loro slancio formidabile verso la trascendenza e verso l’Assoluto.

L’uomo contemporaneo, dotato di computer e di gigantesche gru e pale meccaniche, non sarebbe capace di replicare una sola delle decine e decine di cattedrali costruite nel “buio Medioevo”, con la forza dell’intelligenza e della fede, innalzando le colossali pietre, una ad una, con strumenti del tutto rudimentali a paragone di quelli odierni. Chiunque guardi al Medioevo con occhio sgombro da pregiudizi, non può non notare la differenza stridente fra l’uomo medievale e l’uomo moderno: quello era un gigante, questo è divenuto un nano. L’uomo medievale era un gigante proprio perché sapeva farsi piccolo davanti al mistero di Dio, ma non fino al punto di disprezzare la ragione naturale, dono speciale di Dio ed elemento che lo fa simile al Creatore. Dio ha creato il mondo in maniera non solo amorevole, ma ragionevole: vi è armonia in esso, vi sono proporzioni, vi è un equilibrio insuperabile fra il transeunte e il permanente, fra il qui e l’altrove, fa il presente e l’eterno. Tutto nel mondo, che è kosmos, ordine, rinvia alla bellezza e alla verità dell’Assoluto, che traspaiono dalle opere del Creatore come indizio della sua mirabile sapienza. Per questo, cioè per l’estasi d’intravedere lo splendore di Dio nella bellezza delle creature, san Francesco esclamava: Laudato si’, mi’ Signore, per frate Sole, sorella Luna, frate focu, sora acqua, ecc.: non perché tali cose siano belle e preziose in se stesse, e vadano custodite come dei tesori in se stessi, indipendentemente da Colui che li ha fatti, come vorrebbe la falsa pastorale e la contro-dottrina, empia e sacrilega, del signor Bergoglio. Il quale ha assunto il nome di Francesco proprio allo scopo di contrabbandare questa truffa atroce: far credere che sia proprio dello spirito cristiano, anzi del santo più grande di tutti (dopo Giovanni il Battista) aver cura della “Madre Terra” e delle sue realtà, senza curarsi di rendere lode al vero Autore di tutte queste meraviglie. Che non è una divinità indistinta, magari immanente (la Pachamama) e neppure un generico “dio di Abramo” (misero escamotage per equiparare il cristianesimo all’ebraismo e all’islamismo): ma Colui del quel Gesù disse: Chi ha visto me, ha visto il Padre; nessuno può venire al Padre se non per mezzo di me.

A questo punto è chiaro in che consista l’inganno della modernità e quel che va fatto: lasciare soli ai loro sproloqui i maestri del nulla e della morte, e tornare a Colui che dice: Io sono via, verità e vita.

Del 07 Marzo 2021

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