martedì, 22 Giugno 2021
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Come vivere da cristiani in un mondo avvelenato di Francesco Lamendola

Una realtà che esiste solo nei sogni deliranti di progressisti annoiati e cattolici modernisti? Come la post-modernità è nata morta sostituendo il sentimentalismo al razionalismo di Francesco Lamendola 

A torto è diffusa l’opinione che il credente sia un sentimentale incline ad assecondare le proprie passioni, mentre l’ateo sarebbe un razionalista che usa in maniera appropriata la facoltà della logica: tale è l’immagine delle rispettive figure accreditata dalla cultura dominante della tarda modernità, ad esempio da Bertrand Russell o, ai nostri dì, da Piergiorgio Odifreddi. La realtà è esattamente al contrario: il credente è un seguace della vecchia, sana ragione naturale, e non c’è  nulla nella sua fede che vada contro di essa; vi sono, semmai, alcune cose che vanno oltre; mentre il razionalista è colui che crede ciecamente nell’idea illuminista di ragione, e crede inoltre nella scienza come principio assoluto, e nella tecnica come soluzione di ogni problema: e ci crede ciecamente, devotamente, in maniera appunto passionale, o meglio sentimentale. Per essere ancora più precisi, possiamo dire che la modernità vera e propria – che inizia con Lutero, Machiavelli e poi Cartesio – esalta la ragione assoluta, in maniera astratta e togliendo di mezzo l’ostacolo dell’oggetto, cioè il confronto con il mondo reale (vi è qualcosa di delirante, di allucinato, in ciascuno di quei cattivi maestri: il disprezzo nei confronti della realtà e la sfrontatezza con cui sostengono fino in fondo delle tesi chiaramente assurde), mentre la post-modernità di questi ultimi anni, preso atto dell’esaurimento del ciclo, contesta la pretesa dei moderni alla razionalità assoluta, ma sostituisce quest’ultima con il substrato che già era presente, sia pure implicito, e cioè il sentimentalismo. Ed ecco che alla comprensione del reale, che era stato negato, e ciò aveva condotto alla pazzia, si sostituisce lo slancio “autentico” del sentimento verso la vita e si cade in un esistenzialismo che non sa rendere ragione di se stesso, perché esalta l’atto di esistere ma non sa come spiegarlo, né dove indirizzarlo. In questa esaltazione della “nuda vita”, del puro esistere, ha finito per cadere anche la cultura che per millenni aveva resistito sulle proprie basi realiste e razionali (ma non razionalistiche), salda come la roccia: la cultura cattolica. A partire dalla teologia di  Karl Rahner e dalla svolta antropologica, cioè a partire dal Concilio Vaticano II, i fautori di una realtà assoluta e trascendente, che si manifesta in un mondo ordinato e razionalmente comprensibile, e in una molteplicità di creature caratterizzate dalla bellezza, riflesso di quella divina, si affrettano a farsi discepoli (in ritardo di quattro o cinque secoli) della modernità, ormai ridotta a cadavere. Ironia del destino: avrebbero vinto su tutta la linea se avessero perseverato ancora per poco, invece hanno preferito mettersi al seguito di un cadavere, sperando così di racimolare qualche briciola di consenso e  rendersi più graditi agli occhi del mondo.

E adesso la situazione è questa: la modernità è morta, ma ha trovato nuovi sostenitori nei cattolici modernisti; la post-modernità è nata morta, cioè sostituendo il sentimentalismo al razionalismo e idolatrando una cosa, la vita, che non è e non può essere il fine di tutto, quantunque sia lo strumento prezioso per fare ogni cosa. L’orizzonte sembra chiuso da ogni parte, forze cadaveriche ingombrano il terreno e gli uomini d’oggi paiono intrappolati nel groviglio delle loro debolezze, delle loro velleità naufragate e delle loro pensose contraddizioni. In politica, in economia, in filosofia, nell’arte, nella stessa scienza, ovunque si vedono uomini vecchi, che pensano in modo vecchio, che cercano soluzioni a problemi nuovi con strumenti che hanno già fallito mille volte e mostrato a tutti, tranne che ai loro testardi sacerdoti, la loro piena e clamorosa inefficacia. Non saranno essi di certo a portarci fuori dalla palude ove siamo sprofondati; non sarà da loro che verrà la scintilla del risveglio, l’inizio di una ripresa e, possibilmente, di una rinascita. I loro occhi credono di guardare avanti, ma in realtà guardano solo se stessi: sono talmente autoreferenziali che scambiano se stessi per il mondo, e le loro idee per il principio di realtà: anche se sono idee che confliggono frontalmente, e non da ieri, ma da quattro secoli, col principio di realtà. Si prenda il buonismo, per fare un esempio, di cui il migrazionismo sul piano esterno, e il permissivismo sul piano individuale, sono tipiche espressioni: nasce col giusnaturalismo del 1600, si afferma con Rousseau e col mito dell’innocenza infantile e della società cattiva: e ci ha condotti al disastro, perché la realtà non è così, l’uomo non è così, il bambino non è così, le relazioni fra i diversi popoli non funzionano come dicono quei signori. È tutto sbagliato, dal principio alla fine: non c’è niente di vero nelle loro affermazioni, è tutto un castello di idee deliranti, d’ipocrisie e di falsità, che costoro si ostinano a tenere in piedi per il satanico orgoglio di non voler confessare il fallimento. E così seguitano per la strada sbagliata, insistono con politiche peggio che fallimentari, addirittura suicide: ma guai a contraddirli, guai a metterli davanti alla loro incapacità. Così, preferiscono inventarsi una “realtà” che esiste solo nei loro sogni e nelle loro fantasticherie di progressisti annoiati, che non sapendo come passare il tempo s’inventano le cose che a loro fanno piacere, e pretendono poi d’imporre a tutti le loro farneticazioni al posto della realtà vera, e ci intimano di riconoscere – per parafrasare un celebre aforisma di G. K. Chesterton – che l’erba è rossa e il cielo è verde, minacciandoci, se non lo facciamo, di trattarci da nemici del popolo. Loro, che sono da sempre il cancro della società sana, i parassiti del popolo che lavora e produce, non fantasticherie da quattro soldi, ma beni e servizi reali, utili agli esseri umani, alla loro vita e alle loro attività.

La conseguenza, per gli uomini d’oggi, e specialmente per i cristiani, è che il mondo in cui essi vivono è più che mai il mondo nel senso biblico della parola, un kosmos che non è più ordinato, perché ha smarrito il principio divino, e un eone (letteralmente, il tempo in senso assoluto, e dunque il “secolo”) nel quale la verità, la giustizia, la bellezza e la bontà sono atrocemente sovvertite e capovolte. È un mondo alla rovescia, dove il bene diventa male e il male diventa bene, dove il bello diventa brutto e il brutto diventa bello, e così via. In verità, il mondo in se stesso tende a questa sovversione: perché il mondo, creato buono da Dio, si è pervertito a causa del Peccato originale. Nondimeno, la civiltà moderna ha portato tale rivolta contro il bene, il vero, il giusto e il bello, fino alle estreme conseguenze, e ciò per una ragione storica precisa: il rifiuto di Dio, il rifiuto della metafisica, la perdita dell’oggetto, il disprezzo del principio di realtà, la folle hybris, o dismisura, per cui l’uomo vuole oltrepassare il proprio statuto ontologico, vuole farsi protagonista assoluto della storia, vuole farsi signore supremo del mondo. Ma il Signore supremo del mondo è sempre e unicamente Colui che lo ha creato: la creatura, per quanto creatura privilegiata, perché creata a immagine del suo Creatore, non può prendere il posto di Dionon avrai altro Dio fuori che me. Invece l’uomo moderno ha voluto farsi il dio di se stesso; non ha accettato la sua condizione creaturale, non ha voluto rendere al suo Creatore il dovuto omaggio di amore, dedizione e gratitudine; ha pronunciato il suo satanico Non serviam e si è posto con ciò stesso nelle mani del nemico supremo, il nemico per antonomasia, il Diavolo.

Scriveva Rudolf Schnackenburg (Kattowicz, ora Katowice, in Slesia, 5 gennaio 1914-Würzburg, 28 agosto 2002), un teologo da molti considerato come il più grande esegeta e biblista tedesco del XX secolo, nel suo libro L’esistenza cristiana secondo il Nuovo Testamento (titolo originale: Christliche Existenz nach dem Neuen Testament, München, Kösel Verlag, 1967; traduzione dal tedesco di Enzo Gatti e Giorgio Mion, Modena, Edizioni Paoline, 1971, pp.160-161):

San Paolo sa che ci troviamo ancora “in questo eone”. È vero che Gesù si è sacrificato per noi onde salvarci dal malvagio mondo (= eone) presente (Gal. 1,4), ma durante la nostra esistenza terrena vi siamo ancora trattenuti. Ma cosa significa “questo secolo (eone)”? Secondo il pensiero della Bibbia ci sono diversi “eoni”, cioè epoche. All’Apostolo è nota la dottrina tardo-giudaica dei due eoni, secondo la quale a “questo eone” è opposto “l’eone” che verrà. Soltanto il mondo futuro sarà l’autentico “eone” della salvezza. Nel pensiero di Paolo questo schema viene infranto perché noi in Cristo già fin d’ora siamo diventati “creatura nuova” (2 Cor 3,17) ed intimamente apparteniamo già al futuro eone di salvezza. San Paolo però sa anche che noi, in quanto uomini i quali vivono nella storia, siamo tuttora esposti  a questo eone di perdizione, proprio per la nostra esistenza terrena. “Se qualcuno tra voi si stima sapiente secondo questo mondo (= eone), diventi stolto per divenire sapienti (1 Cr 3,18). “Questo mondo” non indica solo un’epoca, il nostro tempo storico, ma è anche un concetto qualitativo. È il nostro tempo e la nostra storia in quanto inclinata al male o, come Paolo secondo il pensiero contemporaneo si esprime, sotto l’influsso di forze e potenze malvagie”. Satana è il Dio di questo secolo (eone) che ha accecato le menti degli increduli (2 Cor 4,4), ma neppure il cristiano [non] è ancora sottratto alle insidie di Satana (…).

Così anche il cristiano vive tuttora in un’atmosfera avvelenata, in una zona lasciata per ora “ai prìncipi di questo mondo (eone) “ (1 Cor 2,8). Benché egli abbia diritto ad un’altra cittadinanza e la sua vera patria sia il cielo (Fil 3,20) egli deve tuttavia sopportare il soggiorno nella colonia terrena, vale a dire l’esilio in un mondo a lui estraneo ed ostile.

Poiché anche il “mondo” di adesso, “questo mondo” è ostile a Dio. In esso è di casa “la sapienza di questo mondo” (cf 1 Cor 1,20): ciò che per l’uomo greco era la cosa suprema (la sapienza) , per san Paolo ha, come in questo caso, un significato negativo. “La figura di questo mondo passa”, ma per ora essa domina la scena (1 Cor 7,31b). Le preoccupazioni per le cose di questo mondo ci distraggono dal Signore (1 Cor 7,32 ss). È questo un concetto di mondo diverso da quello a cui siamo abituati.  Con esso la creazione non viene considerata nel suo ordine e nella sua bellezza (come il concetto greco di “kosmos”), bensì quale oscura, sofferente e malvagia storia vissuta dall’uomo In definitiva, “questo” mondo transitorio non è nient’altro che l’eone della perdizione, cui è votato.

Noi stessi siamo ancora “nella carne”, non più, certo, in quel senso negativo secondo il quale siamo totalmente dominati dalla carne (cf Rm 7,5) e costretti a vivere “secondo la carne” (Rm 8,4ss) ma pur sempre continuiamo a essere legati all’esistenza corporale (Gal 2,20; Fil, 1,22). Noi viviamo ancora nella carne (2 Cor 10,3), cioè in un corpo mortale e soggetto alle tentazioni (Rm 6,12).  Questa è e rimane anche per il cristiano una situazione pericolosa…

E dunque, se è pericolosa la situazione del cristiano che vive pur sempre, per la sua parte carnale, nella dimensione terrena; e se il mondo moderno si può considerare come “il modo”  nel senso neo-testamentario della parola, cioè il regno di Satana, o quantomeno il regno dell’uomo purtroppo dominato da Satana dopo la caduta del Peccato originale: come si deve giudicare il pastore che spalanca il recinto, invita le pecore ad uscire a afferma che non c’è più alcun lupo nei paraggi, mentre è vero il contrario, che tutto intorno un intero branco di lupi affamati e crudeli si aggira spiando il momento in cui lanciarsi contro le pecore? Ebbene, questa è precisamente la situazione che si è creata nella Chiesa cattolica con il Concilio Vaticano II. Improvvisamente dei pastori impazziti hanno proclamato che la guerra è finita, che il lupo è diventato buono e che non c’è alcun pericolo ad uscire e incamminarsi sulle strade del mondo; che anzi il mondo in se stesso è diventato buono, un luogo nel quale si può e si deve dialogare con tutti, anche coi peggiori nemici, che in realtà non sono più nemici, ma sono diventati, chi sa come, dei carissimi amici, anche se è evidente che i loro occhi dicono tutt’altro e se è sufficiente osservarli un poco per accorgersi che hanno semplicemente nascosto il coltello sotto la veste, in attesa di sferrare il colpo mortale. E si badi che non stiamo parando solo dei nemici esterni, che pure sono mortalmente pericolosi, ma anche e soprattutto di quelli interni: le tentazioni dell’anima, che vengono dal Diavolo e che, a partire da quel momento, sono diventate quasi un tabù, al punto che la parola “tentazione”, come d’altronde la parola “peccato”, è stata quasi abolita dal vocabolario dei sacerdoti e non la si ode più nemmeno nel corso delle omelie della santa Messa.

Che fare, dunque? Come si può vivere in un mondo impazzito, corrotto, avvelenato? Come può un cristiano rimanere nella grazia di Dio, trovandosi ad adottare, quasi inavvertitamente, il modo di vivere degli altri, dei nemici di Cristo, bugiardamente fatti passare per nobilissimi amici, e magari addirittura per dei fratelli maggiori, cui si deve onore e rispetto? Come può ad esempio un cattolico, che svolge la professione medica, lavorare tranquillamente in un ospedale ove quotidianamente si pratica l’aborto volontario, e lo si fa con la sicurezza e la normalità con cui si esercita un diritto garantito per legge? Non c’è una risposta bella e pronta. Il cristiano deve vigilare, valutare caso per caso e regolarsi secondo le circostanze, avendo sempre Gesù per modello. Lui è la bussola che non  inganna mai. A differenza di altre, come la Pachamama, che indicano semmai la strada per l’inferno.

E poi, il cristiano deve sempre sperare: non la speranza vuota del mondo, ma la solida Speranza fondata sulla promessa indefettibile di Gesù Cristo: Ecco, io sono con voi sino alla fine del mondo.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 10 Marzo 2021

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