domenica, 13 Giugno 2021
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Siamo come “Schiavi impazziti” di Francesco Lamendola

Abolito “il silenzio” ci siamo ridotti a schiavi impazziti. Tra mondo reale e mondo virtuale la domanda è: “Che cosa ha reso la gente tanto disposta a credere a qualsiasi cosa venga raccontata dai giornali e dalle televisioni?” di Francesco Lamendola  

La domanda, per le generazioni che verranno, sarà una e una sola: come sia stato possibile che, all’inizio del secondo decennio del ventunesimo secolo, gran parte dell’umanità si sia fatta ingannare da pochi miliardari ultrapotenti e abbia creduto alla diffusione di una pandemia che non c’era, e accettato di sottomettersi alle gravose limitazioni di un’emergenza sanitaria della quale non vi era alcuna necessità; e si sia piegata a dei protocolli sanitari e a delle misure di cautela che hanno colpito a morte la parte produttiva delle classi medie, credendo con estrema facilità a tutto quel che veniva dall’alto e applicando tutte le norme, i decreti e le disposizioni presi d’urgenza dai governi, spesso non eletti e privi di opposizione e di garanzia delle minoranze, e senza che vi fosse alcun passaggio parlamentare né alcuna ratifica da parte del voto popolare, e questo anche nelle cosiddette democrazie mature.

A rendere ciò ancor più sconcertante è il fatto che tutto questo è accaduto in un momento storico in cui esistono gli strumenti d’informazione e conoscenza che permettono di capire se i governanti dicono la verità riguardo a una eventuale pandemia e alle eventuali misure di profilassi; in cui, ad esempio, con un semplice click, si può accadere ai dati ufficiali, nel caso dell’Italia ai dati dell’Istituto Nazionale di Statistica (per quanto pubblicati in maniera volutamente confusa e poco logica), e constatare che non c’è alcuna pandemia, per la semplicissima ragione che i dati dei decessi complessivi, su scala annuale e su scala mensile, rientrano perfettamente nella media registrata nei mesi e negli anni precedenti. Quanto ai medici, si presume che dovrebbero ben cogliere la differenza fra un paziente che soccombe a un insieme di gravi patologie, alle quali, da ultimo, si aggiunge un virus influenzale, e il fatto che tale paziente sia morto a causa di quest’ultimo fattore: una differenza che dovrebbe essere chiara come la differenza fra il giorno e la notte, anche a un medico alle primissime armi, appena uscito dall’università, anzi anche a un semplice infermiere con un minimo di pratica ospedaliera. Così pure, anche un biologo o un virologo che abbiano appreso l’ABC minimo e indispensabile delle loro discipline, sanno, o dovrebbero sapere, che l’uso della mascherina di garza sul naso e sulla bocca serve a bloccare l’inalazione delle molecole d’aria contenenti quello specifico virus (fra i milioni e milioni di virus che vagano in un metro cubo d’aria) pressappoco quanto una cancellata in ferro, o le sbarre di una finestra che lasciano dei vistosi riquadri aperti, potrebbero bloccare il passaggio di mosche, zanzare o altri insetti. Non parliamo poi di un ministro dell’istruzione che ritiene di contrastare il virus imponendo l’uso della mascherina tutto il giorno ai bambini dell’asilo e della scuola elementare, o facendo arrivare decine di migliaia di banchi con le rotelle, per poterli più facilmente distanziare l’uno dall’altro, nelle singole aule; banchi poi subito messi in cantina o privati delle rotelle, ma risultati comunque inadatti all’utilizzo per il peso e le dimensioni troppo contenuti. O di un governatore di regione che terrorizza la popolazione affermando che è da criminali formare il sia pur minimio assembramento e che le persone di buon senso dovrebbero tenere indossata la mascherina non solo tutto il giorno, ma anche la notte, quando vanno a letto a dormire. O del vertice della Chiesa cattolica che accetta di buon grado di sprangare le chiese, di ridurre drasticamente l’accesso ai fedeli, d’imporre l’uso della mascherina durante le sacre funzioni e che non trova nulla da obiettare se le forze dell’ordine irrompono nel bel mezzo della santa Messa e impongono con arroganza al sacerdote, nel momento dell’elevazione, d’interrompere la sacra funzione, e questo perché si è permesso di celebrare in una chiesa semivuota, con una dozzina di persone in tutto, ben distanziate e con la mascherina, per onorare un defunto. Eppure tutte queste cose sono avvenute, e ne sono avvenute e ne avvengono di ancor più strane, assurde, dannose alla salute della gente; e avvengono quando chiunque può informarsi, solo che non lo faccia attraverso i canali dell’oligarchia mediatica, perché, grazie a Dio, esistono ancora dei siti internet indipendente ed esistono alcune radio e televisioni che effettuano una vera e libera informazione, e offrono tutti gli elementi per capire quel che sta succedendo: se certe misure sono necessarie o no, se un pericolo mortale incombe sull’intera popolazione o no. E stiamo parlando di un virus che non è mai stato isolato (ma per il quale si pretende di aver approntato un vaccino efficace, anzi tutta una serie di vaccini) e che, anche sommandosi ad altre patologie, produce una mortalità dello zero virgola qualcosa sulla percentuale totale della popolazione, quasi esclusivamente fra le persone in età avanzata: esattamente come tutte le influenze di tutti gli altri anni.

La grande domanda, pertanto, è cosa abbia reso le persone così suggestionabili, così credule, così fragili. Negli anni ’60 ci fu una seria epidemia d’influenza, la cosiddetta asiatica, che fece migliaia di morti: ma basta guardare i telegiornali dell’epoca per vedere la differenza fra il terrorismo psicologico dei media dei nostri giorni e la maniera serena, obiettiva e rassicurante con la quale la Rai trattava, allora, quella notizia. Tuttavia, l’influsso esercitato dai media non è sufficiente, o meglio, non fa che spostare la domanda: che cosa ha reso la gente tanto disposta a credere a qualsiasi cosa venga raccontata dai giornali e dalle televisioni, considerando anche che il tasso d’istruzione odierno è assai superiore a quello di sessanta anni fa? A noi sembra che, fra i numerosi fattori che hanno contribuito a determinare questo stato d’animo nella popolazione, basato sulla paura e del tutto impermeabile ad argomenti di ordine razionale, uno sia stato decisivo, anche se nelle analisi che sono state fatte risulta pressoché assente: l’incapacità della stragrande maggioranza delle persone di stare in silenzio. Lo spirito critico, e quindi la capacita di smascherare le menzogne e riconoscere la verità dei fatti, ha un presupposto: l’ascolto ponderato e prolungato. Chi è abituato a parlare sempre, o ad ascoltare sempre e indiscriminatamente qualsiasi voce pur di non restare in silenzio, è tagliato fuori in partenza dalla possibilità di formarsi una propria idea, obiettiva e circostanziata, intorno alla realtà: deve per forza adottare l’idea di qualcun altro. Ora, da anni e da decenni, le persone della società contemporanea non sanno più fare a meno del silenzio: hanno sempre bisogno di rumore, di chiacchiera, di qualcosa che rompa il silenzio. Al bar c’è la musica ad alto volume, per cui è difficile parlare con l’amico. Nelle case, specialmente all’ora dei pasti, ma spesso anche al di fuori di essa, più o meno dalla matitina a tarda notte, la televisione è accesa e va per conto suo, sovrastando le voci di chi ci abita; di solito ogni membro della famiglia ne ha una, nella propria camera, per cui la sera ciascuno si ritira e la guarda stando a letto; oppure passa ore e ore al telefonino. In automobile, anche da sole, molte persone ascoltano la radio, o musica rumorosa, o parlano al telefono con qualcuno. Ecco: il telefonino soprattutto ha dato il colpo di grazia alla capacità degli uomini di stare da soli e in silenzio; improvvisamente, tutti hanno scoperto di dover parlare di tutto con tutti, o di dover condividere i pensieri e le esperienze, anche più banali, con decine e centinaia di ”amici” sui social network. Al ristorante, la signora che si è seduta da sola fa la fotografia di ogni piatto che le servono in tavola e lo invia a qualcuno, al marito lontano, o forse a un’amica, prima di decidersi a mangiarlo, magari già freddo. Da anni ci siano abituati a queste scene: la gente cammina per la strada, o va in bicicletta, o guida la macchina, e intanto parla al telefonino, manda e riceve messaggi: non guarda avanti a sé e intorno a sé, guarda lo schermo del proprio cellulare e la tastiera su cui formare le parole; tiene le spalle curve e rischia d’inciampare, o di andare a sbattere, perché il mondo reale, in quel momento, per lei non esiste più, esiste solo il mondo virtuale. E quel che accade realmente e in quel momento diviene insignificante, fosse pure un incendio o la caduta di un meteorite: l’attenzione è rivolta altrove. E sempre c’è il rumore di fondo della chiacchiera, del parlare tanto per parlare, ma a distanza, senza il contatto diretto: un triste rito celebrato a distanza e nel quale il piacere della compagnia è stato di fatto sostituito da quello, narcisistico, di essere al centro della conversazione.

Con simili premesse, non stupisce che la gente si sia adattata così facilmente al Racconto Unico della (falsa) pandemia, e si sia rassegnata a comportarsi esattamente come preteso dalle autorità. L’importante era poter mantenere i rapporti personali tramite i social, ossia con una modalità “fredda”: e pazienza se le persone fisiche dei genitori, dei figli, dei nonni o degli amici sono altrove, e davanti a noi ci sono solo le loro immagini, che ci parlano e ci guardano dallo schermo del computer o del telefonino. L’importante era, ed è, che il silenzio non s’imponga; l’importante è che ci sia sempre qualcuno che parla, che ci sia della musica, che ci sia uno scambio d’immagini, di foto, di notizie, magari stupide, inutili, volgari, ma comunque uno scambio, beninteso a debita distanza: e la gente sopporta tutto il resto, si adatta facilmente a tutto il resto. Anche molti di coloro che avrebbero mille ragioni di essere arrabbiati, anzi furibondi, cioè quelli costretti a chiudere o sospendere le loro attività lavorative, con la prospettiva di non poterle mai più riaprire, perché ridotti al fallimento dai mancati guadagni e dalla pressione implacabile delle tasse, delle bollette e delle spese ordinarie di manutenzione delle proprie aziende o dei propri locali, di fornitura delle materie prime, di pagamenti del personale.

Scriveva Romano Guardini in Libertà, grazia, destino (Brescia, Morcelliana, 1968; cit. in: Eugenio Borgna, Le figure dell’ansia, Milano, Feltrinelli, 1998, p. 170):

La vita rimane sana solo quando continuamente rinnova l’esperienza della solitudine; in una certa misura ciò avviene in ognuno: in modo esemplare avviene in alcuni, a nome di tutti. Nella solitudine l’uomo inserito strettamente nella trama dei rapporti della comunità si desta alla consapevolezza della sua persona. (…) Questo inoltrarsi nella solitudine, nello spazio dell”’io stesso con me stesso”, è dovere, e spesso assai pesante, perché l’uomo viene qui in contatto con le potenze e le tensioni del suo intimo, con le esigenze incalzanti della sua coscienza.

Infatti l’incapacità di restare soli e in silenzio ha come primo effetto un indebolimento del carattere e della volontà, oltre che delle facoltà critiche razionali. La persona che non sa più stare sola si dimentica della propria interiorità, che è il serbatoio di energie morali e spirituali al quale attingere, specialmente nei momenti di difficoltà e di crisi, ossia di passaggio. Quello che stiamo vivendo è un momento di difficoltà e di cambiamento: un gigantesco rito di passaggio da una realtà nota a una ignota; un rito purtroppo che ci viene imposto per oscure ragioni e del quale non sappiamo neppure riconoscere i segni. L’arrivo del vaccino a sirene spiegate, con le motociclette della polizia ai lati del furgone che lo trasporta e la popolazione in trepida attesa che scoppia in un applauso liberatorio: tutto ciò delinea un rito vero e proprio, e più precisamente un rito di salvezza collettiva: non si attende più la salvezza dal Redentore, e infatti si possono anche chiudere le chiese per la ricorrenza della santa Pasqua, ma la si attende dalla medicina e dalla farmacologia. Non è più importante la salute dell’anima, ma quella del corpo: questa è divenuta il massimo valore, di fronte al quale ogni altro si deve inchinare. Il medico, il virologo, sono diventati i nuovi sacerdoti della nuova religione; gli amministratori pubblici che blaterano dallo schermo della televisione, tutti i santi giorni, per ripetere la solita litania di cifre taroccate, i nuovi contagi, di nuovi tamponi, i nuovi vaccinati, i nuovi decessi e le nuove dimissioni di pazienti dagli ospedali, sono i sacerdoti di secondo livello, gli aiutanti, anch’essi molto seguiti e ascoltati, anche se meno importanti di quegli altri sacerdoti, i medici e i biologi, e specialmente coloro i quali stanno fabbricando i vaccini per la nostra salvezza, non badando a spese né a fatiche, tutto per il nostro bene, tutto per un amore disinteressato della umanità. E così quelli che li finanziano, i Gates, i Soros, i Zuckerberg, i Rotschild, i Bezos: tutti grandi filantropi, tutti grandi sacerdoti della nuova religione di salvezza (fisica).

Non c’è più posto per Dio, per un dio trascendente, nel nuovo scenario che si è delineato nel giro di pochi mesi: è divenuto un di più, un oggetto superfluo, del quale si può e si deve fare a meno. Gesù Cristo, poi, che muore sulla croce per amore degli uomini: ma chi ci crede più, ma chi ne vuol sapere? Le priorità sono altre, anche nell’ordine spirituale: il dialogo, l’inclusione, la misericordia, l’astensione del giudizio anche di fronte ai peccati più ripugnanti, quelli che un tempo si diceva che gridano vendetta davanti a Dio. L’aborto volontario, ad esempio, eseguito nelle strutture pubbliche e a spese della sanità pubblica, cioè di tutti i contribuenti, credenti o no: è una conquista di civiltà, giusto? Va nella direzione di fare dell’uomo (della donna, in questo caso), il protagonista assoluto della propria vita; il padrone perfettamente autonomo delle proprie scelte, anche quella di mettere o non mettere al mondo una  nuova vita in arrivo. Ecco: in questo, in questa libertà inebriante, l’uomo (o la donna) si sente Dio, si sente finalmente pari a Dio. E si realizza il suo antico sogno, cui hanno dato voce le parole del serpente: Se mangerete i frutti di quest’albero voi non morirete, anzi diverrete simili a Dio.

Del 08 Marzo 2021

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