venerdì, 24 Settembre 2021
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Addio scuola, “Feudo Catto-Comunista” di Francesco Lamendola

Addio scuola, da anni è un feudo catto-comunista. Il 68’, l’indottrinamento degli studenti e la distruzione del loro senso critico? Una truffa pedagogica già compiuta negli anni ’80: storia di un monopolio, che dura fino a oggi di Francesco Lamendola  

A lungo le forze politiche moderate, dopo la Seconda guerra mondiale, forti della maggioranza parlamentare di cui disponevano, indice di un autentico radicamento sociale, si sono accontentate di gestire il potere; hanno sottovalutato la fucina del potere futuro, la scuola, lasciando quest’ultima completamente in mano alle forze di sinistra, il cui scopo era quello di giungere al potere, tramite l’indottrinamento delle nuove generazioni e la distruzione del loro senso critico, in altre parole quello di rifare i cervelli della popolazione in modo da competere vittoriosamente con le odiate forze del moderatismo. Curiosa ma significativa inversione di ruoli: i marxisti, assertori di una visione materialistica della storia, hanno sempre posto ogni cura nella conquista dell’intellighenzia, implicitamente ammettendo che il motore della storia sono le idee, non l’economia e in ultima analisi lo stomaco, pieno o vuoto, delle classi lavoratrici; mentre i moderati, spesso d’ispirazione cattolica, che in teoria leggono il reale in termini essenzialmente spirituali, di fatto si sono concentrati sulla gestione del potere, perdendo la presa sui valori e sui modi di pensare e sentire delle persone comuni. E non c’è voluto molto tempo alla minoranza di sinistra per effettuare la conquista delle masse: all’incirca lo spazio di una generazione; il che, in termini storici, è un tempo veramente breve. In Paesi come l’Italia e la Francia tale conquista, iniziata negli anni ’60, era già un fatto compiuto verso la fine degli ’80.

Un celebre saggio di Jean François RevelLa conoscenza inutile, che descrive, fra le altre cose, questo fenomeno, è apparso infatti più di trenta anni fa (titolo originale: La connaissance inutile, Grasset & Fasquelle, 1988; traduzione dal francese di Alessandro Serra, Milano, Longanesi & C., 1989, pp. 298-300):

La conquista della scuola da parte della sinistra (marxista, non liberale) è avvenuta in tutta l’Europa. In Italia, l’azione di sottrarre alla scuola la sua funzione originaria, l’insegnamento, per metterla al sevizio dell’indottrinamento politico, si è svolta in due tempi. A partire dal 1968 si scatenò una battaglia della sinistra per far sopprimere tutti i manuali. «No al libro di testo!» si può leggere in una pubblicazione del sindacato degli insegnanti. «È pagato dai lavoratori anche quando l’acquista lo Stato. È un affare di miliardi per l’industria editoriale. È imposto dalla scuola dei padroni. Promuove un tipo di istruzione che non serve ai lavoratori. Favorisce una cultura squalificata e classista.» Questo ragionamento ricorda la tesi sviluppata durante gli anni ’60 dal sociologo francese Pierre Bourdieu in “La Reproduction”; secondo Bourdieu l’insegnamento non sarebbe mai servito ad altro che a “riprodurre” la classe dirigente. Per questo, ci viene annunciato nel seguito del manifesto citato, «gli insegnanti del sindacato CGL scuola del collettivo didattico-politico hanno deciso in assemblea di rifiutare l’adozione del libro di testo». Questa arringa in favore di un ritorno alla trasmissione orale del sapere seminò un comprensibile panico tra le file degli editori di testi scolastici, che da un giorno all’altro si videro già sul lastrico. Fu allora che il partito comunista venne in loro soccorso: ebbe inizio così il secondo momento dell’operazione. I manuali possono sopravvivere, si sentirono notificare gli editori, a condizione, che si mettano al servizio del bene e non del male. In uno studio pubblicato da una delle case editrici del PCI [“Calendario del Popolo” 1972, n. d. t.] si legge che «occorre una scuola che cerchi di abbattere gli ostacoli alla formazione di personalità rivoluzionarie». Gli editori obbedirono senza indugi e, a partire dal 1976, presero a produrre manuali in linea con l’ideologia che era stata loro proposta con pesante insistenza. In Italia come in Francia essi cedettero al ricatto commerciale: essendo gli otto decimi del corpo docente composti, se non di comunisti iscritti, almeno di adepti della “vulgata marxista” (secondo la formula di Raymond Aron), gli editori non rimase altra scelta che quella tra l’obbedienza e la rovina. Il risultato fu edificante. (…)

La cosa più triste è che questo tipo di truffa pedagogica abbonda a tal punto nei manuali scolastici a che finiamo per limitarci a riderne. Senza dubbio, la falsificazione scolastica ha in qualche modo sempre imperversato,  ma ci sono periodi in cui essa resta contenuta entro limiti tollerabili grazie a un minimo di serietà scientifica, mentre in altri questi limiti vengono superati. Inoltre, la democratizzazione dell’insegnamento, l’inizio dell’era dell’educazione di massa, ha esteso prodigiosamente il campo d’azione e accresciuto il numero delle vittime della propaganda scolastica. (…)

Gli insegnanti, almeno la loro corrente dominante, si sono fissati come obiettivo la formazione della “personalità di base” marxista dei loro allievi. (…)

A partire dal 1968, e dalle rivolte ispirate dalla contro-cultura americana che in quell’anno dilagarono, una seconda componente ideologica si aggiunse alle pratiche grossolane della puerile e cinica censura [marxista], vale a dire l’idea che si dovesse considerare reazionaria la stessa trasmissione delle conoscenze. Per logica conseguenza era reazionario anche imparare. Assistemmo così alla nascita della pedagogia detta non-direttiva, che realizzò in quindici anni un bel risultato: un buon terzo dei bambini che si presentavano alle medie, dopo cinque o sei anni di “istruzione” elementare, erano quasi analfabeti, mentre giusto poco meno della metà degli studenti che arrivavano all’università potevano sì leggere, ma senza capire troppo bene quello che decifravano.

Bisogna tuttavia precisare che i partiti d’ispirazione marxista, pur avendo conquistato il consenso della classe insegnante e poi, attraverso di essa e attraverso una manipolazione ben precisa dei libri di testo, non sono riusciti ancora a conquistare veramente l’anima della popolazione, ma solo la parte superficiale di una fetta indubbiamente rilevante dei loro studenti. Le famiglie, nell’insieme, sono rimaste estranee: non capivano, o forse lo intuivano appena, che fra i quattro muri dell’aula scolastica dei professori di sinistra stavano indottrinando i loro figli e li stavano distaccando dalla loro visione del mondo e da tutta l’educazione che essi avevano cercato di dar loro, però non si lasciavano a loro volta conquistare e continuavano a vivere, a sentire, a pensare come prima. E cioè a vedere nell’impresa, nella piccola impresa, magari sorta dal nulla, cioè dall’intelligenza, dalla laboriosità e dello spirito d’iniziativa di tante persone comuni, sovente non favorite dalla sorte, ma dotate di qualità e decise a sfruttarle, è una cosa buona; che il “padroncino”, venuto su dalla gavetta, non è un “nemico del popolo”, ma un uomo del popolo, che ha fatto strada grazie ai suoi meriti e ai suoi sacrifici, e che la società non potrebbe fare a meno di lui, perché è lui che crea posti di lavoro e quindi assicura una vita dignitosa a un certo numero di famiglie. Tutto il contrario di ciò che i professori di sinistra, dai banchi della scuola media inferiore sino all’università, ripetevano ai loro studenti: che la proprietà è un furto, che il ricco è un affamatore del popolo, che non ci sono capitalisti “buoni”, e soprattutto che il capitalismo è una sola categoria, senza sfumature, accomunando perciò l’ex operaio o l’ex contadino che sono riusciti a innalzarsi sopra la loro condizione, creando una piccola azienda, al finanziere usuraio che vive di speculazione e che non ha mai prodotto alcunché di utile per la società, né un posto di lavoro (semmai ne ha distrutti, e non pochi), né un’opportunità di miglioramento per le persone comuni, a meno di corromperle moralmente e renderle ciniche e spietate come lui, per il quale l’essere umano è un’entità del tutto trascurabile, e la sola cosa che conti è il profitto, possibilmente sicuro e senza rischi perché ottenuto giocando in regime di monopolio.

Altro paradosso. I figli del ceto medio-basso, che hanno frequentato il liceo e l’università grazie al lavoro indefesso dei loro genitori, e ai loro sudati risparmi, alla scuola dei professorini di sinistra, spesso figli di papà laureati nel clima facile, anzi facilissimo, del ’68, e divenuti a loro volta ferventi propagandisti della rivoluzione proletaria, hanno raggiunto il diploma o la laurea sfruttando il piccolo capitale messo insieme dai loro genitori e contemporaneamente hanno imparato a odiare qualsiasi genere di capitale, a identificare qualsiasi “capitalista” con un nemico pubblico e a sognare la resa dei conti finale, nella quale gli sfruttatori del popolo, cioè persone come il proprio padre e la propria madre, sarebbero stati spazzati via e gettati, come dice garbatamente Lev Trotzkij, nella pattumiera della storia; mentre loro, gli studenti svogliati e ignoranti, i diplomati e i laureati semi-analfabeti e spesso pluribocciati o fuori corso, che non hanno mai sudato per tradurre un brano di Tacito o di Tucidide, che non conoscono la differenza fra infinito e illimitato, e che non hanno mai ascoltato una fuga di Bach, però conoscono alla perfezione tutto il repertorio dei loro idoli rock o pop, potranno finalmente creare un mondo migliore, un mondo veramente a misura d’uomo. Un mondo nel quale potranno disperdere in pochi anni il capitale di lavoro, d’ingegno e di risparmio creato dai loro padri e dalle loro madri, e inseguire senza impacci o seccature le loro utopie egualitarie, buoniste in apparenza ma in realtà cariche di odio e desiderio di rivalsa. Come si è puntualmente visto in tutte le rivoluzioni scatenate dalla sinistra (in realtà eseguite dalla sinistra, manovalanza inconsapevole degli oligarchi dell’alta finanza che controllano il mondo, non da ieri o dall’altro ieri, ma da generazioni).

Un discorso del tutto analogo si può fare per la Chiesa cattolica, anzi in essa le contraddizioni appaiono con evidenza ancor più spietata. I seminaristi provenienti da famiglie delle fasce sociali più modeste, nella maggioranza dei casi contadine, nel corso degli anni ’60 e ’70 si sono trovati affidati alle tenere cure di professori di sinistra, di preti ultraprogressisti e di teologi rivoluzionari, come il pessimo Leonardo Boff (per non parlare dei preti-poeti rivoluzionari, la più esiziale di tutte le accoppiate, come Ernesto Cardenal o il nostro David Maria Turoldo), e in pochissimo tempo hanno scordato tutti i valori appresi nella famiglia d’origine e nella povera parrocchia di campagna o di montagna nella quale erano stati battezzati, comunicati e cresimati. Hanno imparato che il Vangelo di Gesù Cristo è solo l’altra faccia del Capitale di Karl Marx, e che per secoli i padroni lo hanno usato per sfruttare i popoli, abusando della loro credulità e della loro ignoranza; ma ora finalmente è arrivato il tempo della chiarezza, finalmente si è capito come va letto il Vangelo ed ecco che il clero, da strumento di oppressione politica e sociale, può e deve diventare l’avanguardia della rivoluzione. Le suggestioni della Chiesa latino-americana, impregnata di teologia della liberazione o di ribellismo militante vero e proprio, hanno fatto il resto. Se il poster di Ernesto “Che” Guevara spiccava immancabilmente nella cameretta di tutti gli studenti liceali di quegli anni, il “fulgido” ideale di Camilo Torres, il giovane e brillante sacerdote che si è fatto ammazzare in Colombia dopo essersi unito alla guerriglia armata contro le forze governative, brillava nei cuori di una generazione di seminaristi e di futuri preti. Ed è così che i seminari, da luoghi di formazione del clero cattolico, sono diventati luoghi d’indottrinamento dell’ideologia di sinistra: con la teologia trasformata in celebrazione dell’umano (la famosa “svolta antropologia” di Karl Rahner) e con l’obiettivo finale non della salvezza delle anime nella dimensione dell’eterno, ma della giustizia sociale in terra, magari conquistata col fuoco delle barricate.

Quello che abbiamo qui descritto brevemente è solo uno schema generale, che non rende l’idea di tutta la complessità del fenomeno. In particolare, ci mancano qui il tempo e lo spazio per mostrare come, mano a mano che il comunismo mostrava anche ai più ciechi e recalcitranti il suo vero volto, e quando ormai si profilava dietro l’angolo l’imminenza del suo clamoroso fallimento e della sua bancarotta anche morale, oltre che materiale, alla cultura di sinistra, prevalentemente marxista, si  è affiancata ed è passata in prima fila la cultura “libertaria” imbevuta di psicanalisi marxista, di liberazione sessuale alla Wilhelm Reich, se non di libertinismo vero e proprio, ovviamente accompagnato da droghe e sostanze stupefacenti per rendere più sopportabile l’attesa del mondo liberato. E questa seconda ondata di sinistra, freudiana e pansessualista, si è rivelata ancor più efficace e ha messo radici ancor più profonde della prima, filo-marxista; basti dire che Togliatti ed Enrico Berlinguer citavano santa Maria Goretti, canonizzata di recente da Pio XII, come esempio per la gioventù femminile, mentre negli anni ’70 una Maria Goretti non avrebbe trovato posto, non diciamo in un ambiente laico di sinistra, ma nemmeno in una chiesa cattolica, mentre oggi – come ha detto efficacemente don Curzio Nitoglia nel corso di una recente intervista – non verrebbe capita né dal suo parroco, né dal suo vescovo, né dal suo papa, e finirebbe cacciata fuori.  Oggi al governo siedono quegli ex studenti, indottrinati dai professori di sinistra; e la gerarchia cattolica è formata da vescovi che, in seminario, furono intossicati dai teologi modernisti e rivoluzionari. Eppure, quasi incredibilmente, la massa della popolazione e gran parte delle famiglie non sono state conquistate…

Dell’11 Marzo 2021

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