lunedì, 20 Settembre 2021
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Il Concilio Vaticano II “colpo maestro di Satana”

Il credente ha non solo il diritto, ma il dovere di denunciare “il perfido inganno” e rifiutarsi di riconoscere la validità di un Concilio che ha stravolto l’autentica dottrina di Francesco Lamendola  

Del Concilio Vaticano II, una volta compreso che è stato in esso, nei suoi documenti, e non dopo di esso, nel suo “spirito”, che si è consumata la rottura con la vera dottrina ed è sorta una religione parallela a quella cattolica, il modernismo, contrabbandata però come la religione cattolica di prima e di sempre; una volta compreso questo, dicevamo, due interrogativi non hanno cessato di porsi con insistenza quasi angoscia alla nostra mente. Primo, quali forze potentissime, evidentemente in agguato da molto tempo, avevano operato per consumare il tremendo inganno a danno dei fedeli e del clero stesso. Secondo, come sia stato possibile che i fedeli tutti, sacerdoti e religiosi in prima fila, e anzi i medesimi padri conciliari, che non si può immaginare fossero tutti, o in maggioranza, a giorno della congiura e che vi aderissero, abbiano potuto sottoscrivere e celebrare dei documenti nei quali, nero su bianco, si metteva per iscritto un “magistero” nuovo, eterodosso, e subito dopo si attuava una “riforma” liturgica che a secondo ogni evidenza è stata una rivoluzione tanto nell’ordine formale che in quello sostanziale, tale cioè da alterare gravemente le fibre più intime del rapporto dell’uomo con Dio e mettere in una falsa luce tale rapporto.

Alla prima domanda ci siamo sforzati di rispondere con una serie di articoli nei quali abbiamo posto in evidenza la presenza di forze oscure ed estranee alla Chiesa cattolica, ma alle quali membri dell’alto clero permisero fraudolentemente di entrare con la massima invadenza nella stesura dei documenti conciliari, anzi addirittura offrirono loro di dettare i più significativi di essi, in particolare la Nostra aetate, perno perverso attorno al quale è stato fatto ruotare l’intero meccanismo del diabolico inganno (vedi, in particolare: Come il B’nai B’rith ha infiltrato e condizionato il Concilio Vaticano II, e Il cattolicesimo rivisto e corretto dal giudaismo, pubblicati sul sito dell’Accademia Nuova Italia rispettivamente il 01/02/18 e il 25/03/20). Per rispondere alla seconda domanda, che in fondo è quella decisiva, perché da sempre forze nemiche di Cristo operano per intaccare la Chiesa da Lui fondata e la vera fede da Lui insegnata, ma non possono nulla finché il clero e l’insieme dei fedeli restano uniti e stretti intorno all’autentico Magistero e fanno appello al proprio sensus fidei (ciascuno fa, o dovrebbe fare, il suo mestiere: i nemici quello dei nemici, gli amici quello degli amici), ci siamo imbattuti, fra gli altri, in un libro che tratta la questione con molta semplicità e chiarezza e fornisce delle risposte ragionevoli e convincenti, fermo restando che per il cristiano esiste un mysterium iniquitatis e perciò il mistero del male non può essere compreso sino in fondo. Il libro è stato scritto da un insigne sacerdote, monsignor Francesco Spadafora, da Cosenza (1913-1997), teologo e biblista, autore di una trentina di dotti volumi; e il libro è una biografia di un altro luminoso sacerdote, don Francesco Maria Putti (1909-1984), discepolo spirituale di san Pio da Pietrelcina, fondatore della Comunità delle suore Discepole del Cenacolo e della rivista antimodernista Sì sì no no, che continua ad uscire con cadenza quindicinale. Nel descrivere il clima esistente nella Chiesa fin da prima che Pio XII venisse a morte, e poi negli anni immediatamente successivi, Spadafora acutamente osserva (in: Araldo della fede cattolica, Velletri, Sì sì, no no, 1993, pp. 142; 143-144; 144-146):

La “Humani Generis” ribadiva la dottrina cattolica, ben definita dal Concilio Vaticano I, e quindi da san Pio X, riaffermando la validità del tomismo, l’immutabilità del dogma, l’importanza primaria del Magistero pontificio, norma prossima della verità, l’inerranza assoluta della Sacra Scrittura, il valore storico dei primi capitoli della Genesi…

Il card. Gerlier, arcivescovo di Lione, cercò di sminuire la portata dell’enciclica, assicurando che il Papa voleva solo preservare da pericolose deviazioni. Un commento analogo venne fatto da Mons. Montini, che, digiuno affatto di preparazione teologica era entusiasta della corrente “teologica” francese e del de Lubac in particolare.

Pio XII si impose e i Generali dei rispettivi ordini Gesuiti e Domenicani, allontanarono dall’insegnamento  i PP. Chenu, Congar, de Lubac e Daniélou. Il S. Officio intervenne contro il P. Teilhard de Chardin (che ebbe sempre nel P. de Lubac il suo avvocato difensore).

Gli indocili ne modernisti, ridotti al silenzio, restarono in attesa della occasione opportuna per rilanciare ed imporre la loro rivoluzione. Nella stessa Roma la ribellione al Magistero accortamente covava tra i Gesuiti del Pontificio Istituto Biblico. E l’occasione, anzi l’incentivo, arrivò molto presto dalla morte di Pio XII, con l’assunzione al Pontificato del Cardinale Angelo Giuseppe Roncalli, che prese il nome di Giovanni XXIII. (…)

Noi abbiamo visto il “ritorno” del modernismo con la “Nouvelle Théologie”. Dal 1950 al 1960 i suoi fautori reagirono come poterono contro la ”Humani Generis”: Henri de Lubac, Danielou, H. Urs von Balthasar, M. D. Chenu, Yves Congar, lo stesso Teilhard de Chardin, col funereo Karl Rahner erano ammirati e seguiti, se non apertamente difesi, nei Paesi del Reno: Francia, Gerjania, Paesi Bassi, da uno stuolo di sacerdoti e di religiosi, forse ignari della era teologia, fore incapaci di riflessione critica, ma sicuramente dispregiatori del Magistero roano.

In tale situazione, il 25 gennaio 1959, tre mesi dopo l’elezione, Giovanni XXIII nella Basilica di S. Paolo, dette l’improvviso annunzio della convocazione del Concilio Ecumenico.

Come ben sintetizza l’Amerio, parlando dell’azione papale nel Vaticano II: «Con Giovanni XXIII l’autorità papale apparve soltanto come desistenza dal preparato Concilio, con l’effetto radicale che ne venne, e come condiscendenza al movimento che il Concilio, rotta la continuità con la sua preparazione, volle darsi da se stesso» (“Iota Unum” Ricciardi ed., Milano-Napoli, p. 78).

Il peggio venne quando, morto Giovanni XXIII, dal breve conclave del 19-21 giugno uscì nuovo papa il card. G. B. Montini. (…)

San Pio X aveva eretto contro il modernismo una serie di barriere; Paolo VI le abbatté  puntualmente, una dopo l’altra. Egli giustificava  le “sue novità appellandosi allo spirito del Concilio”. In realtà faceva di tutto perché il “nuovo corso”, la “sua direttrice” continuasse, divenisse “irreversibile” nella Chiesa, che pere lui e per i neo-modernisti, comincia soltanto col Concilio Vaticano II (1962-1965), da lui espressamene dichiarato “più importante del Concilio di Nicea” (325), che definì la divinità del Verbo incarnato.

La Curia romana, fino a pochi anni prima compatta intorno al papa nella difesa dell’integrità e della purezza della Fede, venne smantellata con il pretesto dell’”internazionalizzazione” della Curia stessa.

Era il “colpo maestro di Satana”: l’autorità del papa, per divino mandato custode della Fede cattolica, era stata messa al servizio del modernismo!

Ed ecco che tutte le tessere del mosaico vanno ciascuna al suo posto, e il disegno complessivo appare con nitida, terribile evidenza. Ci furono delle forze estranee che operarono affinché il Concilio venisse convocato e prendesse quella certa piega che cominciò a delinearsi quando i vescovi progressisti rifiutarono gli schemi preparatori del cardinale Ottaviani e ne redassero dei nuovi, d’indirizzo pienamente modernista: e non alludiamo solo al B’nai B’rith ma anche, e prima ancora, alla stessa massoneria ecclesiastica, da molto tempo incistata nelle più alte gerarchie e giunta ormai a un tal punto di potenza da poter disporre dell’elezione del nuovo papa; anzi, di tutti i nuovi papi da Giovanni XXIII in poi. Ma ci fu anche una sottile e perfida azione d’inganno da parte dei due papi conciliari, e specialmente di Paolo VI, che proseguì e culminò con la cosiddetta riforma liturgica e con la Messa novus ordo dell’arcivescovo massone Annibale Bugnini, azione volta a creare una situazione formalmente e psicologicamente irreversibile: si ricordi la proibizione quasi immediata di celebrare la Messa vetus ordo, decisione che stupì e sconcertò perfino molti vescovi progressisti, fra i quali Joseph Ratzinger. Il tutto allo scopo di tagliare i ponti dietro le spalle e creare una situazione inedita, non prevista dalla maggioranza dei padri conciliari e tanto meno dalla massa del clero e dei fedeli, caratterizzata dalla tipica formula progressista: indietro non si torna. Il passato è il male, il presente è il bene: bisogna andare avanti, verso il futuro; chi si ferma è perduto, e chi torna sui suoi passi è un disertore e probabilmente un traditore. Ed è infatti il ritornello che sentiamo sovente dalla bocca del signor Bergoglio, il quale si è spinto ad affermare, lui che a parole fa dell’inclusione di tutti (“fratelli tutti”) il tema dominante del suo pontificato, che quanti non accettano integralmente e senza riserve il Concilio Vaticano II sono fuori della Chiesa. Stranissima situazione, invero, perché i novatori, chiamiamoli cosi, ma li si dovrebbe chiamare semplicemente con il loro vero nome, modernisti, e perciò eretici (o qualcuno si è scordato la condanna solenne del modernismo fatta da san Pio X con l’enciclica Pascendi?) si richiamano sempre e solo, o quasi solo, ai documenti di quel Concilio, ignorando tutti gli altri venti e con ciò tradendo la loro vera intenzione: quella di fondare una nuova religione che di cattolico conserva il nome, ma non tramanda più la vera dottrina e non rappresenta più la vera Chiesa. E come se non bastasse, essi hanno di fatto abolito, o comunque ignorato, la Tradizione, proprio come i protestanti, quale fonte della divina Rivelazione; quanto alle Sacre Scritture, non si fanno scrupolo di manipolarle a piacere, arrivando fino all’impudenza inaudita, quando non possono contraddirle apertamente, di affermare che dopotutto non si sa cosa disse realmente il nostro Signore Gesù Cristo, perché ai suoi tempi non esistevano i registratori (come ha fatto il generale dei gesuiti, Arturo Sosa Abascal).

Quanto mai opportune e pertinenti, a questo riguardo, sono le osservazioni sul Concilio fatte dall’arcivescovo Carlo Maria Viganò nel corso della recentissima intervista da lui rilasciata a Radio Spada l’11 marzo 2021, nella quale, fra le altre cose, afferma:

Non vedo come si possa sostenere che vi sia un presunto Vaticano II ortodosso di cui nessuno ha parlato per anni, tradito da uno “spirito del Concilio” che pure tutti elogiavano. Lo “spirito” del Concilio è ciò che lo anima, quello che ne determina la natura, la particolarità, le caratteristiche. E se lo “spirito”  è eterodosso mentre i testi conciliari non sembrano essere dottrinalmente eretici, questo è da attribuire ad un’astuta mossa dei congiurati, all’ingenuità dei Padri conciliari e alla connivenza di quanti hanno preferito guardare altrove, sin dall’inizio, piuttosto di prendere posizione con una chiara condanna delle deviazioni dottrinali, morali e liturgiche.
I primi ad essere perfettamente consapevoli dell’importanza di mettere mano ai testi conciliari per poterli poi usare per i propri scopi furono Cardinali e Vescovi progressisti, in particolare tedeschi e olandesi, con i loro periti. Non a caso essi fecero in modo di rifiutare gli Schemi preparatori preparati dal Sant’Uffizio e ignorarono i Desiderata dell’Episcopato mondiale, ivi compresa la condanna degli errori moderni, specialmente del comunismo ateo; riuscirono anche ad impedire la proclamazione di un dogma mariano, vedendo in esso un «ostacolo» al dialogo ecumenico. La nuova leadership del Vaticano II fu possibile grazie ad un vero e proprio colpo di mano, al ruolo preminente del Gesuita Bea e dall’appoggio di Roncalli. Se gli Schemi fossero stati mantenuti, nulla di quello che uscì dalle Commissioni sarebbe stato possibile, perché essi erano impostati sul modello aristotelico-tomistico che non permetteva formulazioni equivoche.

La “lettera” del Concilio va quindi messa sotto accusa perché è da questa che è partita la rivoluzione. D’altra parte: sapreste citarmi un caso nella storia della Chiesa in cui un Concilio Ecumenico sia stato deliberatamente formulato in modo equivoco per far sì che ciò che esso insegnava nei suoi atti ufficiali venisse poi sovvertito e contraddetto nella pratica? Ecco: basta questo per catalogare il Vaticano II come un caso a sé, un “hapax” sul quale gli studiosi potranno cimentarsi, ma che dovrà trovare soluzione da parte dell’Autorità suprema della Chiesa.

La conclusione è chiara. Facendo appello alla Tradizione, al vero senso delle Scritture e al Magistero di sempre, che l’ha infallibilmente interpretato per millenovecento anni, il credente ha non solo il diritto, ma il dovere di denunciare l’inganno e rifiutarsi di riconoscere la validità di un Concilio che ha stravolto l’autentica dottrina e seminato gravissimi errori, quali il principio della libertà religiosa (nella Dignitatis humanae) di cui stiamo vedendo i frutti velenosi, e soffrendone le terribili conseguenze. Il dovere del buon cattolico si ferma qui. Non prevede il rifiuto della Chiesa in se stessa, perché essa è stata fondata ed è presieduta da Gesù Cristo, e non coincide affatto con questo o quel papa, magari indegno o perfino illegittimo. E il credente è sempre suo figlio amorevole.

Del 13 Marzo 2021

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