martedì, 21 Settembre 2021
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Vaticano II: “Il Grande Inganno” di Francesco Lamendola

La parola biforcuta del concilio: approfondire la fede. Fu una partita giocata con dadi truccati! I modernisti fingendosi cattolici hanno ingannato tutto il popolo di Cristo: in realtà volevano impadronirsi della Chiesa di Roma di Francesco Lamendola 

Se dovessimo sintetizzare in una sola parola l’essenza del veleno modernista con il quale i vescovi massoni hanno realizzato quel colpo di mano che è stato il Concilio Vaticano II, diremmo: approfondimento. Con la scusa di approfondire la dottrina, la verità, la fede – approfondire, per carità, non cambiare – hanno ottenuto lo scopo di sovvertire la Chiesa e trascinare i fedeli nell’apostasia, a loro insaputa, cullandoli nell’illusione che in sostanza la dottrina e la fede fossero rimaste quelle di sempre, solo approfondite e così aggiornate per le necessità dell’uomo moderno. Giovanni XXIII, nel solenne Discorso di apertura del Concilio Vaticano II, l’11 ottobre 1962, testualmente diceva (§ 6, 5; la sottolineatura è nostra):

Per intavolare soltanto simili discussioni [al § prec. aveva detto: discutere alcuni dei principali temi della dottrina ecclesiasticanon era necessario indire un Concilio Ecumenico. Al presente bisogna invece che in questi nostri tempi l’intero insegnamento cristiano sia sottoposto da tutti a nuovo esame, con animo sereno e pacato, senza nulla togliervi, in quella maniera accurata di pensare e di formulare le parole che risalta soprattutto negli atti dei Concili di Trento e Vaticano I; occorre che la stessa dottrina sia esaminata più largamente e più a fondo e gli animi ne siano più pienamente imbevuti e informati, come auspicano ardentemente tutti i sinceri fautori della verità cristiana, cattolica, apostolica; occorre che questa dottrina certa ed immutabile, alla quale si deve prestare un assenso fedele, SIA APPROFONDITA ED ESPOSTA SECONDO QUANTO È RICHIESTO DAI NOSTRI TEMPI. Altro è infatti il deposito della Fede, cioè le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, altro è il modo con il quale esse sono annunziate, sempre però nello stesso senso e nella stessa accezione. Va data grande importanza a questo metodo e, se è necessario, applicato con pazienza; si dovrà cioè adottare quella forma di esposizione che più corrisponda al magistero, la cui indole è prevalentemente pastorale.

Ma dove, da chi, Giovanni XXIII aveva mutuato il concetto di approfondire la dottrina cattolica, un concetto che non trova alcun riscontro nella Scrittura e che, come quello di dialogo, altra parola-chiave dei neomodernisti che si sono scatenati nel Concilio, è del tutto assente sia dal vocabolario di nostro Signore Gesù Cristo, sia da quello degli Apostoli, dei Padri e dei Dottori della Chiesa, per non dire dei Santi e dei Martiri che hanno segnato la storia della cristianità nel corso dei secoli?

In una delle ultime, o forse nella sua ultima intervista rilasciata prima della morte, il teologo gesuita Karl Rahner (1904-1984), cattivo (anzi pessimo) genio del Concilio Vaticano II, al quale aveva partecipato come perito nella Commissione teologica su invito di Giovanni XXIII, facendo un bilancio della sua vita e della sua attività ebbe a dire (in: Meinold Krauss a colloquio con Karl Rahner, La fatica di credere; titolo originale: Erinnerungen, im Gesprächt Meinold Krauss, Freiburg, Verlag Herder; traduzione dal tedesco di Antonio Carrozzini, Edizioni Paoline, 1986, pp. 75-76):

KRAUSS: Professore, una volta lei ha asserito: «Anche l’ultimo dogma obbligante, proclamato dal magistero della Chiesa, è fondamentalmente aperto in avanti. Un dogma deve continuamente essere reinterpretato, affinché possa rimaner vivo, e nella situazione attuale ciò comporta che vi siano diverse possibilità d’interpretazione». Questa sua asserzione può essere per alcuni un vero aiuto alla fede, per altri invece un ostacolo, perché potrebbe condurre all’errore, fors’anche diventare fonte di disorientamento. Non la colpisce questa mia contestazione?

RAHNER: Mi si indichi un teologo in tutta la storia della Chiesa per il quale un dilemma del genere non sia stato inevitabile. San Tommaso d’Aquino fu biasimato dal vescovo di Parigi. Ovviamente costui si era sentito disorientato di fronte alla teologia di San Tommaso. Anche Suarez, il grande teologo gesuita dell’età barocca, ebbe fastidi con Roma. Cose del genere non si possono evitare. Io credo, ed è evidente, che un dogma non può essere distorto o negato nel suo senso autentico, originario. Ma è altrettanto evidente che ogni dogma deve essere incessantemente approfondito con nuove riflessioni teologiche, in contesto diversi, e quindi un dogma è aperto in avanti!

KRAUSS: Per lei?

RAHNER: Per la comune teologia cattolica. È facile dimostrare da tutta la storia della Chiesa che anche il magistero in varie occasioni ha riveduto, reinterpretato le proprie precedenti asserzioni. Quindi ciò che è lecito per il magistero romano è permesso anche a un comune teologo, ovviamente nella sfera del suo compito.

Qui, a pochi mesi dalla conclusione della sua vita terrena, il teologo Karl Rahner mostra il suo vero volto, di uomo oltre che di studioso e di sacerdote: il volto di un impenitente, perfettamente cosciente di essere l’artefice, o uno dei principali artefici, di quel colossale inganno, quel gigantesco ma silenzioso colpo di mano che è stato il Concilio Vaticano II; di uno che sa di aver sfruttato l’inconsapevolezza e l’ingenuità di milioni di fedeli e di aver fuorviato un numero incalcolabile di anime, e tuttavia è ben lungi da un ripensamento, non diciamo da un pentimento, anzi insiste nel raccontare le sue formule mendaci, i suoi sofismi da dottor Azzeccagarbugli, il suo latinorum – come avrebbe detto Renzo Tramaglino – per meglio ingannare i piccoli e i semplici: quelli che, a detta del nostro Signore Gesù Cristo, vanno presi a modello da tutti i cristiani che vogliano entrare nel Regno dei Cieli. Sofismi che è facile smontare in quattro e quattr’otto, e come lo è oggi, lo era anche una quarantina o una o cinquantina d’anni di anni fa; ma il clima era quello, e quando il vento dell’ideologia – modernista, in questo caso – soffia forte in una certa direzione, chi sa perché, pare che a chi se ne lascia trasportare sia concessa qualsiasi cosa, e che egli possa dire o fare qualunque enormità, qualunque sconsideratezza, tanto nessuno si alzerà a contraddirlo e sbugiardarlo, o, se anche ciò accadesse, la sua voce si perderebbe nel tumulto di quella razza meschina d’individui che si credono degli intrepidi rivoluzionari, mentre non fanno altro che infierire contro un avversario già morto o morente, e intanto godono del sostegno generale, a partire dai grandi mezzi d’informazione, la scuola e l’università. In simili condizioni, si ha un bel dire che il re è in mutande; è troppo presto per dirlo, per quanto la cosa sia fin troppo evidente: ed è chi lo dicesse, non il re, a venire coperto dalle risate di scherno della massa dei pecoroni; è lui, non il re, ad apparire come nemico pubblico e perturbatore dell’ordine. Non importa: almeno adesso che son passati tanti anni, e i frutti velenosi del Concilio sono giunti a piena maturazione, proviamo a smontare i sofismi di Rahner e mostrare su quali basi ridicolmente fragili, per non dire inconsistenti, poggiassero.

Anche l’ultimo dogma obbligante, proclamato dal magistero della Chiesa, è fondamentalmente aperto in avanti.

Dogma obbligante? Un dogma è un dogma, cioè una verità indiscutibile, che si accetta per fede. Non è “obbligante” se non per quanti vorrebbero discuterlo e magari respingerlo, ad esempio i giovani teologi di Friburgo, Frisinga e Tubinga degli anni 1950 e seguenti, per il fatto che non piace alla loro intelligenza o alla loro volontà. Dire poi che un dogma è aperto in avanti, a parte il ridicolo della precisazione “in avanti” (dovrebbe essere aperto all’indietro?; impossibile: un progressista deve per forza marciare in avanti) è un’affermazione bislacca: un mero escamotage per dire che un dogma, che è immutabile, si può invece cambiare, a patto soltanto di non dirlo apertamente e di chiamare il cambiamento apertura in avanti. Proprio come quando Giovanni XXIII dice che la dottrina non si cambia, perché non si può cambiare, ma la si può e la si deve approfondire, tenendo conto delle necessità dei tempi moderni. Che bel verbo, approfondire: è un modo elegante per dire quel che non si potrebbe, che non si dovrebbe dire, cioè che la dottrina può essere cambiata, anzi deve essere cambiata, quando i tempi lo richiedono. Ma l’importante è non dirlo! E pazienza se in questa maniera si ingannano i fedeli e si prende in giro il buon senso, prima ancora che l’intelligenza di coloro che si vorrebbero tranquillizzare, e che si allarmerebbero se mai udissero il verbo cambiare.

Un dogma deve continuamente essere reinterpretato, affinché possa rimaner vivo, e nella situazione attuale ciò comporta che vi siano diverse possibilità d’interpretazione.

Insomma i dogmi sono cose morte, o comunque hanno la spiacevole tendenza a morire e fossilizzarsi; per evitarlo, non c’è altro modo che reinterpretarliI due dogmi fondamentali del cattolicesimo, si sa, sono l’unità e trinità di Dio e l’Incarnazione del Verbo. Non è questione di giovinezza o di vecchiaia; non è questione di essere vivi oppure morti: sono due verità indiscutibili, che si accettano per fede, oppure no. Se le si accetta, si è cattolici; se non le si accetta, no. La partita fra modernisti e cattolici è stata giocata coi dadi truccati, perché i cattolici hanno pensato che anche i modernisti fossero cattolici, sia pure un po’ troppo spinti “in avanti”, e si sono scordati la Pascendi di san Pio X. Se l’avessero avuta ben chiara alla mente, avrebbero compreso sin dall’inizio del Concilio, anzi da prima ancora, almeno a partire dagli anni ’50, che i modernisti fingendosi cattolici volevano impadronirsi della Chiesa, e seguitare a chiamarla cattolica, dopo averla trasformata in una chiesa modernista e semi-protestante (con la “cena” al posto del Sacrificio Eucaristico e con Lutero e Melantone al posto della Madonna e San Giovanni ai piedi della croce di nostro Signore: vedi il francobollo emesso dalle Poste Vaticane per celebrare i 500 anni della “gloriosa” riforma protestante). Ma per riuscire nel loro inganno, i modernisti come Rahner avevano bisogno di un cavallo di Troia, in modo da penetrare nella cittadella di nascosto, senza destare un allarme prematuro: ed ecco l’idea, a suo modo geniale, che i dogmi vanno continuamente reinterpretati, mano a mano che si approfondisce il percorso di fede e si comprende sempre meglio la dottrina.

A questo punto il giornalista gli fa notare che la sua asserzione sulla modificabilità del dogma può essere di aiuto ad alcuni, ma di grave disorientamento per altri, e lo incalza domandandogli se questo pensiero non gli provochi alcun disagio. Attenzione: stiamo parlando della cosa più delicata che esista, quando tratta della fede: cioè della possibilità, per un cattolico, di dare scandalo alle anime e allontanarle dalla Verità, e quindi dalla salvezza. Una cosa che dovrebbe far tremare le vene e i polsi a qualsiasi credente, tanto più a un sacerdote. Ma ci vuole altro per scalfire la dura scorza di Karl Rahner, il quale risponde in perfetta malafede che tale possibilità è insita nel mestiere del teologo e che anche grandi teologi del passato, come san Tommaso d’Aquino e Francisco Suarez, dovettero fare i conti con essa. In realtà san Tommaso e Suarez non corsero mai il rischio di dare scandalo alle anime e tanto meno di allontanarle da Gesù Cristo; semplicemente ebbero delle incomprensioni con altri teologi e con dei vescovi, che erano gelosi e sospettosi nei loro confronti. San Tommaso e Suarez rimasero sempre nel solco della Tradizione e della Scrittura, le due bussole infallibili per la vita del credente; e la loro umiltà intellettuale era così grande che, se avevano un dubbio di natura intellettuale, pregavano e supplicavano Dio affinché si degnasse d’illuminarli. Rahner, al contrario, è il prototipo del teologo moderno che va per la sua strada senza curarsi di niente e nessuno, e che si pone l’obiettivo d’imprimere un nuovo indirizzo alla dottrina, perché a lui pare giusto far così. Ci vorrà qualche anno, ma alla fine la Chiesa sarà la chiesa del Concilio Vaticano II, disse una volta. Il che tradisce la sua perfidia e la sua malafede: non c’è infatti una chiesa di questo o quel concilio, c’è la Chiesa cattolica e basta, e guai se un concilio si arroga il diritto d’imprimere una svolta al magistero e cambiare anche solo uno iota della dottrina. Ciò vorrebbe dire che quella non è più la vera chiesa, ma una sua diabolica contraffazione.

In realtà, la sola preoccupazione che la domanda del giornalista suscita in Karl Rahner è il pensiero che da Roma potrebbero venire dei fastidi. Questa era precisamente la mentalità dei teologi e dei vescovi tedeschi e francesi al Vaticano II: Roma, intesa come la Curia romana, era il nemico da abbattere. Per questo essi rifiutarono gli schemi preparatori del cardinale Ottaviani e vollero riscriverli; in realtà i più importanti di essi erano già stati scritti in segreto; perfino alcuni dei documenti definitivi erano già stati scritti, come la Nostra aetate, e, cosa ancor più grave, non da cattolici, ma dai rabbini amici dei neomodernisti, come il cardinale Bea. A ben guardare, comunque, il nemico vero e ultimo di costoro andava ben oltre la Curia romana: era la regalità universale di Cristo, di cui il romano Pontefice è, in quanto suo vicario, il riflesso. Sostituendo alla suprema auctoritas del papa la sinodalità dell’episcopato, volevano trasformare la Chiesa in una repubblica parlamentare. Il motivo? Perché in un tale sistema politico passa la linea stabilita dalla maggioranza.

Del 18 Marzo 2021

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