venerdì, 18 Giugno 2021
HomeCONTROINFORMAZIONEContro-Cultura e Futuro distopicoRosenberg: pensieri scomodi sui quali riflettere di Francesco Lamendola

Rosenberg: pensieri scomodi sui quali riflettere di Francesco Lamendola

Der Mythus des 20. Jahrhunderts: “Il libro maledetto” per eccellenza? Uno degli aspetti più curiosi del suo pensiero è la complicità tra Chiesa, massoneria, ebraismo e marxismo di Francesco Lamendola  

Il mito del XX secolo (Der Mythus des 20. Jahrhunderts), il libro del filosofo Alfred Rosenberg (1893-1946) apparso nel 1931, è senza dubbio, insieme al Mein Kampf di Hitler e ai Protocolli dei Savi Anziani di Sion, un libro maledetto; anzi si potrebbe dire il libro maledetto per eccellenza, sia per la fede nazista del suo autore, condannato a morte nel Processo di Norimberga e giustiziato mediante impiccagione, sia per le idee francamente razziste in esso manifestate, peraltro non molto dissimili da quelle espresse da Houston Stewart Chamberlain (1855-1927), inglese naturalizzato tedesco, nel libro I fondamenti del XIX secolo, pubblicato nel 1899. Chi voglia avere una conoscenza di prima mano del razzismo nazionalsocialista, deve aver letto il libro di Rosenberg; eppure ben pochi lo hanno fatto, anche perché è oggi quasi introvabile, eppure tutti si sentono in diritto di dire la loro su questo argomento. Ad ogni modo, non è certo per tentare una improbabile riabilitazione, anche solo parziale, di questo libro realmente malefico, che la Chiesa cattolica giustamente mise subito all’Indice (e fu l’unico libro di marca nazista a subire questo destino), ma per andare oltre il concetto di accettabilità o inaccettabilità di un testo o un sistema di pensiero, e vedere se anche nel testo e nel sistema di pensiero più lontano dal proprio, e oggettivamente più sconsigliabile a un lettore inesperto e poco maturo, non si possano trovare spunti interessanti e lampi o intuizioni che, declinati in altro modo, e soprattutto calati in un differente ordine morale, possano offrire valide chiavi di lettura per comprendere la realtà in cui viviamo.

Con questo spirito, e scevri da qualunque simpatia nei confronti dell’ideologia nella quale esso fu concepito, ci accingiamo a svolgere alcune brevi riflessioni sul Mito del XX secolo, come potremmo fare coi libri di Marx, Lenin, Trotzkij o di alcuni pensatori anarchici, quali Bakunin o Proudhon (a proposito: il lettore politicamente corretto resterebbe di sasso se sapesse quanti punti di contatto ci sono fra le idee di Proudhon e quelle di Chamberlain, che lo ammirava moltissimo, e quindi, indirettamente, quelle di Rosenberg: primo dei quali un convinto antisemitismo), poiché in qualsiasi opera del pensiero umano, anche la più lontana da un retto sentire, si possono trovare sollecitazioni preziose. Cosa che noi personalmente abbiamo fatto sovente, da un punto di vista cattolico, attingendo a piene mani dal pensiero di Nietzsche: perché Nietzsche, come tutti i filosofi che hanno qualcosa da dire (e non venditori del nulla, come tanti pseudofilosofi moderni), si presta magnificamente a questo tipo di esercizio intellettuale. Tutto sta a estrarre tali sollecitazioni e inserirle nel proprio sistema di pensiero e di valori, e non lasciarsene suggestionare e ipnotizzare: così come un esperto erborista estrae il veleno da una certa pianta e lo utilizza per preparare dei farmaci, e non per avvelenare la gente.

Invece di riportare le sole parole di Rosenberg, le riportiamo insieme a quelle dello storico del diritto François Pontenay de Fontette (1925-2010), un intellettuale molto politicamente corretto, affinché, offrendo il veleno insieme all’antidoto, il lettore sia messo in condizioni di distinguere i diversi livelli di lettura di un testo scottante e scabroso come Il mito del XX secolo, anche se è ovvio che si tratta di una strategia discutibile, la quale semplicemente rinvia la vera questione, cioè che prima di confrontarsi con certe idee, bisogna aver elaborato una propria concezione e una propria maturità critica, in modo da saper trarre profitto anche dalle idee più sbagliate e pericolose, rielaborandole personalmente e non affidandosi alla censura preventiva della cultura dominante (che non vi è alcuna garanzia per ritenere moralmente migliore di qualsiasi altra, fino a prova contraria).

Scrive dunque François de Fontette nel suo libro Il razzismo, puntualmente antirazzista e antifascista, pubblicato nella celebre collana Que sais-je? (titolo originale Le racisme, Paris, Presses Universitaires de France, 1985; traduzione dal francese di Gabriella Passalacqua, Milano, Editore Mondadori, 1995, pp. 109-111):

Il MALE sta essenzialmente nell’universalismo «sotto la maschera di teocrazia romana o di umanità massonica». In effetti, uno degli aspetti più curiosi del pensiero di Rosenberg  è la complicità tra la Chiesa romana, la massoneria, l’ebraismo e il marxismo, che sono l’identico nemico proteiforme della supremazia della razza germanica. La formula cattolica “un solo gregge, un solo pastore” era da sola una dichiarazione di guerra allo spirito germanico. I valori cristiani di umiltà, di rinuncia, di sacrificio, sarebbero stati ripresi e ripetuti dalla massoneria. Quest’ultima, in accordo profondo con la Chiesa nonostante un’apparente ostilità, divulgava con il pretesto della carità e dell’umanità «un universalismo senza limiti». «Le arringhe umanitarie» e la teoria dell’uguaglianza tra gli uomini hanno causato alla civiltà un danno incalcolabile: «Grazie a esse, un qualunque ebreo, negro o mulatto  ha potuto diventare cittadino di uno stato europeo… Grazie all’UMANITÀ, negri ed ebrei possono sposare delle donne di razza nordica». È questa una conseguenza dell’estetica occidentale di un’epoca umanitaria, che ha avuto il grande torto di cercare l’uomo in generale e non il greco, l’ebreo, il germanico o il cinese. In fin dei conti si ritrova la triplice collusione ebrei-neri-francesi già denunciata da Hitler: «La politica francese ha messo la razza negra sullo stesso piano della razza bianca, così come centocinquant’anni fa la Francia ha preso l’iniziativa di emancipare gli ebrei, oggi è la principale responsabile della lordura inflitta all’Europa dai neri e se tutto ciò continua non si potrà quasi più considerarla uno stato europeo, ma piuttosto un paese annesso a quell’Africa che è controllata dagli ebrei.»

Il BENE, invece, consiste chiaramente in tutto ciò che viene fatto per la diffusione della razza nordica. La donna, a cui vengono dedicati lunghi passaggi più che misogini, rimane comunque la custode della vita ed è sua la missione fondamentale di preservare la purezza della razza: «Se si persiste a considerare il siriano di Kurfurstendamm un cittadino che è possibile sposare»… allora si andrà verso un imbastardimento generalizzato Bisogna purificare e migliorare la razza: l’enciclica papale del 1931, sul matrimonio cristiano [“Non abbiamo bisogno” di Pio XI], secondo la quale non è permesso arrecare danno all’integrità di corpi umani capaci di contrarre matrimonio, deve essere energicamente respinta da ogni tedesco sano. La sterilizzazione chirurgica dei malati e dei criminali recidivi, la proibizione di matrimoni, o anche di semplici relazioni sociali, tra tedeschi e israeliti, rappresentano la minima parte del programma auspicato, perché si tratta di semplici misure di profilassi. Bisognerà anche creare una nuova religione: quella antica, della Chiesa siriaco-giudaico-orientale, sbarra «la strada alle forze organiche dei popoli di sangue nordico», poiché – per curioso e inatteso questo possa sembrare -, le idee di Rosenberg sulla religione sono perfettamente aderenti al razzismo. Così, ad esempio, bisogna «eliminare una volta per tutte come libro religioso il sedicente Antico Testamento»: è l’unico modo di dare scacco al vecchio tentativo di israelizzazione dei tedeschi. Conviene rielaborare i Vangeli, conservare del Cristo solo gli aspetti epici e gloriosi: si sostituirà il crocifisso, simbolo di debolezza e di sofferenza, con altri emblemi e anche il Vangelo non dovrà più rappresentare un insegnamento di viltà. In una parola, bisogna subordinare l’ideale dell’amore per il prossimo all’idea di onore nazionale, non perdere mai di vista che il cristianesimo deve i suoi valori immutabili al carattere germanico, e domandarsi sempre se i modelli religiosi fortifichino o meno la struttura razziale della nazione.

Proviamo dunque a scomporre le idee-chiave de Il mito del XX secolo e a considerarle una per una, non solo alla luce della storia passata d’Europa, come fa lui, ma anche alla luce degli eventi mondiali successivi, come possiamo e dobbiamo fare noi, che abbiamo il vantaggio di considerare le cose non dal punto di vista di come apparivano nel 1930, ma di come le possiamo vedere nella terza decade del ventunesimo secolo, e che la Seconda guerra mondiale e gli eventi posteriori hanno contribuito molto a chiarire ulteriormente.

1) Uno degli aspetti più curiosi del pensiero di Rosenberg è la complicità tra la Chiesa romana, la massoneria, l’ebraismo e il marxismo.

Messo così, è un pensiero assurdo. Alla luce dei fatti più recenti, però, viene da credere che ci sia un fondo di verità: non per la Chiesa in quanto tale, ma per una massoneria che si è incistata ed è proliferata al suo interno, e più precisamente quella dei gesuiti. Non è forse vero che gesuiti e massoni, oggi, vanno d’amore e d’accordo, e si scambiano rivoltanti convenevoli e moine gli uni con gli altri? E che dire dell’ebraismo e del marxismo? Sappiamo che il Vaticano II è stato pensato innanzitutto per abolire l’antigiudaismo religioso e, anzi, per sottomettere il cattolicesimo all’ebraismo: vedi la Nostra aetate del 28 ottobre 1965 (in realtà redatta parecchio tempo prima dai rabbini del B’nai B’rith). E ora possiamo vedere quanto i giri di valzer di certi preti e certi teologi del passato recente col marxismo abbiano dato i frutti velenosi della teologia della liberazione, del migrazionismo selvaggio e della dottrina cattolica trasformata in dottrina politica rivoluzionaria e neomarxista. Si pensi a monsignor Marcelo Sanchez Sorondo, quello che ha definito la dittatura comunista cinese come il regime politico più vicino alla dottrina sociale della Chiesa; o all’infame accordo di Beroglio col regime di Pechino e al suo rifiuto di ricevere il cardinale Zen.

2) I valori cristiani di umiltà, di rinuncia, di sacrificio, sarebbero stati ripresi e ripetuti dalla massoneria.

Questo fatto ci sembra innegabile. La massoneria, per mezzo dell’illuminismo, ha ripreso e predicato l’umanitarismo cristiano, guardandosi bene dal riconoscere il suo debito e anzi assumendo la posa di chi ha scoperto tutto da sola: liberté, fraternité, egalité. E quanti sanno che l’affiliazione alla massoneria avviene mediante un giuramento fatto fare al neofita sulla Bibbia, in modo da carpire la buona fede degli sprovveduti?

3) La massoneriain accordo profondo con la Chiesa nonostante un’apparente ostilità, divulgava con il pretesto della carità e dell’umanità «un universalismo senza limiti».

Qui Rosenberg fa l’errore di confondere internazionalismo e universalismo. Il cattolicesimo è universalista, appunto perché cattolico, e infatti concepisce l’universo e la storia come soggetti alla regalità universale di Cristo. Mentre la massoneria, come il marxismo, è internazionalista. La differenza è la stessa che passa fra il concetto cristiano dell’uomo come figlio (possibile) di Dio, mediante il battesimo, e la fratellanza (massonica) di cui parla Bergoglio, ad esempio nell’enciclica Fratelli tutti, o la fraternità marxista dell’Internazionale.

4) Le «arringhe umanitarie» e la teoria dell’uguaglianza tra gli uomini [hanno fatto sì che] un qualunque ebreo, negro o mulatto  ha potuto diventare cittadino di uno stato europeo (…); negri ed ebrei possono sposare delle donne di razza nordica.

Fatta la tara al razzismo biologico, resta il fatto della difficile e per certi aspetti indesiderabile coesistenza di culture e religioni non solo diverse, ma inconciliabili. È un fatto di pura evidenza che un europeo dell’Est può, più o meno agevolmente, inserirsi e integrarsi nelle società dell’Europa occidentale; ma che dire di milioni e milioni di africani e asiatici di fede islamica più o meno rigida, le cui idee sull’educazione, il matrimonio (leggi: poligamia), i rapporti fra uomo e donna, la libertà di pensiero e di espressione, la partecipazione alla vita sociale, sono agli antipodi di quelle della società che li ha accolti?

5) L’estetica occidentale di un’epoca umanitaria ha avuto il grande torto di cercare l’uomo in generale e non il greco, l’ebreo, il germanico o il cinese.

Anche qui, fatta la tara al razzismo biologico, resta una cosa di per sé evidente: che l’uomo in astratto non esiste, è solo  una fantasia di intellettuali progressisti, figli delle utopie di Rousseau e del politicamente corretto di Boldrini, Cirinnà & Compagnia Bella: un uomo che, a rigore, non è nemmeno “uomo” nel senso biologico del termine, perché maschio e femmina sarebbero solo dei pregiudizi borghesi imposti dalla società maschilista dei nostri nonni.

6) La politica francese ha messo la razza negra sullo stesso piano della razza bianca, così come centocinquant’anni fa la Francia ha preso l’iniziativa di emancipare gli ebrei.

Che la Rivoluzione francese sia stata la prima a emancipare gli ebrei, è un fatto; e che essi vi abbiano raggiunto un grado di potenza mai visto prima, è un altro fatto (si rifletta che Macron, l’attuale presidente, è un uomo dei Rotschild, e governa la Francia per conto della grande finanza e non nell’interesse dei suoi concittadini; proprio come il nostro Mario Draghi). E che sempre la Francia sia stata il primo Paese d’Europa a importare massicciamente gli abitanti delle proprie colonie africane per colmare i vuoi del proprio calo demografico e rinforzare le proprie forze armate, è un altro fatto, storicamente innegabile. Così come è innegabile che oggi a Marsiglia un abitante su quattro è un islamico nordafricano, il quale per pregare può scegliere fra i sessantatre luoghi del suo culto presenti in città; mentre nel centro di Parigi, nel 2020, un professore è stato decapitato da un fondamentalista islamico che non gradiva le sue lezioni. Ed è un fatto, infine, che l’Europa ha seguito il modello francese (e non, ad esempio, quello della Repubblica di Venezia: amici di tutti, ma ciascuno in casa propria); che dire del fatto che Londra, la più grande città europea, ha un sindaco islamico pakistano (che si rifiuta di condannare i fondamentalisti islamici), così come molte altre città britanniche?

7) La sterilizzazione chirurgica dei malati e dei criminali recidivi, la proibizione di matrimoni, o anche di semplici relazioni sociali, tra tedeschi e israeliti… [sono] misure di profilassi.

È chiaro che siamo lontani anni luce dalla morale cattolica, che noi sottoscriviamo in pieno. Tuttavia il lettore politicamente corretto, buonista e progressista; il lettore ambientalista ed ecologista (e magari sedicente cattolico), che ama gli uccellini e fa le battaglie per difendere il panda e “salvare il clima”, resterebbe stupito se, leggendo la Storia di San Michele, apprendesse che il nobile medico svedese Axel Munthe, uno degli idoli di detta cultura, proponeva di servirsi dei criminali condannati a morte quali cavie per sperimentare nuovi farmaci, allo scopo di preservarne i poveri animaletti da lui tanto amati. La logica delle argomentazioni di Rosenberg sui malati e i criminali recidivi è dello stesso tipo. Perché permettere di riprodursi a chi non può o non vuole dare un contributo positivo allo sviluppo della società? È una logica, ripetiamo, che non ci piace e che anzi troviamo ripugnante; nondimeno osserviamo che, a volte, le cose spiacevoli e ripugnanti, come la pena di morte in determinati casi, sono necessarie. A nessuno, crediamo, piacerebbe fare il boia. Ma a chi piacerebbe sapere che lo stupratore e l’assassino del proprio figlioletto, dopo alcuni anni di prigione, è libero di rientrare nella società, sposarsi e mettere al mondo dei figli? Ci sono cose brutte che in alcuni casi si rendono necessarie, perché sono giuste. Sono i buonisti idioti e ipocriti a pensare che la giustizia sia fatta solo di belle parole e buone intenzioni; no: è fatta anche di sanzioni, e talvolta occorre la sanzione più dura di tutte. Ciò vale anche per il cristianesimo. Siamo convinti che i cattolici buonisti e progressisti detestino e rifiutino l’idea stessa dell’Inferno perché non possono conciliare un Dio infinitamente amorevole con la dannazione eterna. È un problema loro. Certo non hanno il diritto d’inventarsi un Vangelo secondo i loro gusti delicati solo perché pensano di sapere meglio di Dio cosa sia la vera giustizia.

8) Bisogna «eliminare una volta per tutte come libro religioso il sedicente Antico Testamento»: è l’unico modo di dare scacco al vecchio tentativo di israelizzazione dei tedeschi.

Quello di “conciliare” il Nuovo Testamento con l’Antico è un problema che è sempre esistito, e che alcuni eresiarchi come Marcione hanno ritenuto di risolvere tagliandolo alla radice, cioè escludendo del tutto l’Antico Testamento dall’orizzonte della Rivelazione cristiana. Soluzione assurda e, appunto, eretica. Tuttavia non è meno assurda la “soluzione” del Concilio Vaticano II e del sedicente clero attuale: dichiarare che l‘Antica Alleanza è tuttora valida come se niente fosse, cioè come se la Nuova non fosse stata rifiutata nella Persona di Gesù, che è stato materialmente messo in croce da quelli ai quali voleva portare la Redenzione; e dichiarando che costoro sono pur sempre i nostri fratelli maggiori, rispetto ai quali dobbiamo avere l’atteggiamento di rispetto e di riguardo che si addice al fratello minore verso il primogenito. Sul piano teologico, l’assurdità consiste nel dichiarare entrambe vere e valide due strade opposte verso la salvezza: l’una che rifiuta e maledice Gesù Cristo, l’altra che lo accoglie come la sola via, la sola verità e la sola fonte di vita.

9) Si sostituirà il crocifisso, simbolo di debolezza e di sofferenza, con altri emblemi e anche il Vangelo non dovrà più rappresentare un insegnamento di viltà.

Che il crocifisso sia un simbolo di debolezza è del tutto falso; che sia un simbolo di sofferenza è indubbio, e serve a ricordarci che la vita buona, vissuta come piace a Dio, implica sempre la croce. Che il Vangelo poi sia un insegnamento di viltà, è per chi non ha capito nulla del cristianesimo, il che è accaduto perfino a un pensatore geniale come Nietzsche. Tuttavia, vale forse la pena di chiedersi se certi cristiani non avvalorino, visti dall’esterno, tale idea errata. Il confine fra la fortezza cristiana, che è debolezza agli occhi del mondo, e la viltà vera, non è sempre netto come dovrebbe. Quanti don Abbondio celano la loro viltà dietro il paravento del Vangelo?

10) Bisogna subordinare l’ideale dell’amore per il prossimo all’idea di onore nazionale, non perdere mai di vista che il cristianesimo deve i suoi valori immutabili al carattere germanico, e domandarsi sempre se i modelli religiosi fortifichino o meno la struttura razziale della nazione.

Quest’ultimo punto è probabilmente il più delicato di tutti e il più meritevole di attenta riflessione. Il cristiano vive nel mondo, ma non è del mondo. Da ciò non deriva che egli non abbia patria, né famiglia, né radici, o addirittura che, per compiacere altri uomini di diversa fede, debba vergognarsi di Gesù Cristo. Si può e si deve essere veri cristiani e veri cattolici senza essere cattivi cittadini e disprezzare la propria identità sociale, culturale, religiosa, anzi andandone fieri e tenendosi pronti a difenderla contro chiunque voglia strapparla. Anche qui, è giusto chiedersi: siamo certi che il disprezzo di certi non cristiani, come Rosenberg o Nietzsche, non dipenda da un atteggiamento erroneamente remissivo di tanti, troppi cattolici? Gesù, il solo modello, non era remissivo, quando erano in gioco i valori supremi: si veda l’episodio della cacciata dei mercanti dal tempio: oppure le sue parole di fuoco contro chi adultera le Scritture e impedisce alla gente comune di accedere alla verità divina, falsificandola: Voi che avete per padre il diavolo!… (Gv 8,44). Più chiari e decisi di così non si potrebbe essere. Altro che viltà e rinuncia.

Del 28 Marzo 2021

Most Popular

Recent Comments