sabato, 24 Luglio 2021
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Lega “Confusa” di Massimo Magliaro

L’Italia è oggi un gabinetto di scienze, un luogo dove si fanno esperimenti politici.

Il Governo Draghi è un esperimento; soprattutto lo è la sua rocambolesca maggioranza.

Uno dei momenti cruciali di questo esperimento, fin troppo articolato, è la Lega. Lo ha descritto molto chiaramente l’ex-presidente della Fondazione Einaudi Corrado Ocone quando ha detto (Formiche.it, 7 marzo scorso) che la traiettoria impressa da Salvini al suo partito è quella di “una Destra conservatrice ma più liberale, produttivistica e legata ai classici e moderati valori del ceto medio italiano”. Per il prof. Ocone, che è un liberale doc molto caro ai nostalgici dell’entrismo di destra, “la maturazione” della Lega “più che in una svolta consiste in una integrazione, o meglio nella costruzione di una identità che semplicemente non c’era”.

Dunque la Lega non solo cambia pelle e tattica, si reinventa, si trasforma, rinasce a nuova vita, si dà una identità nuova, moderna, lucida, una sorta di chiave per andare, e non da spettatrice, dove si decidono i destini del pianeta: Davos, World Economic Forum, la City, l’International Monetary Fund, Wall Street o, se fosse ancora disponibile, il Britannia.

Fate voi.

Un percorso all’insegna del realismo, direbbe il ministro Giorgetti.

Si chiama con una parola sola: integrazione. Integrazione al grande modello di ristrutturazione sociale del mondo nel quale regna sovrano il Capitale. Integrazione ai dettami della finanza internazionale che stanno uniformando le scelte di vita e i comportamenti civici dei nostri Popoli.

Si chiama The Great Reset, che vuol dire “grande resettaggio” dell’umanità. Si chiama Build Back Better, che vuol dire (secondo Biden) “ricostruire meglio”.

Insomma adesso arrivano i nostri, azzerano tutto e si ricomincia daccapo, e meglio di prima, la nostra vita. Il Covid ci darà una grande mano per voltare pagina a suon di morti. Tranquilli, andrà tutto bene, come dicevamo un anno fa i seguaci di Conte.

Ecco perché da tutte le parti si stanno rimodellando tante cose, come si fa (o si faceva) a Pasqua.

Manfred Weber, il tedesco capogruppo del Partito popolare europeo a Strasburgo, vuole rimodellare il battaglione di parlamentari che dirige in vista della sua candidatura alla presidenza dell’Assemblea, per la quale occorrono i voti dei socialisti. E quindi fuori dai piedi i cattivi di Viktor Orbán il quale osa ancora cantare la canzone di Leo Valeriano.

Da tutti i sottoscala spuntano liberali-liberisti-libertari che dai balconi di Centri studi neonati, dalle paginette di blog semiclandestini e da qualche schermo televisivo compiacente ci vengono a raccontare tutti i santi giorni che è arrivato il momento in cui il Grande Capitale deve tornare a crescere ma con la tutela del pubblico, cioè dello Stato, per salvare non tanto l’economia nazionale stremata dai disastri governativi quanto i ceti produttivi “essenziali”, soprattutto quelli del Nord.

Gli stessi liberali-liberisti-libertari cui si illuminano gli occhi quando parlano di Nuovo Liberalismo, come se il vecchio non sia stato abbondantemente sufficiente.

Gli stessi che continuano a riferirsi ai “moderati” che nel frattempo hanno, loro sì, cambiato tutto e sono diventati “incazzati” per i soldi che hanno finito e per i morti che hanno visto.

Intanto a sinistra si rimodella tutto ma proprio tutto, essendo plateale il totale fallimento della sua classe dirigente e della sua politica, sia quando è stata all’opposizione sia quando è stata al Governo. Ma questo è un altro discorso.

Tutto questo cambiamento appartiene non solo all’Italia ma all’intero mondo occidentale ed a quello europeo in particolare. E anche questo è un altro discorso.

La realtà è che quello che stiamo vivendo da un anno a questa parte è un nuovo fallimento del sistema dei partiti dopo quello del ’93, allorchè il 90,3 per cento dei votanti nel referendum disse no al finanziamento pubblico delle attività politiche e la Dc subì un crollo storico al voto amministrativo di Roma e le sinistre unite a quello di Milano.

Lo chiamarono crash down.

Quella storia si sta ripetendo oggi.

La Lega si imbarca sull’Arca di Noè che è il Governo-Draghi. Ha ottenuto Ministeri utili a salvaguardare il suo profilo nordista. Ma ha detto sì a questo Ricovery Plan che prima non le piaceva. Si incammina verso la rottura con i suoi alleati europei di “estrema destra” perché punta magari a sostituire Orbán nel Ppe. Ma alla Camera dei deputati (Commissione Esteri, 2 marzo scorso) non si è opposta all’emendamento dei grillini che definiva “crimine internazionale” il blocco navale contro i mercanti di morte che fanno affari con i migranti. Eppure, questa era una battaglia storica di tutta la Lega e in particolare di Salvini ministro dell’Interno. La Lega coraggiosamente astenuta. Forza Italia coraggiosamente assente. Gli unici a dire no votando contro questa follia giuridica e morale sono stati quelli di Fratelli d’Italia.

Quando si dice integrarsi (v. Ocone).

Ma la Lega ha fatto i conti col proprio elettorato? Noi abbiamo l’impressione che le giravolte non paghino, che gli elettori amino gli approdi affidabili e non quelli instabili e confusi, cerchino voci chiare e coerenti dopo tanti proclami fatti di parole cento e fatti zero.

In Francia e in Spagna qualche commentatore, peraltro di destra, ha scritto di Salvini “traditore” e “fellone”. Non sta a noi dire se Salvini è diventato traditore o fellone. Speriamo comunque di no.

Sta a noi dire quel di cui siamo convinti.

Il vecchio arco costituzionale è stato sostituito dall’arco euro-atlantista. Entrambi hanno una caratteristica comune: la conventio ad excludendum contro qualcuno.

Il primo venne fondato da Ciriaco De Mita per tenere fuori dal potere il Movimento sociale italiano. E, malgrado i voti presi dalla Destra nazionale, ci riuscì con la complicità della Magistratura, dei Servizi segreti italiani e stranieri e del terrorismo pilotato dal Sistema.

Il secondo è stato fondato per buttare nella spazzatura quelli che vengono chiamati i populisti, i sovranisti, gli identitari, magari i trumpiani, cioè tutti coloro che non ci stanno a baciare l’anello esposto a Davos, alla City, al Wef, a Wall Street, all’Imf o magari sul Britannia.

Questo arco euro-atlantista piace tanti ai liberals americani di Biden e non piace affatto ai patriots di Trump, piace tanto a Soros e non piace per niente a Pound, a d‘Annunzio, a Berto Ricci, a Brasillach, a Junger, a Unamuno, a Venner, a Soffici, a Pessoa.

Piacerebbe a Gianfranco Miglio?

Ne dubitiamo.

Articolo pubblicato su Il Borghese anno 21 nr.4 dell’aprile 2021

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 31 Marzo 2021

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