domenica, 13 Giugno 2021
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Il reale è incomprensibile solo per la cattiva filosofia di Francesco Lamendola

Il reale è incomprensibile solo per la cattiva filosofia. Walter Kasper, K.Rahner, M.Heidegger e la realtà indeducibile? La ragione umana è una piccola cosa a paragone della Mente divina: ma l’uomo è pur fatto a immagine di Dio di Francesco Lamendola 

Quando i gesuiti e la loro rivista La civiltà cattolica erano ancora cattolici e quindi antimodernisti, e non modernisti e quindi anticattolici come lo sono oggi i vari Bergoglio, Sosa Abascal, Spadaro, James Martin, eccetera, essi dicevano giustamente, ad esempio con la penna di padre Enrico Rosa e a commento della Pascendi di san Pio X, che alla base di ogni errore teologico c’è un errore filosofico. Ci siamo perciò domandati quali errori filosofici ci siano dietro la deviazione e l’aberrazione modernista compiute da gran parte della teologia cattolica a partire dal Concilio Vaticano II, e  ne abbiamo individuati alcuni, il primo dei quali, su cui oggi vogliamo riflettere, è quello della inintelligibilità del reale. Abbiamo trovato questo errore chiaramente espresso nella teologia di Walter Kasper, classe 1933, allievo prediletto di Karl Rahner e come lui uscito dalla scuola di Tubinga, nonché primo elettore di Bergoglio nello sciagurato conclave del 2013 (benché avesse già compiuto ottant’anni e quindi, a norma di diritto canonico, non avrebbe più dovuto essere un cardinale elettore: ma per il “cerchio magico” bergogliano le norme sono fatte per creare ad arte le debite eccezioni). E crediamo anche di poter indicare con una certa sicurezza quale ne sia la radice filosofica: quella del pensiero di Martin Heidegger, il grande – e cattivo – stregone della filosofia novecentesca, che da essa è stata largamente influenzata per il tramite di un altro pessimo stregone filosofico, il francese Jean-Paul Sartre: significativa convergenza dei due esistenzialismi, il (quasi) nazista e l’ultra marxista, a riprova del fatto che nazismo e comunismo sono, sul piano filosofico, le due facce opposte ma complementari della stessa medaglia. Abbiamo perfino riconosciuto l’uso dello stesso linguaggio e della stessa terminologia, ad esempio il termine indeducibilità (ossia la non deducibilità) per indicare l’incomprensibilità, o inintelligibilità, da parte di Heidegger e da parte di Kasper: il quale, essendo stato l’allievo di Rahner, che a sua volta era stato allievo di Heidegger nei seminari del 1934-35, per la proprietà transitiva si può considerare un allievo indiretto, ma riconoscibilissimo, di Heidegger, nonché erede legittimo, sul piano teologico, della sua cattiva filosofia.

La domanda specifica è perciò la seguente: il reale è sostanzialmente incomprensibile (o, per dirla con Kasper, e prima ancora con Heidegger, indeducibile) oppure, a determinate condizioni, è comprensibile, almeno nelle sue linee essenziali e nonostante l’apparente frammentarietà e labilità di ciò che i nostri sensi percepiscono e il nostro intelletto riesce ad afferrare? Per Heidegger, infatti, l’Essere va considerato inderivabile e indeducibile dall’ente, il che implica necessariamente la sua incomprensibilità: se l’Essere è il reale e se non lo si può dedurre dagli enti, una volta esclusa la Rivelazione, come sarà possibile farsene una qualche idea? Forse proprio per uscire da questo vicolo cieco, alla fine, Heidegger se ne viene fuori a dire che solo un dio, ormai, ci può salvare; noi lasciamo adesso il filosofo tedesco, forse troppo sopravvalutato dalla cultura del XX secolo,  alle sue insormontabili aporie, e proviamo a domandarci se la sua idea sia giusta e se sia filosoficamente sostenibile.

Scrive Walter Kasper nel suo libro Oltre la conoscenza. Riflessione sulla fede cristiana (titolo originale: Was alles Erkennen übersteigt. Besinnung auf den christlichen Glauben, Freiburg im Breisgau, Verlag Herder, 1987; traduzione dal tedesco di Dino Pezzetta, Brescia, Queriniana,  1989, pp. 36-38; 40-43):

Oggi possiamo motivare più approfonditamente ancora questa precedenza della fede sulla ragione. Nella seconda metà dello scorso secolo non era più così certo, nella filosofia post-idealistica, quello che era stato il punto di partenza dell’evo moderno: la ragione e la libertà dell’uomo come principi assoluti. Lo stesso Kant, il filosofo moderno per eccellenza, afferma chiaramente ciò che troviamo largamente condiviso nella tarda filosofia di Schelling, in Kierkegaard e Nietzsche, e più compiutamente, nel nostro secolo, in K. Jaspers e M. Heidegger, che cioè noi non possiamo dedurre ciò da cui tutto si deduce e cui tutto si riferisce, cioè la ragione e la libertà. L’uomo è un essere finito, lui stesso si “trova” come realtà indeducibile. Anzi l’intera realtà ci è data come indeducibile ed in-pensabile, per cui non dobbiamo soltanto chiederci: “che cosa è?” ma anche ed innanzitutto “perché c’è qualcosa e non il niente?

Questa intuizione della fatticità indeducibile del reale determina, per il pensiero, una situazione fondamentalmente nuova. Non porta direttamente alla fede in Dio, perché potrebbe sfociare pure in opzioni radicalmente diverse, come ad esempio nel sospetto del nonsenso, in una fede del destino, ecc. Certo è, comunque, che ora il pensiero si sente ridimensionato, perché per principio non può più prospettare schemi e progetti dal carattere universale. Così oggi, più chiaramente che nel passato, ci rendiamo conto che non esiste un modo di pensare privo di qualsiasi presupposto, dove anzi ogni tentativo di approfondimento e di comprensione si lega ad una determinata precomprensione storica, ad opzioni e pure ad interessi. Il che non significa che ora tutto sarebbe possibile nel senso del post-moderno “anything goes”: eliminare la distinzione fra sì e no, vero e falso, buono e cattivo significherebbe sopprimere la stessa persona umana. Si tratta invece di dar ragione dei presupposti e di confrontarli continuamente con la realtà. Tutto il resto non può che condurre al blocco ideologico od al mero nichilismo, che non rende più possibile nemmeno una qualche ragionevole  comunicazione.

In questa nuova situazione, una fede che accetti ed affermi, con l’umiltà e la riconoscenza delle creature, una realtà che ci è data da Dio e che si preclude ad una conoscenza  esaustiva dell’uomo, può derivare dalla realtà indeducibile del singolo e riferire ad una realtà globale che non riusciamo mai a penetrare fino in fondo. (…)

Se è impossibile penetrare razionalmente la realtà singola, impenetrabile sul piano razionale è anche la realtà nel suo insieme. La persona umana, per quanto singolare ed unica, è comunque aperta alle altre ed anche, in ultima analisi,  alla totalità del reale. Come dicono gli antropologi, essa è “aperta al mondo”. A differenza degli animali, la persona umana non è adattata ad un ben preciso ambiente, cui reagirebbe in modo istintivo. L’ambiente dell’uomo è costituito dalla realtà nel suo insieme. L’essere umano è per sua stessa natura, nella sua fase iniziale, privo di stabile dimora e di orientamento nel mondo: deve crearsi il proprio ambiente, individuare dei punti di riferimento. È proprio per questo che s’interroga sull’origine ed il fine della vita e della realtà, sul fondamento e senso dell’essere, sull’unità e interezza del reale. Sono domande che possono venire dimenticate e represse per lungo tempo, ma che in certe situazioni si ripropongono, quando ci sentiamo costretti ad interrogarci sul senso del Tutto.

Il senso dell’Intero non può essere racchiuso in definizioni, perché in tal caso avremmo bisogno di un orizzonte di senso ancor più ampio entro cui inquadrarlo. L’Intero, quindi, è come l’orizzonte che tutto racchiude, verso cui si tende ed insieme al quale si procede, ma che non si raggiunge mai. Così il problema di senso che l’uomo si pone non troverà mai una risposta conclusiva, già per la stessa costituzione dell’essere umano. Ogni volta che giungiamo ad una meta veniamo presi dalla “malinconia del compimento” (E. Bloch), dalla consapevolezza, cioè, che questo fine non è ancora il compimento definitivo, la felicità completa.  Per principio l’uomo non è propriamente all’altezza di se stesso e del suo bisogno di felicità. Qui ci troviamo di fronte ad un’ultima aporia e ad un mistero ultimo della nostra stessa esistenza. Quale che sia la risposta che diamo al problema di senso dell’Intero, si tratta pur sempre di una risposta che noi “osiamo” formulare e che dev’essere “creduta”, nell’accezione più latra del termine. Spesso oggi si parla di una “fiducia originaria” che sarebbe il presupposto fondamentale della nostra stessa vita.

Il passaggio chiave, in questo discorso ingarbugliato, è quello in cui Kasper afferma che  la realtà che ci è data da Dio… si preclude ad una conoscenza  esaustiva dell’uomo, e tuttavia la fede può affermarla e accettarla, può derivare dalla realtà indeducibile del singolo e riferire ad una realtà globale che non riusciamo mai a penetrare fino in fondo. La complessità sintattica, indizio di una certa confusione concettuale, si presenta irta e quasi refrattaria alla comprensione del lettore. Proviamo comunque a tradurla in parole più semplici: per Kasper, la fede consiste nell’affermare e accettare la realtà, e questo è il primo errore, la quale si nega alla piena comprensione da parte dell’uomo, e questo è il secondo errore, risalendo dalla indeducibilità del singolo alla realtà globale, la quale, evidentemente, comprende l’Essere e quindi il nucleo della fede: terzo errore. Vediamo ora questi tre errori filosofici uno per uno.

Primo: Kasper dice, sulle orme di Heidegger e di Jaspers, che il fondamento di tutto il conoscere, il binomio ragione-libertà, produce una realtà indeducibile. Quindi la realtà non è la realtà in se stessa, ma ciò che noi possiamo dedurre di essa; e poiché non possiamo dedurre nulla, siamo due gradini al di sotto della metafisica: uno perché, con Kant, la realtà viene ridotta al fenomeno, escludendo la cosa in sé; due perché questa realtà è indeducibile da ciò che si offre alla nostra comprensione. Nonostante la tortuosità dello stile, il discorso è chiarissimo: se è impossibile penetrare razionalmente la realtà singola, impenetrabile sul piano razionale è anche la realtà nel suo insieme. Dunque non sappiamo nulla e non possiamo sapere nulla, né della realtà del singolo individuo, né della realtà in generale: brancoliamo nel mondo come dei ciechi, siamo in fondo alla caverna di Platone e l’unica certezza che ci accompagna è che non usciremo mai all’aperto, a riveder le stelle. Ciò significa buttare nel cestino duemila anni di metafisica, cristiana e pre-cristiana: via Platone, via Aristotele, via sant’Agostino e via san Tommaso d’Aquino. Questo è esistenzialismo puro; siamo gettati nel mondo, come dice Heidegger, e siamo gettati in esso per la morte, e non per la vita: cioè la nostra sola certezza è quella della nostra morte; tutto il resto è sogno, o ipotesi, o chiacchiera. Ma è proprio vero che le cose stanno così? Che noi non sappiamo nulla, che non capiamo  nulla, che possiamo solo sperare in un dio che venga a salvarci? È ben strano che un teologo cattolico parta da questi presupposti, e non si prenda nemmeno la briga di chiarirli e dimostrarli, ma li dia semplicemente per scontati. Se qualcuno gliene chiede ragione, lui risponde: andate a leggervi Jaspers e Heidegger. Poche righe più avanti del brano riportato, egli cita Paul Tillich per il coraggio di esistere, e Schelling come assertore della libertà quale articolo di fede del genere umano. Mai un autore cattolico. Solo esistenzialisti e idealisti, protestanti e ultraliberali: tale è la sua prospettiva.

È come se quasi duemila anni di filosofia cristiana non contassero più nulla. Sta di fatto che in quei duemila anni c’è l’affermazione della deducibilità del reale: sant’Agostino e san Tommaso, come Dante e Alberto Magno, credono che l’uomo, con lo strumento della ragione naturale, può comprendere del reale quanto basta per dare senso e significato alla propria vita; poi la teologia accompagna la ragione nel tratto finale, cioè alla comprensione della realtà ultima, che è il Dio rivelato. Certo, la ragione umana è una piccola cosa, a paragone della Mente divina: ma l’uomo è pur fatto a immagine di Dio. Questo significa che il mondo  è ordinato e razionale, perché l’amore e il vero, che coincidono nell’opera della creazione, rispondono a un disegno sapiente e razionale e non al capriccio incomprensibile o al ghiribizzo irrazionale di una imperscrutabile fatalità. Sulle orme di Lutero, oltre che di Heidegger, Kasper umilia senza motivo, e senza dimostrazione, la ragione umana (per Lutero è la puttana del diavolo) e ne deduce, questo sì, la indeducibilità del reale. Ma con quali argomenti ce ne ha persuasi? Nessuno: lo dà per acquisito, per il semplice fatto che la sua prospettiva è tutta moderna, anzi ultramoderna, e quindi muove i primi passi dal kantismo (niente metafisica), dall’idealismo e dall’esistenzialismo. Il che è tipico della teologia della svolta antropologica inaugurata da Karl Rahner: tutto ciò che è chiaro per la cultura del mondo moderno deve essere integralmente accettato, il cristiano essendo calato nel mondo (heideggerianamente) e quindi dovendo far suoi gli strumenti concettuali di quel mondo, che è il suo. Situazionismo estremo la cui cattiva lezione è passata nei documenti del Concilio Vaticano II: noi siamo qui, ora, e solo di ciò abbiamo certezza; il resto è metafisica, cioè conoscenza illusoria, e va gettato nel fuoco, come consigliava David Hume. Pertanto, se la fede è accettare questa realtà incomprensibile e indeducibile, essa consiste nel fare un balzo nel buio, accettando ciò che non sappiamo né  comprendiamo: fideismo puro. 

Secondo errore: che la realtà sia incomprensibile e imperscrutabile, è tutto da vedere. Qualcosa possiamo sapere e possiamo capire: il mondo è opera sapiente e razionale di Dio, e la ragione ci è stata data appunto per comprendere di esso quel che serve per dare senso e significato alla nostra stessa esistenza. Qui in Kasper c’è anche la lezione di Kierkegaard, estremizzata ed esasperata (perché il cattivo discepolo prende le parole del maestro, le estremizza e le radicalizza); c’è il suo radicale aut-aut, e il rifiuto di ogni dialettica; c’è la fede come approdo di una ragione delusa e disillusa, che credeva di poter fare grandi cose e si accorge di non poter fare nulla. In questo approccio c’è una parte di verità, ma non tutto è vero: e la buona filosofia consiste nell’evitare le semplificazioni eccessive e nel saper cogliere tutte le sfumature del pensiero. L’estremismo anti-intellettuale porta allo scetticismo radicale (Hume) così come il razionalismo auto-compiaciuto porta ad un immanentismo altrettanto radicale, parente stretto del soggettivismo (secondo la linea: Cartesio, Kant, Hegel, Heidegger). La sana filosofia cristiana, che è razionale ma non razionalista, e realista ma non esistenzialista, né tanto meno idealista, afferma la comprensibilità del reale e precisamennte la sua deducibilità. L’Essere è deducibile dal mondo, perché nel mondo c’è il riflesso della Sua perfezione; e poiché noi stessi siamo parte del mondo, in noi stessi c’è il riflesso della bellezza e della sapienza dell’Essere. Addirittura, nel Vangelo di san Giovanni (10,34), Gesù a un certo punto dice, rifacendosi al Salmo 82,6: Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dèi (e figli dell’Altissimo)?

Terzo errore: non è vero che si giunge all’Essere, cioè a Dio, partendo dalla indeducibilità del singolo: semmai è vero il contrario. Se il singolo è indeducibile, per quale magia si arriva a dedurre l’Essere? Invece: Chi ha visto me, ha visto il Padre, dice Gesù ai suoi discepoli (Gv 14,9). E ancora: Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio Unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato (Gv 1,18). E san Paolo, parlando del Cristo (Col 1,15): Egli è l’immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 03 Aprile 2021

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