venerdì, 24 Settembre 2021
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«Rimanete in me e io in voi, come i tralci nella vite» di Francesco Lamendola

Siamo ridotti a una mandria impazzita senza speranza? Il capo della Chiesa è solo Gesù Cristo che ci ha promesso: “Io sarò con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo” di Francesco Lamendola  

Rileggiamo la stupenda similitudine fatta da Gesù sulla vite e i tralci (Gv 15,1-11):

1 «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. 2 Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. 4 Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. 5 Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7 Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. 8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10 Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11 Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.

E adesso, a commento di questi versetti, e specialmente del versetto 4, riportiamo una pagina scritta dal gesuita spagnolo José Maria Bover, un decennio prima del Concilio e cioè quando i gesuiti erano ancora sacerdoti cattolici e non eretici modernisti fraudolentemente travestiti da cattolici, dal suo libro Il discorso dell’unità, incentrato sui discorsi d’addio di Gesù ai suoi Discepoli al termine dell’Ultima Cena (titolo originale: Comentario al sermon del la Cena, Biblioteca de Autores Cristianos de la Editorial Católica S. A., 1955; traduzione di Andrea Marchesi, Roma, Città Nuova, 1964, pp. 106-108):

RIMANETE IN ME. Quest’imperativo è l’espressione più significativa e profonda di tutto il passo. L’espressione metaforica “Io sono la vera vite” non ne costituisce altro che la preparazione e come il supporto. E tutte le espressioni rimanenti non ne sono che mere chiarificazioni o sviluppi. I misteri che si contengono in questa breve espressione possono enunciarsi  in poche parole, ma le più ampie argomentazioni  non basterebbero per esaurirli.

Innanzitutto si noti che il Maestro non dice: «State in me»; lo stare o il dimorare, presupposto necessario del rimanere, è implicito. Ma dice: state già in me, attaccati, incorporato in me, e in virtù di quest’unione formate con me un solo essere, un solo corpo, una sola vita, così come i tralci stanno congiunti al ceppo e formano insieme una vite sola; ebbene, poiché state già in me, rimanete in me. Il vostro essere uniti a me, finora è stato opera esclusiva della mia grazia, ma d’ora in avanti non sarà più solo opera della mia grazia, bensì anche della vostra libera adesione e cooperazione. Per mantenere quest’unione, non solo dovete troncare con ogni impedimento mortificandovi e sopportando le tribolazioni, ma dovete anche adoperarvi per stringere sempre più i legami che v’uniscono a me. E questi legami sono la fede, la speranza e l’amore. Credete anche in me e nella mia parola con fede ogni giorno più ferma, e riponete in me e nelle mie promesse ogni vostra speranza e gioia, e accendete alla fiamma del mio cuore tutte le energie amorose del cuore vostro.

RIMANETE IN ME. Un altro significato ancor più profondo può avere questa pressante esortazione: procurate d’aver coscienza del vostro essere in me. E in due modi può acquisirsi una tale coscienza: con la meditazione e la riflessione, aiutate dalla grazia, e per mezzo della superiore illuminazione interna dello Spirito Santo che dona una certa conoscenza sperimentale e come un senso spirituale di questa immanenza in Cristo. San Paolo mostra d’avere una tale coscienza, quando afferma: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Gal 2,20; cfr1,21). La mistica cristologica è coscienza intima e viva dell’unione con Gesù.

ED IO IN VOI. La frase, senza verbo, ha una sua qual certa imprecisione, che le permette di legarsi ad entrambi i significati summenzionati dell’esortazione RIMANETE IN ME. Messa in relazione al senso presupposto e implicito di questa (GIÀ STATE IN ME), viene a significare: come voi state in me, così io sto in voi; e voi state in me, perché io sto in voi, cioè perché vi ho attratto e unito a me. Messa invece in relazione al senso esplicito (RIMANETE IN ME), sta a dire: se voi rimanete in me, io rimarrò in voi; cioè se voi liberamente manterrete e attiverete la vostra unione con me, io manterrò, stringerò e intensificherò  la mia unione con voi. Più in concreto, potrebbe darsi che Cristo sta in noi (statisticamente o organicamente) con la sua presenza spirituale, comunicando la sua personalità (morale), le sue divine prerogative, il suo none; rimane in noi (dinamicamente o vitalmente) comunicando, con crescente influsso, la sua vita, la sua conoscenza, il suo amore.

RIMANETE IN ME ED IO IN VOI. La giustapposizione di queste due frasi correlative esprime la reciprocità dell’immanenza, analoga, come più avanti sentiremo, alla circuminsessione [sic] delle persone divine. Ma questa reciprocità non è perfettamente uguale da entrambe le parti, come non sono uguali nella vite il tronco e i tralci. È propria di Cristo l’iniziativa, la nobiltà, la vita tutta di quest’immanenza; a noi invece spetta soltanto d’accettare la sua ineffabile degnazione, di favorirci ed elevarci. Il nostro contributo è men che niente: tuttavia, mistero insondabile, è dal nostro libero arbitrio che dipende tutto. Nulla possiamo per unirci a Cristo, ma possediamo il triste privilegio dio poter impedire, avvilire o troncare, quest’unione. A ragione Gesù esorta: RIMANETE IN ME; soltanto così IO rimarrò IN VOI.

Non pago d’averci esortato a rimanere in lui, il Signore vuol convincerci dell’utilità, anzi della necessità di ciò.  E a tale scopo ricorre nuovamente al paragone della vite e dei tralci,  questa volta però trasformando il simbolo in parabola. Dice: «Come il tralcio non può da sé portar frutto, se non rimane unito ala vite, così nemmeno voi» potrete portar frutto alcuno di vita eterna «se – liberamente – non rimanete in me». O unione  fruttuosa o separazione sterile.  E la separazione comporta le conseguenze più funeste, che Gesù  enuncia nel periodo che segue.

La similitudine della vita e dei tralci, e la reiterata esortazione del Maestro ai discepoli di rimanere in Lui, è di costante conforto per il cristiano in ogni momento della sua vita; e risuona con particolare solennità e con un particolare accento di consolazione in un momento drammatico come quello che stiamo vivendo ora. Drammatico sia sotto il profilo della dimensione civile, con l’intera società ipnotizzata e sottomessa da pochi individui ricchissimi e malvagi, e il venir meno di ogni difesa e di ogni protezione da parte delle istituzioni, sia nella sfera religiosa, con un clero apostatico che oltraggia ogni giorno le verità più sante della fede cattolica e gode a seminare incessantemente scandalo e turbamento nel cuore dei fedeli, così da spingerli lontano dal divino Sposo. Non si cada, tuttavia, nell’errore di Lutero, il quale, mosso da giusto sdegno per la degenerazione del clero e per il mercimonio che esso faceva delle cose di Dio, volle reagire e ribellarsi a tale scandalo, peraltro andando assai oltre la causa occasionale (la vendita delle indulgenze) e devastando da cima a fondo l’intero magistero millenario, creando infine una nuova religione che manteneva ben pochi elementi in comune con quella da cui era uscito. L’errore, almeno nella fase iniziale del suo giusto sdegno e della sua sconsiderata ribellione, è stato quello di identificare la Chiesa visibile con la Chiesa tutta, come se accanto alla Chiesa degli uomini viventi (la Chiesa militante) non vi fosse quella delle anime sante che sono trapassate e che ora si trovano in Purgatorio (Chiesa purgante) e in Paradiso (Chiesa trionfante), formando un solo corpo, il Corpo mistico di Gesù Cristo. E, soprattutto, dimenticando che il capo della Chiesa è, rimane e sarà sempre Gesù Cristo, con la sua Presenza viva nel Pane Eucaristico; che Gesù ha promesso di rimanere sempre accanto ai suoi fedeli (io sarò con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo) e che le forze del Male non riusciranno a prevalere su di essa, mai. Chi scorda queste verità, è già fuori della Chiesa: anche prima di compiere la pazzia di uscirne volontariamente, sia pure con l’intenzione, soggettivamente onesta, di voler preservare il Vangelo dagli oltraggi e dalle eresie di un clero apostatico. È dunque tanto difficile capire che questa uscita è proprio ciò a cui mirano i nemici di Cristo, i lupi travestiti da agnelli, i falsi pastori che si sono affiliati alle logge massoniche, e che ricevono mezzi e denaro dall’esterno, al preciso scopo di sovvertire la dottrina e di allontanare le anime da Cristo? Uscire dalla  Chiesa credendo di far bene è, perciò, il capolavoro del diavolo: lungi da noi assecondare l’opera del maligno nei suoi piani tenebrosi contro la Chiesa e a danno delle anime.

E dunque: rimanete nel mio amore, come io rimango in voi, perché senza di me non potete fare nulla: in queste parole del divino Maestro è compendiata tutta la dottrina cristiana, e chi si attiene ad esse è nella verità e nella salvezza, mentre chi se ne allontana, si allontana da se stesso e si allontana dalla salvezza. Non c’è verità al di fuori di Dio, non un dio qualunque, ma il vero Dio, annunciato da Gesù Cristo e incarnato in Gesù Cristo; lo ha detto Lui stesso, con queste precise parole, rispondendo alla domanda dell’apostolo Filippo, che gli aveva chiesto di mostrare loro il Padre (Gv 14, 9-14):

9Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: «Mostraci il Padre»? 10Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. 11Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.

12In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. 13E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. 14Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.

«E qualunque cosa chiederete nel mio nome, io la farò»: e come si può ancora aver paura, come si può essere scoraggiati, come si può dubitare, dopo una promessa così solenne e confortante? Sì: il momento che stiamo vivendo è particolarmente difficile, come uomini e come cristiani; sia la nostra fiducia nell’uomo, sia la nostra fede in Dio, sono messe a dura prova. E se la nostra fede poggiasse solo su promesse umane e sicurezze umane, avremmo ogni ragione di disperarci, perché la nostra situazione presente, umanamente parlando, è realmente disperata. Disperata vuol dire: senza alcuna speranza. Le cose sono giunte troppo oltre, sia sul piano collettivo che su quello individuale; la finanza è ormai padrona di tutto, anche dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti; e le persone non sono più loro, i genitori, i figli, gli amici, non sono più quelli che erano un tempo, sono cambiati, perché la maligna suggestione di un terrore sconosciuto è penetrata sino al fondo del loro essere, e li tiene avvinti in una sorta di lucida follia. Bramano il vaccino miracoloso, che darà loro la salvezza, e non si curano di sapere che esso è stato fabbricato anche con cellule di feti abortiti; che non è stato sperimentato adeguatamente, e che vi sono molte probabilità che degli effetti nefasti si presentino a distanza di anni e di generazioni, agendo sul corredo genetico degli individui. A tutte queste cose la maggior parte della gente non pensa, ridotta nelle condizioni miserevoli di una mandria impazzita, che corre qua e là anelando la salvezza, e neppure si accorge che il pericolo non c’è, o non è affatto quale gli viene agitato davanti agli occhi, perché ha smesso di pensare, ha smesso di ragionare, ha smesso di comportarsi in maniera umana ed è giunta a reprimere in sé i sentimenti più propriamente umani, come l’affetto del padre verso il figlio e del figlio verso il padre, o dell’amico verso l’amico e perfino del sacerdote verso le anime che hanno bisogno di lui (ci sono addirittura dei preti che si rifiutano di dare l’estrema unzione ai moribondi per paura di contrarre il contagio, che immaginano come sicuramente mortale o comunque pericolosissimo).

Come cristiani tutti costoro hanno scordato le parole di Gesù: che se si resta in Lui non si deve temer nulla, perché sarà Lui stesso a combattere per noi, a suggerirci le cose da fare e le parole da dire, che ci sosterrà se vacilleremo e ci conforterà se saremo scoraggiati. Come è stato possibile dimenticare tutto questo, dopo duemila anni di cristianesimo e dopo una vita intera trascorsa nella pratica cristiana? Rispondere a questa domanda significa capire le ragioni della nostra crisi attuale, che risale a ben prima della falsa pandemia e dei mostruosi progetti degli oligarchi: perché tocca il nostro io profondo, che si è nutrito di menzogne…

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 04 Aprile 2021

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