domenica, 13 Giugno 2021
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Don Tonino e la Madonna in bermuda, santo subito! di Francesco Lamendola

Una semplice meticcia? Bergoglio non ha inventato nulla perché l’operazione volta a ridurre la figura di Maria entro le dimensioni di un qualsiasi essere umano è partita da tempo di Francesco Lamendola 

Di fronte ai continui attacchi di Bergoglio e dei suoi tirapiedi contro il culto di Maria e contro la sua stessa Persona, contro la sua Immacolata Concezione (senza il peccato originale) e il suo ruolo di Corredentrice dell’umanità, non formalmente dichiarato ma oggetto di numerose espressioni del Magistero della Chiesa, e di fronte alla spudorata strumentalizzazione ideologica del suo ruolo tutto spirituale, ad esempio aggiungendo un improbabile solacium migrantium (soccorso dei migranti) alle antichissime Litanie lauretane, molti si saranno chiesti da dove vengano tanta audacia, tanta sfrontatezza, tanta impudenza. Ebbene, non c’è bisogno di andare a cercare chissà dove: Bergoglio non ha inventato nulla, perché l’operazione volta a ridurre la figura di Maria entro le dimensioni di un qualsiasi essere umano, in nulla diverso da qualunque altro, anzi di una semplice donna e di una semplice meticcia, è partita da diversi decenni e noi, se non fossimo stati dei cattolici sonnolenti, per non dire quasi del tutto addormentati, avremmo dovuto accorgercene da un pezzo. A partire dal Concilio Vaticano II, infatti, che a parole esalta la figura di Maria, ma di fatto inizia a eroderne silenziosamente il ruolo nel quadro della Redenzione, una pletora di sacerdoti, di teologi, di biblisti più o meno seri e accreditati, o più o meno improvvisati e abborracciati, si è letteralmente scatenata nel fare a pezzi quanto di augusto, di delicato, di prezioso vi è nel culto di Maria e, con la scusa di avvicinare la Vergine Santissima alla nostra vita di tutti i giorni, perfidamente ha iniziato a sostituire l’immagine della Madre di Dio con quella di una donna qualsiasi, che non solo non ha niente di speciale e di unico, ma che indulge a molte umane debolezze e che proprio per questo, come pretestuosamente venne detto, avrebbe dovuto apparire più familiare ai credenti, spogliata dell’aureola di rispettosa venerazione che l’aveva sempre accompagnata nella meditazione dei Santi e nella preghiera dei comuni fedeli.

Prendiamo il caso di Antonio Bello, meglio noto come don Tonino (1935-1993), già vescovo di Molfetta ma universalmente noto come presidente di Pax Christi dal 1985 alla morte, il movimento cattolico internazionale per la pace, lo sviluppo dei popoli, la giustizia e la solidarietà, portato alla ribalta negli anni ’60 dal cardinale ultraprogressista Alfrink, una delle punte di lancia della rivoluzione conciliare, e che trovava le sue radici ideologiche nella Pacem in terris (1963) di Giovanni XXIII e nella Populorum Progressio (1967) di Paolo VI, rompendo, anche in questo caso, col magistero tradizionale  sulla dottrina sociale della Chiesa. Don Tonino, la cui causa di beatificazione è stata avviata nel 2007, e sulla cui tomba Bergoglio si è recato a rendere omaggio (come ha fatto anche per don Lorenzo Milani) il 20 aprile 2018, nel venticinquesimo anniversario della morte, ha scritto, fra le molte altre cose, un libro dedicato proprio a questo tema: attualizzare la figura di Maria, spogliarla di tutto il retaggio del culto tradizionale, compreso l’omaggio di millecinquecento anni di purissima arte cristiana, e relegarla in una dimensione del tutto immanente, priva di ogni richiamo alla trascendenza.

Scriveva, dunque, don Tonino in quel libretto di sproloqui impregnati d’ideologia progressista che s’intitola Maria, donna dei nostri giorni (San Paolo, 1993, pp. 9-10; 13-14; 140-141):

Intanto, «Maria viveva sulla terra».

Non sulle nuvole. I suoi pensieri non erano campati in aria. I suoi gesti avevano come soggiorno obbligato i perimetri delle cose concrete.

Anche se l’estasi era l’esperienza a cui spesso Dio la chiamava, non si sentiva dispensata dalla fatica di stare con i piedi per terra.

Lontana dalle astrattezze dei visionari, come dalle evasioni degli scontenti o dalle fughe degli illusionisti, conservava caparbiamente il domicilio nel terribile quotidiano.

Ma c’è di più: «viveva una vita comune a tutti».

Simile, cioè, alla vita della vicina di casa.  Beveva l’acqua dello stesso pozzo. Pestava il grano nello stesso mortaio. Si sedeva al fresco dello stesso cortile.

Anche lei tornava stanca alla sera, dopo aver spigolato nei campi.

Anche a lei un giorno dissero: «Maria, ti stai facendo i capelli bianchi». Si specchiò, allora, alla fontana e provò anche lei la struggente nostalgia di tutte le donne, quando si accorgono che la giovinezza sfiorisce. (…)

Lo so bene: non è un’invocazione da mettere nelle litanie lauretane. Ma se dovessimo riformulare le nostre preghiere a Maria in termini più laici, il primo appellativo da darle dovrebbe essere questo: donna senza retorica.

Donna vera, prima di tutto. Come Antonella, la ragazza di Beppe, che ancora non può sposarsi perché disoccupata e anche lui è senza lavoro. Come Angela, la parrucchiera della città vecchia che vive felice con suo marito. Come Isabella, la vedova di Leo che il mese scorso è morto in un naufragio, lasciandola con tre figli sulle spalle. Come Rosanna, la suora stimmatina che lavora tra i tossicodipendenti della casa di accoglienza di Ruvo.

Donna vera, perché acqua e sapone. Perché senza trucchi spirituali. Perché, pur benedetta tra tutte le donne, passerebbe irriconoscibile in mezzo a loro se non fosse per quell’abbigliamento  che Dio ha voluto confezionarle su misura: «Vestita di sole e coronata di stelle».

Donna vera, ma soprattutto donna di poche parole. Non perché timida, come Rossella che tace sempre per paura di sbagliare. Non perché irresoluta, come Daniela che si arrende sistematicamente ai soprusi del marito, al punto che tronca ogni discussione dandogli sempre ragione. Non perché arida di sentimenti o incapace di esprimerli, come Lella, che pure di sentimenti ne ha da vendere, ma non sa mai da dove cominciare e rimane sempre zitta.

Donna di poche parole, perché, afferrata dalla Parola, ne ha così vissuto la lancinante essenzialità, da saper distinguere senza molta fatica  il genuino tra mille surrogati, il panno forte nella sporta degli straccivendoli, la voce autentica  in una libreria di apocrifi, il quadro  d’autore nel cumulo delle contraffazioni.

Nessun linguaggio umano deve essere stato così pregnante come quello di Maria. Fatto di monosillabi, veloci come un “sì”.  O di sussurri, brevi come un “fiat”.  O di abbandoni, totali come un “amen”. O di riverberi biblici, ricuciti dal filo  di una sapienza antica, alimentata da fecondi silenzi.

Icona dell’antiretorica, non posa per nessuno. Neppure per il suo Dio. Tanto meno per i predicatori, che l’hanno spesso usata per gli sfoghi della loro prolissità.

Proprio perché in lei non c’è nulla di declamatorio, ma tutto è  preghiera, vogliamo farci accompagnare  da lei lungo i tornanti della nostra povera vita, in un digiuno che sia, soprattutto, di parole. (…)

Maria, la vogliamo sentire così. Di casa. Mentre parla il nostro dialetto. Esperta di tradizioni antiche e di usanze popolari. Che, attraverso le coordinate di due o tre nomi, ricostruisce il quadro delle parentele, e finisce col farti scoprire consanguineo con quasi tutta la città.

Vogliamo vederla così. Immersa nella cronaca paesana. Con gli abiti del nostro tempo. Che non mette soggezione a nessuno. Che si guadagna il pane come le alte. Che parcheggia la macchina accanto alla nostra. Donna di ogni età: a cui tutte le figlie di Eva, quale che sia la stagione della loro vita, possano sentirsi vicine.

Vogliamo immaginarla adolescente, mentre nei meriggi d’estate risale dalla spiaggia, in bermuda, bruna di sole e di bellezza, portandosi negli occhi limpidi un frammento dell’Adriatico verde. E d’inverno, con lo zaino colorato, va in palestra anche lei. E passando per corso Umberto, saluta la gente con tenerezza. E conversa nel cerchio degli amici, sul viale Pio XI, la sera. E rende felici gli interlocutori, che la ripagano con sorrisi senza malizia. E va  a braccetto con le compagne, e ne ascolta le confidenze segrete e le sprona ad amare la vita.

Ciò che emerge da questa impostazione della figura di Maria, bermuda o non bermuda (e perché no il bikini, se proprio vogliamo farne una donna contemporanea?; eterna dannazione dei progressisti: poter essere sempre scavalcati a sinistra), dietro l’omaggio formale e la tenerezza quasi sdolcinata e sentimentale di molte espressioni, è una feroce, implacabile volontà di demitizzazione, come direbbe Bultmann, il cui vero bersaglio è, più che Maria, la Chiesa che per quasi duemila anni l’ha venerata in un certo modo, il posto tutto speciale che le ha riservato nella storia della salvezza, l’omaggio squisito che centinaia di artisti le hanno tributato nel corso dei secoli. Don Tonino ostenta un rispetto venato di poesia, e sia pure la poesia del quotidiano, nei confronti della Madre di Cristo; ma di fatto, oltre ad abbassarla al livello di una creatura qualsiasi (anche se a parole lo nega), si serve di Lei per attaccare continuamente i cattolici che da sempre l’hanno venerata in quel certo modo che a lui sembra stupido, superato e superstizioso. Non perde una sola occasione di scoccare i suoi dardi contro quelli che la onorano nelle vecchie forme: li chiama predicatori di retorica e finge di voler celebrare sobriamente la Madonna, ma il suo vero scopo è demolire il culto mariano così come per secoli i cattolici lo hanno sentito, lo hanno vissuto e lo hanno praticato. Cioè uno scopo malvagio. Perciò il suo libro su Maria, donna dei nostri giorni vuol passare per un libro devoto, ma è invece un libro carico d’odio, neanche troppo dissimulato: odio per il cattolicesimo preconciliare, odio per i cattolici tradizionalisti, odio per tutto ciò che ricorda la Messa tridentina e il catechismo di Pio X e la Pascendi e l’antica formula Oremus pro perfidis judaeis. Il punto non è presentare Maria come una donna dei nostri giorni, come una ragazza abbronzata che torna dalla spiaggia in bermuda, o magari in bikini: il punto è servirsi della attualizzazione della figura di Maria per distruggere, nella mente e nel cuore dei credenti, tutto ciò che sa di antico, di continuità liturgica e pastorale, di Tradizione, e mettere al suo posto sentimenti nuovi, pensieri nuovi e atteggiamenti nuovi, secondo il modello che piace a Karl Rahner, a Walter Kasper, al cardinale Martini, a Enzo Bianchi, eccetera.

Don Tonino ricorre a uno stile lirico per contrabbandare la sua intenzione occulta – come del resto faceva anche un altro sacerdote ultraprogressista, David Maria Turoldo, quello che sosteneva la battaglia referendaria per la conferma delle leggi sul divorzio e sull’aborto volontario – perché è più facile far passare degli stravolgimenti dottrinali quando li si nasconde dietro i voli poetici. Coi voli poetici si può aver l’aria di elogiare qualcuno, in questo caso la Madonna, e intanto scalzare le basi dottrinali, in questo caso il dogma dell’Immacolata Concezione che fa di Maria, piaccia o non piaccia ai modernisti che si spacciano per cattolici, non una donna come tutte, ma una creatura assolutamente unica e speciale. Pertanto, la vera questione non è se avessero o no ragione centinaia di pittori a rappresentare Maria, ad esempio, colta nell’atto dell’Annunciazione, mentre prega inginocchiata su un elegante inginocchiatoio, con le Scritture posate innanzi a Lei, un bellissimo giardino o un aranceto sulla sfondo della finestra aperta, e con l’aria di una regina o una gran dama più che di una donna del popolo, fidanzata a un semplice falegname; il punto è che quegli artisti hanno voluto evidenziare, con quella iconografia, con quegli attributi, con quella interpretazione del personaggio, la dimensione spirituale di Maria, che prevale assolutamente su quella materiale, così come nei figli della luce lo spirito prevale assolutamente sulla carne. E l’intenzione occulta di don Tonino viene fuori quando paragona Maria, oltre che alle tante donne del popolo dei nostri giorni, anche alla suora che si prodiga per il recupero dei tossicodipendenti nel centro di accoglienza e disintossicazione. Come dire: va bene anche una suora, purché impegnata nel sociale, mica una suora di clausura che se ne sta sempre chiusa nel convento e sa solamente pregare. Solamente pregare! Ecco appunto: si tratta proprio di questo, la spiritualità e la preghiera. Ciò che egli vuole oscurare è l’idea che la fede precede le opere, e non solo le precede, ma le rende possibili, e non viceversa; mentre si tratta di un’idea che fa parte dei Vangeli, perché è stato Gesù stesso ad insegnarla, per esempio quando ha detto alla sorella di Lazzaro: Marta, Marta, tu ti affanni e ti preoccupi di molte cose; ma una sola cosa è necessaria. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta (Lc 10, 41-42).

La tecnica dei modernisti è sempre la stessa: fingere umiltà e devozione, e intanto prepararsi a vibrare il colpo mortale alla dottrina di sempre e ai sentimenti più profondi dei cattolici, specie delle anime semplici. Ma le anime semplici sono quelle più care al Sacro Cuore di Gesù (cfr Mt 18,3-4; id 11,25-26). Perciò costoro stiano ben certi: la loro sottile malizia grida vendetta al cospetto di  Dio.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 05 Aprile 2021

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