martedì, 15 Giugno 2021
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Il disordine politico nasce dal rifiuto dell’Essere di Francesco Lamendola

Tra democrazia e potere usuraio l’errore della politica moderna è stato quello di voler derivare integralmente l’autorità dal basso cioè dall’uomo e non dall’alto cioè da Dio di Francesco Lamendola 

Non c’è pace sulla terra e non potrà mai essercene, perché il mondo è il teatro di una lotta incessante tra le forze del bene quelle del male, tra i figli della luce e i figli delle tenebre: lotta che continuerà, con alterne vicende, sino alla fine dei tempi, quando Dio stesso verrà a giudicare gli uomini e ad instaurare il suo Regno, che – sono parole di Gesù Cristo – non appartiene a questo mondo. Né bisogna pensare che questa lotta abbia luogo solo all’esterno, come una qualsiasi lotta politica o militare, perché il cuore di essa si svolge all’interno di ciascun’anima, in interiore homine, e la posta in gioco è il destino eterno di quest’ultima. Se ciascuno di noi sapesse combattere e vincere la buona battaglia, il mondo tornerebbe ad essere simile, almeno fino a un certo punto, a quello che fu prima del peccato di Adamo ed Eva: allora, e solo allora, la giustizia e la verità trionferebbero sulla terra. Ma poiché gli uomini non sanno o non possono combattere e vincere la battaglia più importante, quella che si svolge in loro stessi, preferiscono fingere di credere che il destino del mondo dipenda dal sistema politico, economico e sociale che governa gli uomini: ed eccoli affannarsi, con le mani lorde di sangue, a predicare odio e vendetta, per far cadere i governi esistenti e per sostituirli con altri che, essi dicono, porteranno la pace e la felicità, realizzando la vera fratellanza umana. Ciò è completamente falso, e la storia lo ha mostrato cento volte; però una tale credenza presenta due vantaggi: primo, sposta all’esterno la figura del nemico e risparmia alla coscienza individuale la fatica di lavorare su di sé per migliorarsi; secondo, permette di scaricare gli eventuali insuccessi e i risultati deludenti sul fatto che la grande idea rivoluzionaria è stata realizzata male, pur restando di per sé valida, validissima, e dunque di rinnovare i tentativi, sempre nella stessa direzione, e sempre con gli stessi risultati fallimentari, senza mai imparare nulla e senza mai che si accenda un lampo di consapevolezza nella mente e nell’anima delle singole persone.

Citiamo un aforisma dello scrittore cattolico Reinhold Schneider (1903-1958) che, insieme a Romano Guardini, è stato negli anni ’50 e’60 del secolo scorso, la riconosciuta guida spirituale della gioventù tedesca, nel libro Parole dal profondo (titolo originale: Worte aus der Tiefe, Herder, 1976; traduzione di Elena Vandelli, Reggio Emilia, Città Armoniosa, 1978, p. 57):

Da quando il Signore ha messo piede sulla terra, il regno di Dio lotta con le forze del mondo e del nemico; questo tema della storia fu costante da quel momento in poi. Nessuna stirpe umana le darà un altro contenuto fino al giorno del giudizio universale e nessuna potrà invidiare la pace a una qualsiasi generazione precedente, perché la pace è sempre la pace di Cristo che non è del mondo; non esiste pace sulla terra: qui il regno di Dio combatte per la sua venuta.

E tuttavia, vogliamo parlare della dimensione politica? Parliamone pure, dopo aver messo bene in chiaro che la politica, di per sé, non è la soluzione dei problemi umani; e che, essendo una questione morale, tutto in essa dipenda dalla consapevolezza etica di quanti la praticano. È una questione morale, perché la politica è la scienza del bene comune; e quindi, come tutte le questioni morali, è sia una questione filosofica, sia una questione pratica. La questione filosofica riguarda la retta individuazione del bene; la questione pratica riguarda la capacità di applicare concretamente la retta idea. È anche una questione religiosa? Certo, perché tutte le questioni umane hanno un risvolto religioso e, prima ancora, un fondamento religioso: l’uomo essendo fatto a immagine di Dio, è necessario che egli si sforzi di realizzare una società – a partire dalla prima di tutte e la più importante, la famiglia – che sia un riflesso, in qualche modo, della società perfetta: la Santissima Trinità (le cui persone si integrano meravigliosamente e non stanno certo a litigare tutto il giorno, come stoltamente ed empiamente ha osato affermare Bergoglio). Ora, la premessa necessaria per attuare il bene comune è che vi siano un ordine, una gerarchia e una giusta compenetrazione di libertà e responsabilità: se manca uno solo di questi tre elementi fondamentali, è impossibile sia pensare un sistema politico giusto ed efficiente, sia, a maggior ragione, tentare di attuarlo. E qui entriamo in un terreno minato, perché la modernità ha divinizzato un principio, quello che ogni potere legittimo viene dal popolo, che è inconciliabile con l’idea centrale della politica intesa in senso cristiano, che ogni potere legittimo viene da Dio: omnis potestas a Deo. In particolare, la modernità ha glorificato la democrazia e l’ha promossa al rango di sola idea politica accettabile e di solo sistema di governo ammissibile, scordandosi ciò che già i grandi filosofi greci dicevano circa il pericolo di una degenerazione della democrazia in demagogia, così come la monarchia può degenerare in tirannide e l’aristocrazia in oligarchia. Invece, per i contemporanei, la democrazia non è una possibile forma di governo, è la sola possibile e la sola legittima; ma quanto più la sovranità popolare, che in essa troverebbe piena espressione, viene esaltata a parole, tanto più si finge di non vedere che nessun sistema politico come quello democratico si presta all’ipocrisia di sostituirlo con un potere occulto e spietato, lasciandone però sussistere, fino a un certo punto, le forme esteriori, oppure – come sta accadendo ai nostri dì – mettendolo fra parentesi col pretesto d’una emergenza inaspettata, ad esempio di tipo sanitario, che “costringe” i governi a sospendere, temporaneamente si capisce, tutte le garanzie di libertà riconosciute a livello giuridico.

Se il potere legittimo viene da Dio, o è permesso da Dio, risulta più facile pensare che risieda in un ristretto numero di persone, o in una sola, la quale sia stata educata a ritenersi null’altro che lo strumento dell’ordine divino nel modo degli uomini. Teoricamente ciò può avvenire anche in una democrazia, ma è intuitivo che sia molto difficile per la presenza di tante volontà discordi. Si rileggano i verbali del processo intentato dal Parlamento inglese al primo monarca giustiziato in nome del popolo sovrano, Carlo I Stuart, nel 1649. Ai giudici che lo interrogano, egli risponde, con molta pacatezza e dignità, che vuol prima sapere con quale autorità essi lo facciano; e ribatte che la sua autorità non è soggetta a giudizio da parte loro, perché si colloca al di sopra della giustizia umana e non riconosce altra fonte di potere sopra a sé che quello divino. Quasi un secolo e mezzo più tardi lo stesso destino sarebbe toccato a Luigi XVI di Borbone, per la monarchia francese. Da allora, gli uomini moderni si sono abituati a considerare qualsiasi potere che non provenga da un diretto mandato popolare come illegittimo e inaccettabile; ma non si sono domandati se di fatto, al di sopra di loro, non si sia insediato un potere molto più avido e molto più crudele di quello dei monarchi assoluti, e cioè il potere usuraio della grande finanza, che di fatto ha preso il posto della monarchia assoluta, ma che, a differenza di quella, non ha alcun senso del limite, alcun rispetto delle cose umane e divine, proprio perché non riconosce alcuna autorità che non sia quella del denaro, e quindi non ammette di poter essere giudicato da alcuno. Sono impressionanti la lucidità e la lungimiranza con le quali Pio XI aveva visto e compreso questi funesti meccanismi degenerativi e aveva messo in guardia contro di essi, nell’enciclica Quadragesimo anno, che fu pubblicata il 15 maggio 1931, ma che potrebbe benissimo essere stata scritta ai nostri giorni (§§ 10-109):

105. E in primo luogo ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento. 

106. Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare. 

107. Una tale concentrazione di forze e di potere, che è quasi la nota specifica della economia contemporanea, è il frutto naturale di quella sfrenata libertà di concorrenza che lascia sopravvivere solo i più forti, cioè, spesso i più violenti nella lotta e i meno curanti della coscienza. 

108. A sua volta poi la concentrazione stessa di ricchezze e di potenza genera tre specie di lotta per il predominio: dapprima si combatte per la prevalenza economica; di poi si contrasta accanitamente per il predominio sul potere politico, per valersi delle sue forze e della sua influenza nelle competizioni economiche; infine si lotta tra gli stessi Stati, o perché le nazioni adoperano le loro forze e la potenza politica a promuovere i vantaggi economici dei propri cittadini, o perché applicano il potere e le forze economiche a troncare le questioni politiche sorte fra le nazioni. 

d) funeste conseguenze 

109. Ultime conseguenze dello spirito individualistico nella vita economica sono poi quelle che voi stessi, venerabili Fratelli e diletti Figli, vedete e deplorate; la libera concorrenza cioè si è da se stessa distrutta; alla libertà del mercato è sottentrata la egemonia economica; alla bramosia del lucro è seguita la sfrenata cupidigia del predominio; e tutta l’economia è così divenuta orribilmente dura, inesorabile, crudele.

La mostruosa concentrazione di ricchezza da parte delle banche speculative, tale da poter imporre la loro legge al mondo intero, cominciando dai governi degli stati, a ben guardare altro non è che il naturale approdo di un’idea aberrante della politica, vista non come il riflesso in terra dell’ordine voluto da Dio, e quindi espressione della Sua regalità universale, ma come una costruzione puramente e integralmente umana, nella quale l’uomo stesso detta le proprie leggi e afferma la propria volontà. Chi recide i legami con l’Essere, elimina anche quanto di umano vi è nell’uomo stesso: perché nello statuto ontologico dell’uomo vi è la nostalgia della trascendenza, e un uomo ridotto alla pura immanenza diventa inevitabilmente il  tiranno e il carnefice dei propri simili.

Osserva don Curzio Nitoglia  a conclusione del suo libro Sintesi di filosofia della politica. L’ABC della filosofia politica tradizionale, Edizioni Effedieffe, 2018, pp. 95-96:

Attenzione! Se rifiutiamo di tornare al reale, alla sana ragione e alla retta Dottrina sociale (E. Welty, “Catechismo sociale”, Paoline, 1967, 3 voll.) continuiamo a correre verso il baratro che si è aperto sotto i nostri piedi in maniera chiara ed evidente a tutti specialmente a partire dal 1968 e che ha preso il potere globale nell’universo col Nuovo Ordine Globale (1991-/2001), le cui manifestazioni recenti sono la crisi economico/finanziaria e quella delle guerre in Africa mediterranea, in Medio Oriente e nel Vicino Oriente, che potrebbero lambire anche l’Estremo Oriente, con conseguenze inimmaginabili e umanamente irreparabili.

La modernità, che da Cartesio a Hegel si proponeva di divinizzare l’Io e renderlo assoluto, è poi sfociata nell’effetto opposto: la post-modernità nichilistica (Nietzsche, Marx e Freud), che si prefiggeva la distruzione della ragione, della morale e dell’essere stesso. Essa ha avuto il suo “exploit” con la Scuola di Francoforte (Marcuse e Adorno) e lo strutturalismo francese (Lévi-Strauss, Sartre, Ricoeur) negli anni Sessanta ed oggi (2011/2018) sta raggiungendo il suo avveramento terminale (Bush/Obama/Natanyahu) col pericolo di una guerra nucleare con risultati apocalittici.

Ora quando ci si accorge di aver sbagliato strada occorre ritornare indietro per andare avanti, ma nel verso giusto. Quindi se la modernità è fallita ed è stata uccisa dalla sua figlia, la post-modernità, occorre ritornare ai principi della metafisica dell’essere e della filosofia politica che ne consegue.

La “politica” odierna che vorrebbe uccidere Dio (marxismo, niccianesimo, psicanalisi) va combattuta non con l’idealismo soggettivista  (che voleva divinizzare l’uomo e metterlo al posto di Dio) ma con la metafisica e la filosofia politica perenne e tradizionale, classica, scolastica e canonica. Attenzione! “Tertium non datur”. O si ritorna al realismo aristotelico/tomistico, all’armonia e alla collaborazione nella subordinazione gerarchica dei Fini tra potere temporale e spirituale; oppure si sprofonda nel mare del nulla nichilista ove tutto affonda e niente di salva.

Sì: all’origine di ogni errore teologico c’è un errore filosofico; in questo caso l’errore della politica moderna è stato quello di voler derivare integralmente l’autorità dal basso, cioè dall’uomo, e non dall’alto, cioè da Dio. Rimanete in me e io in voi; perché se rimanete in me porterete molto frutto, ma da soli non potere fare nulla, dice Gesù nella similitudine della vite e i tralci (cfr Gv 15,1-8). Non dice: potete fare poco; ma: non potete fare niente. E ciò vale per ogni ambito, anche la politica.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 06 Aprile 2021

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