sabato, 18 Settembre 2021
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Cosa dice davvero la Chiesa sulla proprietà privata di Francesco Lamendola

Una lettura fuorviante delle Sacre Scritture, confuse con il Capitale di Karl Marx? La radice di questa deviazione risiede nel Vaticano II: Bergoglio non sta inventando nulla di Francesco Lamendola  

Nella omelia pronunciata domenica 11 aprile nella Chiesa di Santo Spirito in Sassia, a Roma, il signor Bergoglio è tornato a ribadire un tema a lui caro: il dovere del cristiano di non considerare la proprietà privata come un diritto assoluto, ma di essere pronto a “condividerla” (sotto forma di donazione oppure di esproprio?) con i poveri:

Così hanno fatto i discepoli: misericordiati, sono diventati misericordiosi. Lo vediamo nella prima Lettura. Gli Atti degli Apostoli raccontano che «nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune» (4,32). Non è comunismo, è cristianesimo allo stato puro.

Bergoglio in effetti aveva già toccato questo tema in diverse precedenti occasioni, richiamandosi, oltre che a una lettura strumentale e fuorviante delle Sacre Scritture, evidentemente scambiandole per qualcosa di simile al Capitale di Karl Marx, anche alle encicliche sociali di Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Significativamente, non risulta che abbia fatto riferimenti a quelle di Leone XIII, Pio XI e Pio XII, che sono di gran lunga le più importanti per la definizione della dottrina sociale della Chiesa. Come è stato più volte osservato, i fautori del Concilio Vaticano II citano sempre solo, o quasi solo, i papi e i documenti successivi al 1958, il che tradisce la loro nascosta intenzione di dar vita a una nuova religione, che conserva il nome di cattolica, ma che di fatto non è più cattolica, perché è stata totalmente staccata dalle radici del Magistero perenne, così come si è espresso, appunto, fino alla morte di Pio XII e all’avvento del pontificato di Giovanni XXIII.

Ma qual è la differenza che si può cogliere fra le encicliche sociali anteriori al Concilio Vaticano II e quelle posteriori? Vi è una differenza generale e una differenza particolare. La differenza generale riguarda la prospettiva da cui si considera il fatto della giustizia sociale, e dal quale a sua volta discende il fatto della distribuzione della ricchezza fra gli uomini: che è, a partire dal Concilio, una prospettiva antropocentrica. La prospettiva della giustizia sociale è quella dell’uomo, non più di Dio; e il costante punto di riferimento non è la sovranità universale di Cristo ma i diritti dell’uomo. Ora, i diritti dell’uomo sono figli del 1789, cioè dell’Illuminismo (vale a dire della massoneria, perché l’Illuminismo è una creazione della massoneria) e della Rivoluzione francese: i due eventi più anticristiani della storia moderna. Se si è seguaci dei diritti dell’uomo, non si può essere seguaci di Cristo; se si è seguaci di Cristo, non si è seguaci dei diritti dell’uomo. I diritti dell’uomo fanno riferimento all’uomo quale fonte del diritto: e se l’uomo stabilisce che il male è bene, ad esempio legalizzando l’aborto volontario o l’eutanasia, ciò diventa automaticamente un “diritto”. Il cristianesimo fa riferimento a Dio, e più specificamente al Vangelo di Gesù Cristo, quale fonte d’ispirazione per ogni realtà umana: è bene ciò che piace a Dio, è male ciò che a Dio dispiace. Non ci sono diritti umani in quanto tali, tanto più che nel corso della storia cambiano le idee degli uomini riguardo a ciò che è diritto e a ciò che non lo è; la stessa idea di un diritto naturale assoluto è giusnaturalista, cioè moderna. Il cristiano non ha diritti da sbandierare e da rivendicare in quanto cristiano, ma doveri da osservare verso Dio e verso il prossimo. Nel Vangelo non si parla di diritti umani, né economici, né sociali. Non che a Gesù non interessino la giustizia sociale e un certo grado di giustizia distributiva dei beni e delle proprietà (il che non ha nulla a che vedere con il comunismo), ma Egli non è venuto sulla terra per occuparsi specificamente di tali cose, bensì per liberare l’uomo dalla schiavitù del peccato e preparargli la via del ritorno al Padre, cioè al Regno di Dio che non è di questo mondo. In questo mondo vale la regola di dare a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio, ossia di tenere ben distinti i due piani, quello naturale e quello soprannaturale, e di non confonderli in alcun modo.

La differenza particolare delle encicliche conciliari e post-conciliari, a cominciare dalla Mater et Magistra (1961) e dalla Pacem in Terris (1963) di Giovanni XXIII, e dalla Populoroum progressio (1967) di Paolo VI, rispetto a quelle pre-conciliari, è che in esse si parla della povertà, della dignità, della libertà e della pace, come se tali fattori della vita sociale, intesi (come nel marxismo) in senso materiale, venissero prima di quelli spirituali e specificamente cristiani e prima della interpretazione spirituale degli stessi fattori materiali. In altre parole, per il Magistero perenne è scontato che la pace per antonomasia, la vera pace, è quella di Cristo; per i papi del Concilio e del post-Concilio la pace sembra essere quella dell’O.N.U. Oggi molte anime belle si scandalizzano perché notano che Bergoglio parla come un funzionario dell’O.N.U., ma la radice di questa deviazione risiede nel Vaticano II: Bergoglio non sta inventando nulla; sta solo portando ai loro ultimi sviluppi logici degli orientamenti teologici e pastorali che erano già presenti a partire dal 1962-65. E forse da prima ancora, nel senso che già venivano insegnati nelle facoltà teologiche e nei seminari, e non solo durante il pontificato di Pio XII, ma, sotterraneamente, già al tempo di san Pio X, che non per nulla scrisse la poderosa enciclica Pascendi dominci gregis, nel 1907, appunto per evidenziare e condannare gli errori del modernismo.

Ecco cosa dice del socialismo, come risposta sbagliata a un problema reale, e del diritto alla proprietà privata, Leone XIII nella famosa enciclica  Rerum Novarum del 15 maggio 1891 (§§ 3-5):

3. A rimedio di questi disordini, i socialisti, attizzando nei poveri l’odio ai ricchi, pretendono si debba abolire la proprietà, e far di tutti i particolari patrimoni un patrimonio comune, da amministrarsi per mezzo del municipio e dello stato. Con questa trasformazione della proprietà da personale in collettiva, e con l’eguale distribuzione degli utili e degli agi tra i cittadini, credono che il male sia radicalmente riparato. Ma questa via, non che risolvere le contese, non fa che danneggiare gli stessi operai, ed è inoltre ingiusta per molti motivi, giacché manomette i diritti dei legittimi proprietari, altera le competenze degli uffici dello Stato, e scompiglia tutto l’ordine sociale.

4. E infatti non è difficile capire che lo scopo del lavoro, il fine prossimo che si propone l’artigiano, è la proprietà privata. Poiché se egli impiega le sue forze e la sua industria a vantaggio altrui, lo fa per procurarsi il necessario alla vita: e però con il suo lavoro acquista un vero e perfetto diritto, non solo di esigere, ma d’investire come vuole, la dovuta mercede. Se dunque con le sue economie è riuscito a far dei risparmi e, per meglio assicurarli, li ha investiti in un terreno, questo terreno non è infine altra cosa che la mercede medesima travestita di forma, e conseguente proprietà sua, né più né meno che la stessa mercede. Ora in questo appunto, come ognuno sa, consiste la proprietà, sia mobile che stabile. Con l’accumulare pertanto ogni proprietà particolare, i socialisti, togliendo all’operaio la libertà di investire le proprie mercedi, gli rapiscono il diritto e la speranza di trarre vantaggio dal patrimonio domestico e di migliorare il proprio stato, e ne rendono perciò più infelice la condizione.

5. Il peggio si è che il rimedio da costoro proposto è una aperta ingiustizia, giacché la proprietà privata è diritto di natura. Poiché anche in questo passa gran differenza tra l’uomo e il bruto. Il bruto non governa sé stesso; ma due istinti lo reggono e governano, i quali da una parte ne tengono desta l’attività e ne svolgono le forze, dall’altra terminano e circoscrivono ogni suo movimento; cioè l’istinto della conservazione propria, e l’istinto della conservazione della propria specie. A conseguire questi due fini, basta al bruto l’uso di quei determinati mezzi che trova intorno a sé; né potrebbe mirare più lontano, perché mosso unicamente dal senso e dal particolare sensibile. Ben diversa è la natura dell’uomo. Possedendo egli la vita sensitiva nella sua pienezza, da questo lato anche a lui è dato, almeno quanto agli altri animali, di usufruire dei beni della natura materiale. Ma l’animalità in tutta la sua estensione, lungi dal circoscrivere la natura umana, le è di gran lunga inferiore, e fatta per esserle soggetta. Il gran privilegio dell’uomo, ciò che lo costituisce tale o lo distingue essenzialmente dal bruto, è l’intelligenza, ossia la ragione. E appunto perché ragionevole, si deve concedere all’uomo qualche cosa di più che il semplice uso dei beni della terra, comune anche agli altri animali: e questo non può essere altro che il diritto di proprietà stabile; né proprietà soltanto di quelle cose che si consumano usandole, ma anche di quelle che l’uso non consuma.

Come si vede, Leone XIII analizza con molto realismo la situazione sociale del suo tempo ma senza cadere in una lettura puramente economica, cioè materialista, dei fenomeni stessi. Il suo punto di vista è sempre quello del pastore che ha a cuore la salvezza delle anime; la giustizia sociale è necessaria in terra come condizione che favorisce la vita buona, in grazia di Dio, ma non è indispensabile in linea di principio: se lo fosse, non si capirebbe perché mai il Vangelo di Gesù  Cristo si sia diffuso in tempi e luoghi ove la giustizia sociale non solo non esisteva, ma non ne  esisteva neppure l’idea, se non, al massimo, sotto forma di una confusa e vaga aspirazione ad una vita migliore da parte dei più poveri.

Pio XI, con la memorabile enciclica Quadragesimo anno del 15 maggio 1931, riprendeva e riaffermava i principi della Rerum novarum, da lui definita la Magna Charta dell’ordine sociale; e al tempo stesso precisava la duplice natura della proprietà, come fatto individuale e come fatto sociale, preoccupandosi comunque di smentire quanti miravano a indebolire e limitare sempre più il diritto alla proprietà privata, fino a distruggerla (§§ 45-48):

45. In primo luogo, si ha da ritenere per certo, che né Leone XIII né i teologi che insegnarono sotto la guida e il vigile magistero della Chiesa, negarono mai o misero in dubbio la doppia specie di proprietà, detta individuale e sociale, secondo che riguarda gli individui o spetta al bene comune; ma hanno sempre unanimemente affermato che il diritto del dominio privato viene largito agli uomini dalla natura, cioè dal Creatore stesso, sia perché gli individui possano provvedere a sé e alla famiglia, sia perché, grazie a tale istituto, i beni del Creatore, essendo destinati a tutta l’umana famiglia, servano veramente a questo fine; il che in nessun modo si potrebbe ottenere senza l’osservanza di un ordine certo e determinato. 

46. Pertanto occorre guardarsi diligentemente dall’urtare contro un doppio scoglio. Giacché, come negando o affievolendo il carattere sociale e pubblico del diritto di proprietà si cade e si rasenta il cosiddetto «individualismo», così respingendo e attenuando il carattere privato e individuale del medesimo diritto, necessariamente si precipita nel «collettivismo» o almeno si sconfina verso le sue teorie. E chi non tenga presente queste considerazioni, va logicamente a cadere negli scogli del modernismo murale, giuridico e sociale, da Noi denunciati nella Nostra prima enciclica (enc. Ubi arcano del 23 dicembre 1922). E di ciò si persuadano coloro specialmente che, amanti delle novità, non si peritano d’incolpare la Chiesa con vituperose calunnie, quasi abbia permesso che nella dottrina dei teologi s’infiltrasse il concetto pagano della proprietà, al quale bisognerebbe assolutamente sostituire un altro, che con strana ignoranza essi chiamano cristiano. (…)

47. Per contenere poi nei giusti limiti le controversie, sorti ultimamente intorno alla proprietà e ai doveri a essa inerenti, rimanga fermo anzitutto il fondamento stabilito da Leone XIII: che il diritto cioè di proprietà si distingue dall’uso di esso (enc. Rerum novarum, n. 19). La giustizia, infatti, che si dice commutativa, vuole che sia scrupolosamente mantenuta la divisione dei beni, e che non si invada il diritto altrui col trapassare i limiti del dominio proprio; che poi i padroni non usino se non onestamente della proprietà, ciò non è ufficio di questa speciale giustizia, ma di altre virtù, dei cui doveri non si può esigere l’adempimento per vie giuridiche (cfr. enc. Rerum novarum, n. 19). Onde a torto certuni pretendono che la proprietà e l’onesto uso di essa siano ristretti dentro gli stessi confini; e molto più è contrario a verità il dire che il diritto di proprietà venga meno o si perda per l’abuso o il non uso che se ne faccia. 

48. Per il che compiono opera salutare e degna di ogni encomio tutti quelli che, salva la concordia degli animi e l’integrità della dottrina, quale fu sempre predicata dalla Chiesa, si studiano di definire l’intima natura e i limiti di questi doveri, coi quali o il diritto stesso di proprietà ovvero l’uso o l’esercizio del dominio vengono circoscritti dalle necessità della convivenza sociale. S’ingannano invece ed errano coloro che si studiano di sminuire talmente il carattere individuale della proprietà, da giungere di fatto a distruggerla.

Qui Pio XI è ancora più esplicito. Oltre a ribadire che il Magistero rifiuta sia il liberismo illimitato sia il socialismo e il comunismo perché hanno una concezione erronea e amorale del bene comune, l’uno esasperando l’individualismo, gli altri propugnando un collettivismo che annulla il legittimo desiderio di ascesa sociale del singolo; e oltre a distinguere fra il diritto alla proprietà e l’uso che si fa di essa, senza giri di parole va dritto al punto e condanna chiunque, sotto qualsiasi forma, voglia erodere il diritto alla proprietà privata sino a farlo scomparire. E senza dubbio si rende conto, da uomo intelligente, che qualcuno che accarezza siffatte idee è presente anche nel seno della Chiesa cattolica e tra le file del clero cattolico; qualcuno che intende servirsi di alcuni aspetti della Buona Novella, isolati e assolutizzati a esclusione di altri aspetti, per invocare una sorta di naturale convergenza fra cristianesimo e comunismo, snaturando la Parola di Gesù in maniera ancor più grave, se possibile, degli stessi modernisti. Siamo nel 1931; e sei anni dopo, nel 1937, Pio XI scriverà una nuova enciclica, la Divini Redemptoris, ancora più diretta, per condannare gli errori del comunismo, evidenziando non solo il suo carattere materialista e ateo, e quindi intrinsecamente cattivo e anticristiano, ma anche la sua strategia basata sull’odio sociale, quell’odio sociale che i teorici marxisti disinvoltamente chiamano lotta di classe, quasi per mascherarne la feroce natura, e che tanto sangue fraterno avrebbe sparso in terra italiana all’epoca della guerra civile del 1943-45, e soprattutto nei giorni infami della resa fascista e tedesca e delle esecuzioni sommarie e barbariche, perfino di bambine di tredici anni, come Giuseppina Ghersi, e di seminaristi di quattordici, come Rolando Rivi. E poi, un’altra manciata di anni ed ecco sorgere una corrente, nel seno del mondo cattolico e dello stesso clero, resa più insidiosa da una certa attitudine mistica e quasi ascetica, orientata esplicitamente verso l’ideologia marxista, che troverà in Giuseppe Dossetti e Giuseppe Lazzati le sue guide carismatiche.

Ecco: è stato allora, già durante il pontificato di Pio XII, che alcuni uomini di cultura cattolici hanno incominciato a disattendere le indicazioni del Magistero e ad ignorare i suoi richiami e ammonimenti in materia sociale, lasciandosi sedurre da ideologie solennemente condannate dalla Chiesa e tuttavia ancor capaci d’incantare le masse, ad onta dei disastri da esse provocate nel corso della storia contemporanea e, in particolare, la terribile lezione che veniva dalla Russia. Ma, come scrive Shakespeare nel Macbeth, per quelli che non sanno imparare alcunché dalle lezioni della storia, la vita è una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 13 Aprile 2021

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