martedì, 21 Settembre 2021
HomeMONDO CRISTIANOConcilio Vaticano IICarlo Maria Martini e il dialogo fraudolento col giudaismo

Carlo Maria Martini e il dialogo fraudolento col giudaismo

Il libro del cardinale rosso “Verso Gerusalemme”? Quante menzogne in così poche righe, quanta malizia e perfidia in questo gesuita che non avrebbe dovuto mai divenire vescovo di Francesco Lamendola

Ecco cosa scriveva Carlo M. Martini a proposito delle relazioni fra cattolicesimo ed ebraismo nel suo libro Verso Gerusalemme, pubblicato presso una nota casa editrice di sinistra, dieci anni prima della morte (Milano, Feltrinelli, 2002, pp.129-131):

Ad Auschwitz papa Giovanni Paolo II si è recato in uno dei suoi primi pellegrinaggi, nel giugno 1979, per rendere omaggio alle vittime della Shoah, per testimoniare che solo ricordando e insegnando a fare memoria potremo aprirci alla conversione, al perdono, alla speranza. I mostri del nazionalismo, del razzismo, del fanatismo ideologico e religioso possono ancora affascinare nuove generazioni, se noi le priveremo della memoria.

Ad Auschwitz siamo chiamati anche noi, all’aurora del terzo millennio della redenzione, quasi come a una sosta dolorosa sulla via verso il Sinai e verso Gerusalemme. La strada dell’incontro fraterno con Israele passa ormai necessariamente per Auschwitz. E di qui passano pure tante altre strade di incontro tra uomini e donne della fine di questo secolo: qui si fa silenzio, si riflette e si prega, da qui scaturisce l’impegno a costruire insieme un mondo di pace.

UNA GRAVE RESPONSABILITÀ EDUCATIVA

Affinché la profezia della pace si attui, occorrono cuori educato al rispetto, all’incontro, al dialogo.

Basti pensare quello che significò il “Manifesto della razza”, il 5 settembre 1938, in Italia. Mancava allora una cultura capace di intendere il grido di Pio XI: “siamo spiritualmente semiti”, “l’antisemitismo è inammissibile”.

In positivo, a noi spetta di elaborare una teologia, un’esegesi, una storia e una giurisprudenza che, dopo la tragedia della Shoah, non dimentichino la costante dimensione etica della situazione umana e la particolare chiamata del popolo ebraico da parte di Dio.

C’è infatti, purtroppo, del vero in ciò che scrive Elie Wiesel nel 1977, dopo decenni di testimonianza su quel mistero di morte che è Auschwitz: «La testimonianza non è stata ascoltata. Il mondo è sempre lo stesso» (“Art and Culture after Holocaust”, in “Auschwitz: Beginning a New Era?”, KTAV Publishing Co,. New York, 19977, p. 405). E la ragione la suggeriva un altro pensatore ebraico, S. Shapiro: «La testimonianza viene ascoltata all’interno di un conteso inospitale, di una teologia non spezzata e di un ermeneutica tradizionale» (“Concilium”, 1984-85,19). Su questo Giuseppe Dossetti, nel libro sopra citato [“Le querce di Montesole”, pp. XXVI-XXVII) , fa un interessante commento.

COSTRUIRE LO “SHALOM”

I profeti d’Israele ancora ci invitano a guardare a Gerusalemme con speranza, per divenire costruttori di pace: «Giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re (…) L’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace ai popoli» (Zc 9,9-10).

Ecco il programma che il Concilio Vaticano II indicava nel decreto “Nostra aetate”, dopo aver ricordato il vincolo sacro che lega Chiesa e Israele: «Non possiamo invocare Dio padre di tutti, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini  che sono creati a immagine di Dio (…). Viene dunque tolto il fondamento a ogni teoria o prassi che introduce tra uomo e uomo, tra popolo e popolo, discriminazioni in ciò che riguarda la dignità umana e i diritti che ne promanano».

Ebrei, cristiani, uomini e donne di buona volontà, la tragedia della Shoah ci sospinge a cooperare per costruire la città dell’uomo nella pace, la città di Dio nella pace, lo “shalom”.

Termino con le parole di Primo Levi, incise all’ingresso del Memoriale degli italiani sepolti ad Auschwitz: «Visitatore, osserva le vestigia di questo campo e medita. Da qualunque parte tu venga, tu non sei un estraneo. Fa’ che il tuo viaggio non sia stato inutile, che non sia inutile la nostra morte. Per te per i tuoi figli le ceneri di Auschwitz valgano di ammonimento. Fa’ che il frutto orrendo dell’odio, di cui hai visto qui le tracce, non dia nuovo seme né domani né mai».

Citando in poche righe tre autori ebrei (E. Wiesel, S. Shapiro e P. Levi) e un solo non ebreo, Giuseppe Dossetti, icona sacra di tutti i catto-comunisti, oltre naturalmente al Vaticano II e al decreto Nostra aetate, in funzione del quale nacque e fu sviluppata l’idea dell’intero Concilio, Martini riesce a martellare fino all’esasperazione il concetto, ebraico e anzi sionista, non cristiano e tanto meno cattolico, che Auschwitz segna una svolta decisiva e definitiva non solo nella storia umana, ma anche nella storia della fede cristiana, e che Auschwitz è la chiave sia per comprende la vera natura del cristianesimo, sia per offrire agli ebrei una riparazione per tutto il male che hanno subito da parte dei nazisti (e non certo da parte dei cristiani, ma il senso di colpa che si vuole instillare in questi ultimi gioca su un siffatto equivoco, che storicamente non ha alcuna ragione di essere).

Ma vediamo più da vicino il senso delle affermazioni del “cardinale rosso”. In primo luogo ricorda, strumentalizzandolo, il viaggio di Giovanni Paolo II ad Auschwitz, fingendo d’ignorare le polemiche cui esso diede esca, con tanto di accusa al papa polacco di essere velatamente antisemita (cfr. il nostro articolo: Giovanni Paolo II mancò di tatto verso gli ebrei durante la sua visita ad Auschwitz?, pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 04/02/18). La strumentalizzazione poi consiste nel fatto che un papa non si reca in visita a un luogo di dolore umano per rendere omaggio a quel luogo, assumendolo come simbolo del male presente nel mondo e nella storia, e neppure per rendere omaggio alle vittime: no, un papa, come, qualunque sacerdote, si reca in un luogo di dolore e di morte per pregare Iddio Onnipotente per la salute di quelle povere anime. Questo dice la Chiesa cattolica, questo ha sempre insegnato il magistero. Già affermare che Giovanni Paolo II si recò in pellegrinaggio ad Auschwitz è sbagliato, per non dire blasfemo. I cattolici vanno in pellegrinaggio ai luoghi santi della loro religione: punto e basta. Vanno in pellegrinaggio a Santiago di Compostela, o a Lourdes, o a Fatima, o a Roma, o a Gerusalemme: questi sono pellegrinaggi. Se andare ad Auschwitz, per un cattolico, fosse l’equivalente di un pellegrinaggio, allora non si vede perché egli non dovrebbe recarsi in pellegrinaggio, con pari devozione e compunzione, in qualsiasi altro luogo ove la malvagità umana ha mietuto molte vittime, a cominciare dai campi di battaglia delle due guerre mondiali. Ma gli ebrei hanno subito un genocidio, e ciò è avvenuto in un’Europa nominalmente cristiana, si ribatte. Benissimo. Ma in quel nominalmente sta la risposta alla domanda implicita. Non furono dei cristiani, in quanto cristiani, a perseguitare gli ebrei. Fu un regime anticristiano, quello nazista; mentre i cristiani, e i sacerdoti cattolici in particolare, fecero il possibile e l’impossibile per salvare il maggior numero possibile di quei perseguitati, anche a rischio della loro stessa vita.

Ma la persecuzione e il genocidio degli armeni, nel 1915, perché non dovrebbero meritare altrettanta attenzione e altrettanto rispetto, perché non dovrebbero avere un significato simbolico altrettanto universale? Forse perché i persecutori, in quel caso, furono dei musulmani, e lo furono proprio in quanto musulmani, mentre le vittime, gli armeni, erano cristiani, e tutto ciò avrebbe il sapore di un boccone amaro da digerire sulla via del dialogo interreligioso inaugurato dal Concilio Vaticano II? In altre parole: i crimini commessi nelle nazioni cristiane (non dai cristiani in quanto tali) meritano il biasimo perenne e l’eterna memoria della colpa, mentre quelli commessi dai seguaci delle altre religioni devono essere considerati come semplici incidenti di percorso? E ancora: Martini afferma che Giovanni Paolo II si recò in pellegrinaggio ad Auschwitz per rendere omaggio alle vittime. No, è sbagliato: totalmente sbagliato. Il cattolico non rende omaggio alle vittime: prega per le vittime. Questo può fare il cattolico di fronte al dolore umano, al ricordo delle sofferenze umane. Le vittime non devono essere assunte impropriamente al ruolo di entità metafisica cui rendere omaggio. Erano uomini che soffrirono e morirono, ma non si sacrificarono volontariamente per il bene di altri uomini o di un’idea e nemmeno di una fede. Ecco perché è sbagliato chiamare Olocausto la Shoah: non fu un sacrificio, perché le vittime non chiesero di essere sacrificate e perché i carnefici non intesero sacrificarle, nel senso religioso del termine. Il concetto di olocausto indica un’offerta cruenta a Dio: ma ad Auschwitz nessuno offrì le vittime ad alcun Dio. Ciò che volevano fare i carnefici era ben altro, cioè semplicemente eliminare quelli che consideravano dei pericolosi nemici interni; e quello che subirono le vittime fu un male non voluto, non cercato, tanto meno affrontato per motivi di fede religiosa. Ai martiri cristiani si offriva e si offre ancora oggi, nei molti Paesi nei quali subiscono violenze  e persecuzioni, la possibilità di salvarsi la vita, a condizione di rinnegare il loro Dio, che è Gesù Cristo; ai prigionieri di Auschwitz non venne offerta la possibilità di salvarsi se avessero rinunciato al loro Dio. E questo perché i nazisti li perseguitarono non per motivi di odio religioso, ma per ragioni politiche; non in quanto seguaci di una certa religione, ma in quanto membri di un certo popolo. Il razzismo dei nazisti non era di tipo religioso, ma biologico: la colpa era quella di essere ebrei. Dunque voler far passare i morti di Auschwitz come vittime di un “olocausto” significa strumentalizzare le loro sofferenze e la loro morte.

Eppure questo è proprio ciò che vogliono fare i sionisti e i (falsi) cattolici come il cardinale Martini. Vogliono instillare nei cattolici un senso di colpa per ciò che subirono gli ebrei ad Auschwitz, e arrivano al punto di domandarsi se, per caso, ad Auschwitz non sia morto anche il loro Dio. Perché non ha fatto nulla, perché non è intervenuto a salvare gli innocenti? Strano che non si facciano la stessa domanda per gli armeni. Ma la domanda in se stessa è un assurdo teologico: il cristiano sa benissimo di non avere alcun diritto di rivolgere a Dio domande del genere: lo insegna il libro di Giobbe, e si presume che un buon cristiano abbia letto e meditato la Bibbia. La polemica scatenata da alcuni contro i pretesi silenzi di Pio XII serviva proprio a questo scopo: in sostanza si tratta di un clamoroso falso storico e anche di un atto di grossolana ingratitudine vero un pontefice che si prodigò fino all’estremo per salvare gli ebrei perseguitati; ma quella polemica era necessaria per insinuare nella coscienza dei cattolici il cuneo del senso di colpa. E ciò, a sua volta, era necessario per predisporre il terreno alla Nostra aetate e al totale ribaltamento di prospettiva del Concilio Vaticano II, con gli ebrei divenuti improvvisamente, da un giorno all’altro, quelli che hanno rifiutato (e continuano a rifiutare!) il Messia venuta fra loro, e che era del loro stesso sangue, nei fratelli maggiori per i quali l’Antica Alleanza è sempre valida, perché le promesse di Dio sono indefettibili. Menzogna anche questa: perché le promesse di Dio sono, sì, indefettibili, ma c’è una cosa che Dio non vuole fare: andare contro il libero esercizio della volontà umana. Se l’uomo sceglie liberamente di rifiutarlo, di rifiutare la Luce e di restare nelle tenebre, Dio non vi si oppone: non è venuto nel mondo per costringere egli uomini a credere in Lui, né pèr salvarli controvoglia. Ecco perché dire che l’Antica Alleanza è sempre valida è sbagliato e blasfemo: se fosse vero, Dio salverebbe controvoglia quelli che lo rifiutano e considerano Gesù Cristo un empio che pretese di farsi Dio. Inoltre si creerebbero due verità e due salvezze separate, anzi opposte, e parallele: una per quelli che rifiutano Cristo e una per quelli che lo accolgono. Anche un bambino vede e capisce che una cosa simile non è assolutamente possibile.

La citazione della Nostra aetate è altrettanto fraudolenta, come fraudolento è quel documento in se stesso: Non possiamo invocare Dio padre di tutti, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini  che sono creati a immagine di Dio. La frode consiste nel giocare sull’equivoco fra la benevolenza dovuta a ciascun uomo in quanto tale, e l’accettazione dell’errore di una falsa religione. Tutte le religioni sono false all’infuori del cattolicesimo: questo è quel che la Chiesa ha sempre insegnato per quasi duemila anni, e che il Vaticano II ha cancellato. Nulla salus extra ecclesiam, si diceva allora, il che è la stessa cosa. Ma ora, giocando sull’equivoco fra le singole persone e i gruppi religiosi, si vuol dare a credere che tutte le religioni sono belle e buone, e quella degli ebrei merita una speciale riverenza, da parte dei cattolici, sia perché Gesù era ebreo e quindi membro del popolo eletto, sia perché (e questo non viene detto, ma suggerito) i cattolici devono farsi perdonare Auschwitz, cioè un evento del quale non sono affatto responsabili, ma furono vittime anch’essi (ad Auschwitz morirono fior di cattolici, come san Massimilano Kolbe). Quante menzogne in così poche righe stampate. Quanta malizia, quanta perfidia nel gesuita Carlo Maria Martini, che, in quanto gesuita, non avrebbe dovuto mai divenire vescovo, né tanto meno cardinale (come Bergoglio non dovrebbe essere papa). Ma tant’è: questa è l’ora delle tenebre…

Vedi anche sul sito dell’Accademia Nuova Italia:

WOJTYLA E AUSCHWITZ – Giovanni Paolo II mancò di tatto verso gli ebrei durante la sua visita ad Auschwitz?

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 17 Aprile 2021

Most Popular

Recent Comments