sabato, 24 Luglio 2021
HomeRELIGIONITeologiaGesù, il Messia sconfitto? di Francesco Lamendola

Gesù, il Messia sconfitto? di Francesco Lamendola

Riflessioni sulla “missione di Gesù” e condanna da parte del Sinedrio: è apparso ai giudei come un Messia sconfitto? Egli non chiese al suo popolo di abbandonare la propria identità ma di aprirsi ad una visione superiore di Dio di Francesco Lamendola  

La lettura del libro di Severino DianichIl Messia sconfitto. L’enigma della morte di Gesù (Piemme, 1997) ci dà l’occasione di riflettere, senza alcuna particolare animosità o prevenzione personale nei confronti dell’autore, su alcuni punti decisivi circa la natura della missione di Gesù e sulla sua condanna da parte del Sinedrio, e cioè:

1) Se Gesù volle fondare una nuova religione;

2) se quel che Gesù chiedeva al popolo ebreo era eccessivo;

3) se il Sinedrio di Gerusalemme ebbe qualche giustificazione legittima nel volere fortemente la sua  condanna a morte.

Cominciamo dal titolo del libro. Non ci piace. Ci ricorda la blasfema espressione di Bergogliola via Crucis è la storia del fallimento di Dio. Qualunque cattolico sa che la Passione e la Morte di Gesù acquistano il loro pieno e reale significato solo alla luce della sua Resurrezione. Ora possiamo ben immaginare che l’autore ha voluto dire che Gesù è apparso ai giudei come un Messia sconfitto, sia perché essi attendevano, e attendono, un ben altro genere di messia, un messia politico-militare che li guidi alla supremazia su tutti i popoli, sia perché la sua morte sulla croce apparve loro come una morte infamante e patetica, che di per sé forniva la prova definitiva della falsità delle sue asserzioni circa la propria missione divina. E tuttavia, e pur ammettendo che nel titolo di un libro, come pure nel titolo di un articolo, si cerca spesso e volentieri di colpire l’immaginazione del lettore, anche a rischio di semplificare troppo, oppure volutamente cercando di scandalizzarlo, resta il fatto che definire Gesù il Messia sconfitto, per un biblista cattolico che si rivolge a un pubblico di cattolici, e non di giudei, ci sembra sia poco aderente alla verità, sia poco rispettoso della Persona del Redentore.

Il sottotitolo, poi, anziché chiarire i dubbi, peggiora le cose: che significa l’enigma della morte di Gesù? Anzitutto, la parola enigma non ha nulla a che vedere col linguaggio teologico. Nella dottrina cristiana non esistono enigmi; esistono alcuni misteri, questo sì, anche se gran parte del contenuto di essa è accessibile alla ragione naturale e spiegabile per mezzo di essa. L’enigma è qualcosa di umano, che eccezionalmente alcune menti umane possono penetrare, ad esempio l’indovinello posto a Edipo dalla Sfinge; mentre il mistero è per definizione ciò che sta oltre la capacità di comprensione della mente umana, perché discende dalla dimensione del soprannaturale: ad esempio il mistero dell’Incarnazione e quello della Santissima Trinità di Dio. E poi, perché definire la morte di Gesù un enigma? La morte di Gesù non è un enigma, è l’offerta infinitamente generosa di Dio fattosi uomo per la nostra salvezza. Non c’è alcun enigma da sciogliere. Ci sono, se si vuole, degli aspetti contingenti da chiarire, ad esempio sotto il profilo giuridico; e infatti studiosi come Vittorio Messori hanno individuato decine di irregolarità che caratterizzarono l’intera azione processuale del Sinedrio a carico di Gesù Cristo, altrettante prove della precisa volontà omicida di quell’assemblea, che mai ebbe intenzione di chiarire la posizione religiosa di Gesù, ma volle semplicemente toglierlo di mezzo con strumenti legali, per non incorrere nella disapprovazione del popolo o per non suscitare un vespaio nei confronti del dominatore romano, al quale soltanto spettava la prerogativa di applicare sentenze capitali.

Questi dubbi, come vedremo, nel corso della lettura non solo non vengono chiariti, ma s’infittiscono: e noi personalmente siamo dell’opinione che i cattolici, quando scrivono libri per i cattolici, o almeno se questa è la loro intenzione, dovrebbero smetterla di insinuare loro più dubbi che certezze, perché aumentare la confusione già esistente nella fede di molti, oltre a non essere un’opera di carità, è intellettualmente disonesto. Immaginiamo già la loro risposta alla nostra obiezione: noi, direbbero, ci rivolgiamo a dei cristiani adulti, non a dei bambini, quindi diamo per scontato che essi comprendano la dimensione problematica della fede. A ciò rispondiamo: primo, che se pensano davvero che vi sia una differenza di verità, e non solamente di pedagogia, fra il cristiano adulto e il cristiano bambino che fa la Prima Comunione, hanno capito ben poco del Vangelo e hanno meditato ben poco le parole di Gesù: se non diverrete come questi bambini, non entrerete nel regno dei Cieli; secondo, che anche il cristiano adulto (ma adulto in che senso?) ha bisogno più di certezze che di dubbi: i dubbi sarà la sua stessa coscienza e sollevarli, non c’è bisogno che glieli crei colui che ha per missione quella di rendere la fede dei fratelli più comprensibile e più certa. Non è il caso di fare l’avvocato del diavolo, tanto più che ce ne sono già fin troppi, di diavoli veri e propri, i quali vanno in giro a caccia di anime; a meno che ci si rivolga ad un pubblico molto specialistico, nel qual caso l’intera struttura del libro che si presenta ai lettori dovrebbe essere impostata in senso rigorosamente filologico, e non usare la filologia per instillare dei dubbi nel cuore di chi, non essendo filologo, non possiede nemmeno gli strumenti concettuali per rispondere ad essi e trasformarli in occasione di crescita interiore.

Ciò premesso, passiamo a esaminare una pagina che a noi è sembrata particolarmente significativa: quella in cui si affronta il processo di Gesù davanti al Sinedrio (cit., pp.72-73):

Da tutto ciò che siamo venuti descrivendo fino ad ora appare evidente che i motivi del conflitto intervenuto fra Gesù e le autorità giudaiche furono numerosi e gravi. Egli fece di tutto per distanziarsi dai movimenti rivoluzionari che si agitavano a suo tempo nella sua terra, tesi a liberare Israele dal dominio romano. Nulla però egli fece per mascherare o sminuire gli elementi di sconvolgente novità del suo messaggio religioso. Non che egli pensasse di fondare una nuova religione: né lui né i suoi discepoli dopo la sua morte mai si sono presentati come fondatori di una nuova fede: erano ebrei, pienamente inseriti nella loro tradizione e ad essa profondamente attaccati. Gesù però si manifestava convinto che la storia di Israele come popolo unico, distaccato dagli altri, solo depositario dell’alleanza con Dio, era conclusa. Non, assolutamente, nel senso di un suo fallimento. Al contrario, nella direzione del suo sommo compimento: a questo momento la storia di Israele era da sempre destinata. Ma ciò che Gesù chiedeva al suo popolo – lo possiamo ben comprendere – era profondamente gravoso: abbandonare la propria identità per una missione universale, diluirsi in un popolo nuovo formato da tutte le genti, trasversale a leggi, lingue e culture diverse, fondato sulla accoglienza di lui, Gesù, come mandato da Dio per la salvezza del mondo intero, invece che sulla Torah, garante della alleanza esclusiva di Israele con Dio.

Tutto ciò sarà chiaro soprattutto dopo, quando nasceranno le comunità cristiane e mostreranno, nella concretezza della loro comunione di fede, che per chi crede in Gesù ”non c’è più giudeo né greco”. Però negli atteggiamenti di Gesù e nelle sue prese di posizione nei confronti del tempio, della legge, e della chiamata nel regno di Dio si preludeva a tutti questo e le menti religiosamente e politicamente raffinate del ceto sacerdotale, del gruppo dei farisei e della classe degli scribi devono aver percepito molto bene dove si andava a parare. Se non si vogliono giustificare i responsabili della more di Gesù, si può comprendere però che non mancarono le ragioni per le quali essi pervennero alla decisione di eliminarlo. Sono ragioni che non attingevano solamente agli attriti personali che le critiche di Gesù avevano prodotto: era veramente in gioco il destino di un popolo.

Di questa pagina, tre punti in particolare hanno attirato la nostra attenzione e ci sembrano meritevoli di una discussione.

1) Non che egli pensasse di fondare una nuova religione: né lui né i suoi discepoli dopo la sua morte mai si sono presentati come fondatori di una nuova fede.

Questa affermazione ci lascia senza parole. Gesù, e dopo di Lui i suoi Discepoli, volevano solo riformare e completare il giudaismo? È incredibile che una simile affermazione venga da un teologo, che è, oltretutto, un sacerdote. Non è stato forse Gesù Cristo, nella sua Persona, il fondatore della Nuova Alleanza? Che Gesù pensasse, di Se stesso e della propria missione, che si trattava semplicemente di completare e coronare le attese messianiche del popolo ebreo, è inconcepibile: tanto verrebbe dire che Gesù non sapeva chi era e cosa era venuto a fare nel mondo. Inoltre, come Dio, sapeva benissimo che il suo popolo lo avrebbe rifiutato: i costruttori che gettano via la pietra d’angolo, i vignaioli che assassinano il figlio del padrone per impadronirsi della vigna stessa, sono espressioni e parabole che parlano chiaro. Certo che la base religiosa da cui prende inizio la missione di Gesù è quella offerta dal giudaismo del suo tempo: questo è ovvio. Ma che Gesù non pensasse se non al coronamento delle attese messianiche della Torah, e sia pure dando al suo messianismo un accento prettamente spirituale, ciò contrasta con tutto quel che sappiamo di Lui e con tutto il senso dei suoi discorsi e delle sue opere, dal principio alla fine.

2) Ma ciò che Gesù chiedeva al suo popolo – lo possiamo ben comprendere – era profondamente gravoso: abbandonare la propria identità per una missione universale.

Gesù non chiedeva al suo popolo di abbandonare la propria identità, ma di aprirsi ad una visione superiore di Dio e della sua relazione con gli uomini. Certo, l’esclusivismo religioso dei giudei era una componente importante della loro identità, ma non era tutta la loro identità; senza contare che nei libri dell’Antico Testamento vi sono numerosi passi che invitano il popolo a predisporre l’animo a una conversione totale in vista della venuta del Messia, il che presuppone l’abbandono della pretesa che Dio sia al servizio dell’uomo (e dei sogni di gloria e di grandezza, sia individuali che collettivi) e la presa di coscienza che l’uomo è al servizio di Dio. Inoltre, affermare che quanto Gesù chiedeva al suo popolo era “gravoso” sottolinea solo un aspetto della sua missione, la rinuncia all’esclusivismo e al senso di superiorità nei confronti delle altre genti; ma tace completamente su quanto Gesù aveva da offrire in cambio di tale rinuncia. Le folle che correvano ad ascoltarlo e che dimenticavano perfino il cibo pur di non staccarsi da lui, come si vede nei due episodi della moltiplicazione dei pani e dei pesci, evidentemente non erano schiacciate dalla gravosità di quanto Gesù chiedeva loro, ma erano affascinate dalla bellezza e della potenza delle sue Parole. Dunque non comprendiamo affatto perché gli ebrei dovessero vedere Gesù come un fastidioso profeta che veniva a togliere loro qualcosa, più che a dare. Non più di quanto dovesse rammaricarsi il giovane ricco il quale, professando di voler seguire Gesù completamente, non seppe separarsi dalle sue ricchezze, quando Gesù gli chiese di farlo: perché la promessa delle inestimabili ricchezze celesti è poca cosa per chi giudica tutto sul metro della realtà materiale. In questo senso, Gesù non era più scomodo al suo uditorio ebraico più di quanto lo fosse a ciascun uomo o donna che siano invincibilmente legati ad un sistema di vita disordinato ed egoistico. Il che vale sempre, anche ai nostri giorni, per ogni singolo essere umano, indipendentemente dalla cultura e dalla tradizione nella quale ciascuno è nato e cresciuto.

3) Si può comprendere però che non mancarono le ragioni per le quali essi pervennero alla decisione di eliminarlo (…): era veramente in gioco il destino di un popolo.

Brutta, molto brutta questa frase. Pare che il Sinedrio avesse cento ragioni legittime per volere la morte di Gesù, e pare che Gesù rappresentasse effettivamente un pericolo gravissimo per il popolo ebreo. Quando l’autore afferma che era veramente in gioco il destino di un popolo, fa eco alle parole pronunciate da Caifa dinanzi al Sinedrio (Gv 11, 49-50): Voi non capite nulla  e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera. Tuttavia Caifa mentiva, sapendo di mentire: Gesù non costituiva alcun pericolo dal punto di vista dell’occupante romano, tanto è vero che lo stesso Dianich riconosce che Egli fece di tutto per distanziarsi dai movimenti rivoluzionari che si agitavano a suo tempo nella sua terra, tesi a liberare Israele dal dominio romano. E del resto, quando glielo portarono davanti, Pilato dimostrò di non conoscere affatto Gesù Cristo, né la natura del suo insegnamento: se lo avesse conosciuto, non avrebbe avuto necessità di chiedergli chiarimenti al riguardo. In ogni caso, non furono i romani ad arrestare Gesù, mentre, viceversa, i romani lo processarono, ma per la sola ragione che così voleva la legge: il Sinedrio poteva condannare a morte qualcuno, ma non aveva facoltà di eseguire da sé la sentenza. Questa è la verità, piaccia o non piaccia a tutti quei biblisti, teologi e cattolici in genere, sia ecclesiastici che laici, i quali si preoccupano soprattutto di allontanare ogni colpa dal Sinedrio e di non scontentare, con giudizi troppo severi, i cari fratelli maggiori. Anche a costo di tradire il senso della Passione e Morte del Nostro Signore, e così pure quello della sua Resurrezione.

Del 21 Aprile 2021

Most Popular

Recent Comments