martedì, 21 Settembre 2021
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Quando ermetismo, cabala e gnosi sedussero i papi

Quando e come è avvenuto che certi i pastori del gregge si sono fatti massoni ripudiando, di fatto la loro fede in Cristo sostituendola con quella nella squadra e nel compasso? di Francesco Lamendola  

Il declino della Chiesa cattolica ha avuto inizio quando la serpe velenosa della massoneria si è insinuata entro di essa. Ma quando ha avuto inizio tale infiltrazione sotterranea? E, soprattutto: che cosa può aver spinto degli uomini di Chiesa, dei consacrati, spesso dei vescovi e dei cardinali, ad aderire a una tale setta, e a lasciarsi conquistare dalle sue idee, l’una e le altre così radicalmente lontane, o per meglio dire opposte, rispetto ai fini che si propone la Sposa di Cristo? È da qui che bisogna partire per capire quello che sta succedendo ai nostri giorni: la Pachamama intronizzata e adorata dal papa; il sabba infernale di Astana; la benedizione alle coppie omosessuali; l’appoggio sfrontato al candidato “cattolico” Biden nelle presidenziali americane, cioè al sostenitore dell’aborto volontario fino al nono mese di gravidanza; e, dulcis in fundo, l’ingiunzione a tutti quanti, credenti e non credenti, di vaccinarsi per obbligo morale, sapendo che i vaccini sono prodotti con linee cellulari di feti abortiti. Bisogna perciò capire come si è giunti a tanto orrore e come la Chiesa è caduta tanto in basso (parliamo sempre, s’intende, della Chiesa visibile, cioè degli uomini che la governano, e non della Chiesa in se stessa, che è sempre saldamente guidata e diretta dallo Spirito Santo). Perciò, torniamo alle due domande fondamentali: quando e come è avvenuto che i pastori del gregge si siano fatti massoni e abbiano ripudiato, di fatto, la loro fede in Cristo, per sostituirla con quella nella squadra e nel compasso?

Un tempo pensavamo che ciò fosse iniziato nel XVIII secolo, ai tempi della prima scomunica della massoneria da parte di Clemente XII nel 1738, con la lettera apostolica In eminenti apostolatus specula; posizione ribadita in seguito più volte e rinnovata da Giovanni Paolo II nel 1983 con la dichiarazione Quaestium est. Poi, però, abbiamo riflettuto che la massoneria, così come attualmente la conosciamo, vale a dire come si è costituita a partire dal 1717, con la nascita, a Londra, della massoneria “speculativa” o moderna, è stata preceduta da un lungo travaglio; e che di conseguenza anche l’ingresso nella Chiesa di idee eterodosse, provenienti dal bacino collettore che ha condotto alla nascita della massoneria moderna, doveva essere alquanto retrodato. In quel bacino collettore si trovano svariati elementi esoterici fra cui l’ermetismo, la cabala, la gnosi, la magia e l’alchimia; alcuni procedono indietro fino ai templari, altri fino ai catari, e altri prima ancora, alla setta bulgara dei bogomili: passando, “naturalmente”, per i costruttori delle cattedrali gotiche. In questi saperi occulti vi è una grossa componente giudaica, perché la corrente principale della cabala è quella ebraica; e anche una non trascurabile componente egizia, legata alla magia, dalla quale deriva l’ermetismo (perché Hermes è identificato col dio egizio Thoth).

Pertanto, la domanda è: quando un simile magma ideologico ebbe l’occasione di penetrare nella Chiesa, seducendo alcuni consacrati di alto livello culturale? La risposta è ovvia: nel XVI secolo, col Rinascimento, vale a dire con l’inizio vero e proprio della modernità. In altre parole, la seduzione del mondo moderno non si manifesta nel clero cattolico con il Concilio Vaticano II, o magri con il modernismo dei primi anni del XX secolo, ma quattrocento anni prima, quando gli umanisti introdussero nella cultura europea l’attrazione per le scienze occulte e i saperi nascosti, in particolare la magia e l’ermetismo; e quando, incredibile a dirsi, nacque perfino una corrente filosofica nota come cabala cristiana, il cui più illustre esponente fu Pico della Mirandola, accanto alla cabala ebraica, dalla quale sostanzialmente derivava, e alla cabala esoterica o ermetica, della quale fu seguace il famoso mago John Dee. Gli esponenti della cosiddetta cabala cristiana non vedevano alcuna incompatibilità di fondo tra la cabala ebraica e il cristianesimo: come San Tommaso d’Aquino aveva “cristianizzato” la filosofia greca, specie quella di Aristotele, così essi si ritenevano chiamati al compito storico di cristianizzare la cabala. Un progetto non solo audace, ma eterodosso: possibile che i papi del tempo non se ne siano resi conto?

Ci siamo allora chiesti sotto quale pontificato poté avere inizio l’attrazione fatale tra alcuni membri dell’alto clero e questi saperi occulti, ambiziosi, che si erano tramandati segretamente per centinaia d’anni: e riteniamo di averlo identificato in quello di Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia, che durò dal 1492 al 1503. Anche noi avevamo sempre creduto che costui fosse stato, sì, un pessimo papa sul piano della condotta morale (basti dire che fu eletto in maniera sfacciatamente simoniaca, vale a dire corrompendo i cardinali elettori), ma che, come del resto assicurano quasi tutti gli studi, compresa l’Enciclopedia Cattolica, non avesse mai deviato in abito dottrinale, per cui dal punto di vista dell’ortodossia avesse tenuto fede alla sua missione di preservare la dottrina della Chiesa. Poi però abbiamo riflettuto che, come nel caso di Giovanni XXIII e Paolo VI, che aprirono la porta alle forze massoniche e favorirono la penetrazione di idee non cattoliche, pur mostrandosi formalmente rispettosi della dottrina, esistono molti modi per essere infedeli al magistero, e uno di questi è appunto quello di favorire, in forme più o meno velate, la diffusione sotterranea di idee ereticali. E come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno dato spazio e riconoscimenti all’eretico Enzo Bianchi, negatore della divinità di Cristo, così Alessandro VI tolse le censure del suo predecessore all’opera di Pico della Mirandola e diede a quest’ultimo grandi attestazioni di pubblica stima, il che equivalse a una piena riabilitazione della sua tesi di una cabala cristiana e di un uso “cristiano” delle arti magiche di origine egizia ed ebraica. Come se ciò non bastasse, come il vescovo Paglia ha dato pubblico scandalo facendo affrescare in maniera blasfema, dal dubbio artista Cinalli, la cattedrale di Terni, così Alessandro VI diede pubblico scandalo facendo affrescare dal Pinturicchio sei stanze del palazzo Apostolico, note come Appartamento Borgia, e specialmente quella denominata (ma a torto) Sala dei Santi, dominata da soggetti della mitologia greca e culminante nella celebrazione di Iside, la dea egizia, dalla quale lo stesso papa si era convinto, a torto o a ragione, che discendesse la propria famiglia. Si trattava di una forma di scandalo più sottile, sia per il carattere privato del luogo sia per la natura culturalmente sofisticata del suo oggetto: e nondimeno era senza dubbio scandaloso che un papa mostrasse di apprezzare la cultura pagana quanto e più della tradizione iconografica cristiana, e ritenesse cosa buona e giusta far affrescare le sue stanze personali con dipinti che richiamavano il mondo dell’esoterismo, dell’ermetismo e della cabala.

Ma ecco cosa dice di ciò lo scrittore e giornalista spagnolo Javier Serra nel suo libro Lo specchio oscuro. Enigmi, inganni e ossessioni della storia; titolo originale: La ruta prohibida y otros enigmas de la Historia, 2007; traduzione di Gianclaudio Civale, Milano, Longanesi & C., 2011, pp. 231-234):

(…) Alessandro Vi si reputava discendete diretto di Osiride. Tale convincimento, alimentato sin da quando era cardinale da un frate domenicano di nome Giovanni Annio da Viterbo, si trasformò presto in certezza grazie alle astute manovre di questo abile falsario.

Annio da Viterbo, a quel tempo nuovo Maestro del Sacro Palazzo, persuase il papa che la presenza di un toro nel suo scudo araldico non fosse puramente casuale, e che quel toro (o bue) fosse una delle rappresentazioni classiche di Osiride. Un dio che, secondo Annio, avrebbe insegnato agli antichi abitanti italici le arti della pesca e dell’agricoltura.

Prima di conoscere, Alessandro VI, Annio da Viterbo si era guadagnato un’immeritata fama di erudito. Fu lui a rinvenire alcuni testi, più che sospetti, del sacerdote caldeo Beroso nei quali si riferiva delle avventure di Osiride in Europa. A suo parere, Osiride-Apis regnò in Italia, diede il nome ai monti Appennini e, perdipiù, lasciò la sua impronta in toponimi della penisola, come nel caso della località di Osiricella, vicino a Treviso.

Credibili o no, queste elucubrazioni forzarono Annio a inventare nuove prove con le quali sostenere le sue affermazioni sempre più bislacche. Dissotterrò reperti archeologici, fregi, lapidi e colonne con iscrizioni geroglifiche che egli steso aveva previamente falsificato e seppellito con cura. Ogni nuovo “ritrovamento” era accompagnato da manifestazioni di stupore e meraviglia di fronte al pontefice. Nemmeno le indiscrezioni circolanti circa le falsificazioni valsero a smuovere Alessandro VI. Per il Santo Padre, il suo Maestro di palazzo era un saggio. E, ovviamente, nessuno si azzardò mai a criticarlo in sua presenza.

Come se non bastasse, durante i suoi undici anni di pontificato, Alessandro VI si dimostrò il papa più atipico, singolare ed eretico della storia di Roma., Più ancora che per la sua inquieta vita sentimentale o per le scorrere dei suoi figli Cesare e Lucrezia, l’eccentricità di Alessandro si deve al suo tentativo di riportare il corso della Chiesa in acque pseudo egizie. Una prima conferma di questa tendenza si può individuare nel trattamento riservato a intellettuali come Pico della Mirandola. A differenza del suo predecessore Innocenzo VIII, che lo aveva condannato e perseguitato per aver difeso la magia di ispirazione egizia e la cabala ebraica come strumenti dell’ottimo credente, il papa Borgia, invece, lo assolse da tutte le accuse nel giugno del 1493. Anzi lo trattò come un “figlio fedele” della Chiesa, immergendosi con piacere nei suo studi eterodossi.

Pico della Mirandola, assieme ad Annio da Viterbo, fu tra i maggiori promotori della “faraonizzazione” del papato. Nacque così l’ermetismo. Un vocabolo che deriva etimologicamente dalla figura mitica di Ermete Trismegisto, di nome greco ma di origini egizie, considerata come una mera trasfigurazione del dio della saggezza Thot. Di fatto, solo pochi anni prima dell’arrivo a Roma di Alessandro Vi, durante il concilio di Firenze del 1439, Cosimo de’ Medici il Vecchio diede impulso alla prima traduzione in latino di un manuale di magia presumibilmente dettato da take divinità. L’influenza di questo testo, conosciuto come “Corpus Hermeticorum”, si dipanò nell’arte e nella cultura dei secoli seguenti.

Frances Yates, una delle maggiori esperte mondiali di ermetismo, studiando il periodo di Alessandro VI, quando la popolarità del “Corpus Hermeticorum” era al suo apogeo, concluse che “il papa desiderò proclamare apertamente il rovesciamento della politica del suo predecessore, facendo sua la concezione di Pico della Mirandola basata sull’uso della magia e della cabala come complementi della religione”.

L’idea non è così peregrina come può sembrare, In fin dei conti, agli occhi di quell’erudito rinascimentale, i sistemi della magia egizia – o ermetica – e cabalistica puntavano all’unione del cielo e della Terra. Una “filosofia” che Pico ritenne anche molto “cristiana”. (…)

Anche Sisto V, incoronato papa nel 1585 e da molti definito come “l’ultimo pontefice del Rinascimento”, fece il possibile per dominare questi saperi e ideò un programma di opere pubbliche che aveva tra i suoi obiettivi fondamentali il recupero e la salvaguardia degli obelischi egizi. Egli non voleva solamente “abbeverarsi” alla fonte egizia, ma dominarla. E fu così che si consacrò alla ricerca, al restauro e all’innalzamento di molti dei quarantadue obelischi che dai tempi di Augusto, erano stati portati nella città eterna.

Certo: si può obiettare a quanto abbiamo detto che né Alessandro VI, né Sisto V promossero formalmente il neopaganesimo e l’occultismo, anzi nei documenti ufficiali ribadirono la dottrina cattolica; ma è un fatto che come sovrani si mostrarono in tutto pari ai principi rinascimentali, con lo stesso atteggiamento di entusiasmo per la cultura mondana e neopagana, tanto da arricchire Roma d’una quantità di monumenti, come gli obelischi, che ne sono la vistosa celebrazione. Affreschi e monumenti sono simboli, e possono dire più cose di quante ne dica un documento ufficiale del magistero: e quei documenti dicono che i papi del Rinascimento, imbevuti di cultura pagana, forse non credevano neppure nel Dio cristiano. Il tutto in una Roma così poco cristiana che un notissimo artista vi teneva cerimoniali di evocazione diabolica nel bel mezzo del Colosseo (cfr. Il nostro articolo Di notte, nel Colosseo, un esercito di demoni assedia Benvenuto Cellini, pubblicato sul sito don Arianna Editrice il 19/01/08). Della riabilitazione di Pico, abbiamo detto: ci ricorda molto la riabilitazione di Leonardo Boff da parte di Bergoglio. Come i papi del post-concilio hanno subito il fascino della cultura moderna, specie il marxismo e il liberalismo, così quelli del Rinascimento hanno subito quello dell’ermetismo e della cabala. Quest’ultima è incompatibile col cristianesimo poiché mira all’unione del cielo e della terra per opera (magica) dell’uomo, e così fa dell’uomo il vero artefice della realtà. Ebbene, lo spirito intimo della massoneria è proprio questo: fare dell’uomo colui che determina da sé stesso il proprio destino e costruisce un mondo nuovo. In che modo dei consacrati possono aver provato attrazione per una simile dottrina? A nostro parere, perché si stancarono di aspettare il Regno di Dio e vollero realizzarlo, qui e ora, ad opera dell’uomo.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 24 Aprile 2021

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