martedì, 19 Ottobre 2021
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La difficoltà di “credere” oggi? di Francesco Lamendola

Iddio toglie la grazia a colui che le resiste. Come mai per l’uomo moderno credere nel Dio Rivelato è così difficile? Aver visto e conosciuto il Redentore, ma averlo rifiutato: questo è il dramma dell’umanità, di ieri e di oggi di Francesco Lamendola 

Il grande problema della società moderna è l’incredulità nei confronti del cristianesimo; e la grande domanda che ci si deve porre, per comprendere le dinamiche tipiche della modernità, è la seguente: come mai per i nostro nonni credere in Dio non era un problema, anzi, era ciò che dava un orizzonte  di senso e un valore unificante a tutta la loro vita e anche alla loro morte, mentre oggi è divenuto così difficile credere in quel Dio, al punto che ormai solo una minuscola minoranza assume la prospettiva della fede nei casi della propria esistenza, e anche quella piccola minoranza non lo fa con la fede totale e incondizionata dei nostri nonni, ma con mille distinguo e riserve mentali? La risposta si trova in parte nelle condizioni materiali e morali della vita moderna, e in parte nel cedimento culturale e valoriale che si è verificato anche da parte dei cattolici e del clero. Abbassando continuamente l’asticella della morale e accettando un compromesso dopo l’altro pur di dialogare” con il mondo moderno, la Chiesa ha creato un’atmosfera di continua rinuncia e di continuo aggiustamento della dottrina e dei comportamenti, tanto che a poco a poco il peccato ha cessato di essere presentato come tale e qualunque comportamento, anche il più difforme dalla morale evangelica, appare accettabile, se non addirittura perfettamente lecito. Infatti negli ultimi cinque decenni, dal Concilio Vaticano II in poi, a stabilire cosa è giusto e cosa è vero non è più il magistero perenne, ma uno pseudo magistero “liquido” che si adatta continuamente alle situazioni e alla mentalità del mondo. Un tipico esempio di ciò è l’enciclica Amors laetitia, in cui Bergoglio arriva al punto di assicurare che anche l’adulterio e il concubinato sono accettabili e “perdonati” da Dio, se in coscienza il peccatore sente di non poter cambiare vita o regolarsi diversamente; per non parlare dell’episcopato tedesco il quale, di fronte al rifiuto della Congregazione per la Dottrina della Fede di concedere la benedizione alle coppie omosessuali, si è ribellato e ha deciso che lo farà ugualmente

La luce è venuta nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta (Gv 1,5): con questa formula lapidaria il quarto Vangelo riassume il senso del dramma che vi è verificato nel mondo dopo l’Incarnazione del Verbo. Infatti, come osserva san Paolo (Rm 1,21): essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Aver visto il Redentore, averlo conosciuto, averlo udito, eppure averlo rifiutato: questo è il dramma dell’umanità, di ieri e di oggi. Prima dell’Incarnazione del Verbo, gli uomini erano almeno parzialmente scusati se non vivevano secondo la Volontà di Dio, benché la sola ragione naturale sia di per sé sufficiente a mostrare la differenza fra il bene e il male; ma dopo l’Incarnazione si è creato uno spartiacque definitivo. Non è più possibile l’ignoranza della Verità, perché la Verità stessa si è fatta carne, ha abitato in mezzo a noi, e ha insegnato con chiarezza quello che piace a Dio e quello che gli dispiace; pertanto è possibile solo l’accoglienza o il rifiuto della Luce divina. In tal modo si è attuata definitivamente la Parola di Gesù Cristo (Lc 11,23): Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde.

Dunque, per comprende come mai per l’uomo moderno credere nel Dio Rivelato sia divenuto così difficile, bisogna far anche e soprattutto una riflessione di tipo teologico. Come dice il Vangelo di Giovanni, esiste una stretta relazione fra l’umanità che rifiuta Dio e l’accecamento che rende impossibile agli uomini riconoscere il vero Dio. In altre parole, prima gli uomini si rifiutano di riconoscere la divinità di Gesù Cristo, nonostante i segni inequivocabili che la testimoniano; poi Dio toglie loro l’uso della ragione e fa sì che i loro cuori s’induriscano e le loro menti si chiudano alla verità, in modo che si perdano da se stessi, a causa del loro perverso accecamento dovuto all’orgoglio, così che pur vedendo, non vedono, e pur udendo, non odano e non comprendano, secondo la profezia di Isaia (cfr. Mt 13,14). Per san Paolo, poi, esiste un nesso inscindibile fra la verità e la giustizia e, all’incontrario, fra l’ingiustizia e la menzogna, per cui rifiutare la verità di Dio equivale a una suprema e perfida forma d’ingiustizia, cosa che merita automaticamente il castigo divino, che si attua nell’accecamento dell’intelligenza e nell’abbandono degli uomini in balia di passioni vergognose e degradanti:

18Infatti l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia, 19poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha manifestato a loro. 20Infatti le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute. Essi dunque non hanno alcun motivo di scusa 21perché, pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato né ringraziato come Dio, ma si sono perduti nei loro vani ragionamenti e la loro mente ottusa si è ottenebrata. 22Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti 23e hanno scambiato la gloria del Dio incorruttibile con un’immagine e una figura di uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili.

24Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, tanto da disonorare fra loro i propri corpi, 25perché hanno scambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno adorato e servito le creature anziché il Creatore, che è benedetto nei secoli. Amen.

D’altra parte, inutile negarlo, la questione dell’incredulità al Vangelo, storicamente e biblicamente, rimanda direttamente al fatto dell’incredulità dei giudei e quindi tocca un nervo scoperto che, per la Chiesa, a partire dal Vaticano II si  fatto sensibilissimo. Non per nulla, come abbiamo cercato di mostrare in una lunga serie di scritti, il Concilio stesso è stato pensato, voluto e attuato sostanzialmente dalle forze, interne ed esterna alla Chiesa, che volevano rovesciare il rapporto fra cristianesimo ed ebraismo in senso favorevole a quest’ultimo, e per fare ciò era necessario non solo caricare implicitamente i cattolici del peso morale dell’Olocausto, ma anche “assolvere” gli ebrei da qualunque accusa riguardo al processo e alla condanna di Gesù Cristo da parte del Sinedrio. Operazione teologicamente quanto mai scabrosa, anche se oggi molti “cattolici” non ne colgono l’estrema gravità, oltre che il contrasto irrimediabile col magistero perenne, perché consisteva e consiste, da un lato nell’affermazione, assurda e insostenibile, che l’Antica Alleanza è sempre valida dall’altro nella smentita delle parole stesse di Gesù Cristo, il quale è stato chiarissimo su questo punto (Mt 23,37):

Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!

Scrive Philipp Schertl nel commento al Vangelo di Giovanni (Commento al Nuovo Testamento, vol. 2, Luca e Giovanni; titolo originale: Kleine Kommentar Neues Testament, Stuttgart, Bibelwerk; traduzione di Virginia Pagani, Assisi, Cittadella Editrice, 1971, 328-330):

La luce è apparsa nelle tenebre, ma l’incredulità giudaica non “l’ha accolta. L’incredulità dei Giudei era per i primi cristiani un problema grave e difficile, come l’incredulità del mondo moderno per i nostri cristiani. Cime Paolo, guardando alla chiamata alla grazia e al rifiuto del suo popolo, esclama con il cuore addolorato: Come sono impenetrabili i giudizi di Dio e inesplorabili le sue vie!” (Rm 11,33), così anche Giovanni vede l’ultima soluzione di questo mistero nel decreto divino, già annunciato nelle antiche profezie,. È il giudizio di Dio sul suo popolo che non crede.  Giovanni, che ha rivelato il carattere gratuito della fede(6, 44,s. 65), così ora dimostra che l’incredulità è un giudizio di Dio. Il passaggio graduale dal non voler crede al non poter credere , che è accecamento e ostinazione, è una punizione di Dio. Dio non l’ha voluta, ma la permette. Dio non vuole che si scherzi con lui e con la sua grazia. Perciò toglierà la grazia all’uomo che ad essa resiste e lo abbandonerà alla dannazione che quello stesso desidera. Non si tratta qui di predeterminazione e di predestinazione, l’incredulità in Giovanni è sempre colpa dell’uomo. Ma l’uomo è soggetto anche alla signoria di Dio, per cui la sua colpa è nello stesso tempo punizione inflittagli da Dio, se il “no” dell’uomo sarà reso definitivo dalla volontà di Dio.

12,38 – Giovanni porta come prova una parola di Isaia tratta dal carme del Servo di Dio sofferente (53,1) in cui egli sente Gesù stesso che parla e si lamenta dell’incredulità del suo popolo.  Il popolo non ha accolto il suo messaggio, non ostante la potenza taumaturgica del Signore, non ostante il “braccio di Dio”. Egli vede il motivo di questo rifiuto nella parola terribile contenuta nella visione della chiamata di Isaia (6,9 s.). Gli imperativi che là si trovano, “acceca!”, “indurisci!” sono riportati nella forma del passato, come fatti già compiuti. Giovanni dice che il profeta, durante la visione della sua chiamata, ha contemplato anche la gloria dell’Unigenito del Padre, anzi il profeta ha contemplato solo questa, perché Dio non si può vedere direttamente (1,18).

12,42 – Alcuni in realtà hanno accolto la luce, molti di questi sono addirittura dei capi [come Nicodemo (3,2) e Giuseppe di Arimatea (19,38)]. Ma la tirannia dei farisei e il timore degli uomini non hanno permesso loro di giungere alla professione di fede nel Cristo. L’onore degli uomini fu per loro più importante della gloria di Dio.

La fede in Gesù, infatti, in conseguenza della sua missione ricevuta dal Padre e dalla sua unione con lui, è fede in Dio stesso. Per questa ragione, Gesù non sta “accanto” a Dio. Come rivelazione di Dio, egli è per il credente luce (1,9), per il non-credente giudizio.

12,48 – Certo non è Gesù che pronuncia questo giudizio, perché egli vuole rendere felici gli uomini. Ma è l’uomo che, incontrandosi con lui e con la sua parola, sceglie il proprio giudizio, che poi verrà confermati nel giudizio finale. Così gli increduli si perderanno da se stessi.

L’efficacia che si trova nella parola di Gesù dipende dal fatto che essa è parola di Dio, che dà la vita eterna. Gesù ha trasmesso questa parola così com’egli l’ha ricevuta dal Padre.

Lasciando ora da parte la questione dell’incredulità dei giudei, che alla fine si risolverà nella loro conversione (cfr Rm 11, 25-323), resta la questione generale dell’incredulità come categoria psicologica, intellettuale e metafisica. Gli uomini sono stati messi di fronte alla verità, ma la rifiutano; la luce è venuta ad illuminare le tenebre, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce. Questa è la situazione tipica del mondo moderno, perché, come abbiamo detto, fino al tempo dei nostri nonni, e in parte dei nostri genitori, cioè fino a qualche decennio fa, la fede era ancora qualcosa di vivo nel cuore e nella mente di moltissime persone, e possedeva ancora una forza tale da imprimere una direzione e un significato caratteristici alle scelte della vita individuale, anche se già aveva perso molto terreno a livello collettivo, e soprattutto a livello politico. L’approvazione di leggi civili esplicitamente contrarie alla morale cattolica, come quella sul divorzio e, più ancora, quella sull’interruzione volontaria della gravidanza, hanno segnato il momento di svolta, con una buona parte di cosiddetti credenti e perfino membri del clero schierati su posizioni apertamente favorevoli ad esse, in nome d’un malinteso concetto di libertà e auto-determinazione dell’uomo. Bisogna perciò chiedersi che cosa, nella società moderna, risulti così’ ostico alla fede, al punto da renderla sempre più difficile. In realtà, basta guardarsi intorno per constatare che da ogni lato, a cominciare dalla scuola pubblica, e passando per tutti i mass-media, il cinema e la televisione in modo particolare, piove continuamente sugli individui un’autentica valanga di messaggi, diretti o indiretti, contrari alla fede, basata sul materialismo, l’edonismo, il nichilismo e l’agnosticismo – un nemico della fede, quest’ultimo, ben più temibile dell’ateismo, perché questo si basa comunque su un confronto con la “questione Dio”, mentre l’agnosticismo si limita ad ignorarla, come cosa di nessuna importanza nella vita delle persone. Si prenda in mano un libro di lettura delle elementari della generazione dei nostri nonni, e lo si confronti con uno dei nostri giorni: non solo Dio è scomparso dall’orizzonte spirituale, in omaggio al multiculturalismo e al pluralismo religioso, ma è scomparso anche quell’atteggiamento di stupore di fronte al mondo e di senso del mistero di fronte a ciò che supera la ragione umana, che è il presupposto della fede e la necessaria predisposizione dell’animo ad accogliere la Rivelazione. In sostanza tutta la cultura moderna è frutto d’una lotta contro Dio: perciò se si vuol tornare alla fede bisogna liberarsi dal suo influsso come da una malattia.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 04 Maggio 2021

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