venerdì, 17 Settembre 2021
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Ecco come e quando è nata l’omoeresia nella Chiesa di Francesco Lamendola

Sulla scia del ’68: dai porno-teologi di padre Cornelio Fabro, all’ ideologia femminista e alle “monache lesbiche”. Ormai si va verso il completo sdoganamento dell’omofilia? di Francesco Lamendola  

Il padre Cornelio Fabro, uno dei più grandi filosofi e teologi cattolici del secolo scorso, già dagli anni ’60 parlava dei porno-teologi per indicare quei teologi che seguivano le tendenze del mondo e suggerivano un adeguamento della morale cattolica a ciò che, sulla scia del ’68, veniva proclamato buono e lecito perché “naturale” sulla base del principio di piacere, proclamando al tempo stesso che nessuno ha il diritto di giudicare, tanto meno di condannare. Ma come è iniziata, sul terreno pratico, quello della vita vissuta, la marcia (ir)resistibile dell’omoeresia, che ora sta portando la Chiesa cattolica tedesca sulla via dello scisma, dopo che alcune migliaia di preti e diaconi di quel Paese hanno detto di non accettare il responso della Congregazione perla Dottrina della Fede circa le unioni omosessuali, e di voler procedere comunque a benedirle sull’altare, mentre il sedicente papa tace e anzi fa le viste di volersi tirare indietro? Il clero e gli ordini religiosi, purtroppo, sono sempre stati infiltrati da soggetti omosessuali, maschili e femminili, ben decisi a non rispettare il voto di castità, né la dottrina morale cattolica a proposito dei rapporti omosessuali (dei rapporti: perché le tendenze, se sono parte della persona, non sono soggette ad alcuna condanna, non essendo di per sé peccato) e che anzi si sono resi responsabili di gravi abusi sessuali ai danni di confratelli più giovani, anche di bambini e adolescenti, nascondendo le loro turpitudini dietro un velo d’ipocrisia e dissimulazione. Ma è stato a partire dagli anni ’60 che tali soggetti hanno trovato nella ideologia femminista, edonista e libertaria dilagante nella società civile e non contrastata, né condannata dalla Chiesa conciliare (la quale si era fatta una vanto di non voler più condannare alcuno) hanno trovati le condizioni adatte per porre sul tappeto, in maniera sempre più esplicita, il loro “diritto” a essere diversi e ad essere accettati per quello che erano, incluso l’esercizio della loro sessualità, restando nei conventi e nelle parrocchie. È stata una marcia graduale, partita dal basso, ma approvata e incoraggiata dall’alto, da certi teologi e certi vescovi e cardinali, verso il completo sdoganamento dell’omofilia, sia maschile che femminile, negli ordini religiosi e nel clero secolare. Mentre sulle strade le femministe sfilavano scandendo slogan come: la vagina è mia e ne faccio quello che voglio io, protendendo le mani in un gesto osceno per sottolineare il concetto, in alcuni conventi gruppi di religiosi, e, nel caso degli Stati Uniti, soprattutto di religiose, iniziavano a non far mistero né delle loro tendenze omofile, né dei loro amori, pretendendo di poter restare nella Chiesa a dispetto dell’infedeltà alla morale cattolica e del rifiuto di osservare il voto di castità pronunciato solennemente  al momento dell’ordinazione.

Così l’ex suora cattolica Rosemary Keefe Curb spiegava cosa significa, per lei, essere una monaca lesbica – si noti: non una monaca e lesbica, ma proprio una monaca lesbica – nel capitolo introduttivo del libro da lei scritto assieme a un’altra ex suora, anch’ella lesbica dichiarata e militante: Dentro il convento. 50 monache confessano la loro sessualità (titolo originale: Lesbian Nuns: Breaking Silence, 1986; traduzione dall’inglese di Silvia Kramar, Milano, Edizioni CDE, 1986, pp. XIII-XV):

Mia madre mi aveva supplicato di non scrivere questo libro: «Perché assumerti la responsabilità? Tutti sanno che i conventi sono pieni di monache lesbiche. Non capisci che stai commettendo un suicidio professionale? E poi perché far del male alla Chiesa cattolica? Potrebbe decidere di vendicarsi e attaccarti».

Lasciate invece che vi introduca queste storie che per tanto tempo sono rimaste nel silenzio; e lasciate che risponda anche alle suppliche di mia madre e di chiunque abbia dei dubbi e si domando chi siamo, perché ci siamo assunte questa responsabilità, come abbiamo scritto questo libro e soprattutto quale impatto potrà avere.

Si tratta di un libro pericoloso? Credo di sì, ma non come potrebbe pensare mia madre.

Lei si preoccupa soprattutto di me: crede che qualcuno potrebbe ferirmi, professionalmente e magari fisicamente. Mia madre lotta con tutte le sue forze affinché sua figlia non sia la prima ad infrangere secoli di silenzio. Io invece credo che siamo proprio le paure come la sua a perpetuare il silenzio che ci incatena; mentre la verità, alla luce del sole, ci può solo liberare da una secolare schiavitù.

Se la nostra cultura definisce la normalità basandola sull’universo maschile e approva soltanto le donne che vivono al fianco di un uomo, è logico che le monache e le lesbiche siano viste come creature ridicole e irrilevanti agli effetti della storia.

La percezione di una sessualità femminile servile e dipendente dall’uomo rinforza i principi maschilisti. L’esistenza di alcune comunità autonome femminili, se vogliamo guardare in faccia la realtà, è già una minaccia alla tradizione patriarcale.

A maggior ragione una raccolta di storie autobiografiche, scritte di loro pugno da alcune monache lesbiche, viola qualsiasi tabù patriarcale ed è considerata fiori luogo dalla nostra società conservatrice.

L’ironia nasce dal fatto che troppo spesso la gente confonde le monache per lesbiche e viceversa, perché ci muoviamo sempre in gruppi femminili così ovvii all’occhio maschile. Ignorando apertamente la cultura maschilista che vuole la donna schiava del trucco, dell’eleganza, delle sue apparenze, le monache e le lesbiche si rendono inaccessibili alle coercizioni maschili.

Noi dedichiamo tutto quel tempo e quel’energia dedicata dalle donne all’uomo, alla ricerca, la sua cattura, a migliorare la nostra comunità, creare progetti, sentirci più vicino.

Questa cultura prettamente maschilista che fa della morale spicciola sui peccati della carne e dipinge il desiderio carnale della donna come il frutto del diavolo, nella sua incongruenza definisce sia le monache che le lesbiche creature innaturali”; e le inserisce ai poi opposti del diagramma delle virtù femminili.

In questo libro faremo uso del termine “monaca lesbica” sia quando racconteremo le storie di monache che ancora vivono all’interno di una comunità religiosa, sia quando invece affronteremo episodi raccontati da lesbiche che lasciarono i conventi svariati anni addietro.

Che dire di questo indigeribile guazzabuglio di concetti contraddittori spacciati per auto-evidenti; di questa litania di slogan femministi ammanniti come la quintessenza dell’originalità e della sincerità; di questo sproloquio senza capo né coda, nel quale si rivela non solo la disonestà morale, ma anche la supponenza intellettuale dell’autrice che si crede, a torto, una persona capace di ragionare quanto e più degli altri, più dei comuni mortali immersi nei loro pregiudizi, mentre è evidente che costei non ha capito nulla neanche delle proprie contraddizioni e delle proprie aporie, e crede di risolverle passandoci sopra con il rullo compressore delle frasi fatte, dei mantra antimaschilisti da quattro soldi, coi quali s’illude di cambiare la realtà del mondo oggettivo, mostrando con ciò stesso di valere ben poco anche sul piano strettante razionale. Tanto per cominciare l’espressione monaca lesbica non ha senso. Se una monaca è lesbica ciò riguarda la sua coscienza: se si è fatta monaca per dare sfogo ai suoi istinti lesbici, è una disonesta che si è introdotta in convento con la frode; se ha scoperto di esserlo dopo aver preso i voti, la strada che le indica la fede non è quella di alzare la bandiera del lesbismo, ma quella di dominare i propri impulsi con la volontà, con la preghiera, con la grazia di Dio. Tutti siano peccatori: tutti abbiamo bisogno di quel’aiuto per vive in stato di grazia. Da questo punto di vista, una suora che si accorga di avere tendenze lesbiche è paragonabile a un prete che si accorga di avere tendenze alla ribellione e all’avidità, il che va contro gli altri due voti maggiori, oltre la castità: obbedienza e povertà. Il religioso o il sacerdote che rispetta i voti è una persona seria; il religioso o il sacerdote che non solo non li rispetta, ma che pretende di cambiare le leggi canoniche e il senso della propria vocazione per assecondare i propri istinti, dicendo che la Chiesa sbaglia perché gl’impedisce di fornicare, di arricchirsi e di disobbedire, è semplicemente una persona in malafede. È disonesto presentare se stessi come campioni della libertà quando, in effetti, ciò a cui si mira è di poter fare il proprio comodo infrangendo i voti e calpestando la morale della propria fede. Se non si crede più in quella fede, si possono fare due cose: cercare la guida di un direttore spirituale, pregare e prendersi una pausa di raccoglimento e meditazione, per ritrovare la fede perduta; oppure uscire in maniera onesta e dignitosa dalla Chiesa, deporre l’abito del quale non si è più degni e fare le proprie ulteriori scelte in silenzio, senza clamori, con la riservatezza che il proprio voltafaccia richiede, sia per il bene della Chiesa dalla quale si è usciti, sia per rispetto di se stessi. Chi viene meno alla promessa solenne fatta a Dio può suscitare pietà per la sua debolezza ma non può pretendere di ergersi a campione di libertà conculcate e scagliarsi contro l’istituzione di cui faceva parte, con l’aria di uno che finalmente ha spezzato la catena dello schiavo. Quella catena, se catena è – ma centinaia di mistici hanno parlato di dolci catene, che favoriscono l’unione profonda con Cristo – è stata assunta volontariamente; non è bello, né onesto, atteggiarsi a Spartaco che si ribella a una grave ingiustizia, in questo caso all’impegno della castità liberamente assunto, senza alcuna costrizione. A meno che, ripetiamo, quella persona fosse entrata in un ordine religioso proprio allo scopo di poter sfogare le proprie tendenze anormali, nascondendosi agli occhi del mondo e facendosi scudo dell’abito religioso: cosa indegna di una persona onesta, e che invece si addice al serpente che vuole portare il proprio veleno in un luogo spiritualmente protetto, dove il suo cattivo esempio sarà di scandalo a molte anime innocenti.

Ci sono due modi di essere disonesti: quando si mente agli altri e quando si mente a se stessi. Queste ex suore lesbiche, la mente confusa dagli slogan bislacchi dell’ideologia femminista, odiano l’universo maschile perché  provano disgusto dell’uomo precisamente da un punto di vista sessuale (la vera omosessualità non consiste tanto nell’attrazione per le persone del proprio sesso, quanto nel disgusto sessuale per le persone dell’altro). E poi, si va in convento per fare progetti e sentirsi vicini? No di certo: ci si va per star sempre con Gesù. Paragonare le suore alle lesbiche, sostenendo che entrambe hanno scelto di vivere facendo a meno dell’uomo, e insinuando che il convento è una perfetta comunità antimaschilista, preferibilmente se abitato da monache lesbiche, è semplicemente disonesto, oppure molto sciocco. La suora ha scelto la castità non perché detesta il maschio o perché odia la cosiddetta società patriarcale, ma perché ha scelto di sposare Cristo, e quindi non può darsi ad alcun altro. La lesbica invece, se si fa monaca per poter dare via libera ai propri impulsi verso le consorelle, è una serpe che si è insinuata nel giardino allo scopo di schizzare sulle altre il proprio veleno, staccandole dalle ragioni che le hanno portate in quel luogo e che nulla hanno a che fare – in una donna normale – con il disgusto per il maschio o l’avversione per la società maschilista. È un triste spettacolo vedere come delle persone arrivino a pervertire la propria intelligenza e il proprio senso etico pur di giustificare se stesse e rovesciare la morale da loro stesse accettata, alzando lo stendardo della rivolta e sentendosi delle gloriose annunciatrici della libertà conculcata. È triste, ma è tipicamente moderno: tutta la cultura moderna gioca su questo equivoco, dell’odio e del disprezzo della morale comune, della famiglia, della prole, del matrimonio, della stabilità affettiva e della trasparenza nei comportamenti, giocando la parte della rivendicazione dei diritti o del risarcimento per antiche ingiustizie e oppressioni. È comodo sentirsi degli oppressi quando si tratta solamente di voler fare il proprio comodo, in barba alle norme accettate da tutti e accettate, a suo tempo, anche da se stessi, quando poi ci si accorge che quelle regole sono strette e che danno fastidio. In tale situazione, la persona onesta si rende conto d’essere andata oltre e chiede l’aiuto di Dio per tornare in se stessa; l’uomo moderno invece rovescia il banco, dice che tutta la società gioca una partita coi dadi truccati e pretende di giocarne un’altra, completamente diversa, dove ciascuno s’inventa le proprie regole e irride e sbeffeggia quelli che seguono le regole di sempre.

Anche se persone come le autrici di quel libro amano credersi uniche e speciali, nonché intrepide portatrici d’una verità scomoda, le cose stanno altrimenti, perché sono semplicemente espressione della mentalità moderna, secondo la quale ciò che piace diventa un diritto, e chi ha delle obiezioni viene fatto passare per reazionario e repressivo. Troppo comodo restare nella Chiesa rovesciandone l’insegnamento solo perché qualcuno, soggettivamente, lo vive come una limitazione. Una persona onesta se ne andrebbe e farebbe dall’esterno la sua battaglia, perché la Chiesa, da duemila anni, ha una sola immutabile dottrina. Una persona disonesta pretende di restare nella Chiesa e magari buttar fuori, un po’ alla volta, i veri cattolici, conservandone la ragione sociale ma ribaltando totalmente il magistero. Ora, è proprio ciò a cui stiamo assistendo ai nostri giorni, grazie al compagno Bergoglio.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 12 Maggio 2021

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