domenica, 13 Giugno 2021
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Se lo scienziato vuol fare filosofia, e magari teologia di Francesco Lamendola

Perchè sarebbe bene che gli scienziati si limitino a fare scienza cioè a studiare i fatti della natura e i filosofi tornino a fare i filosofi, cioè a pensare “l’essere”? di Francesco Lamendola  

Ha cominciato Galilei, il quale, da fisico, voleva insegnare ai credenti come vadano lette e interpretate le Sacre Scritture: dicendo, ovviamente, che se quanto afferma la Bibbia non si concilia con le scoperte della scienza, allora bisogna pensare che la Bibbia si esprime in maniera figurata, perché è la Scienza, e non la Bibbia, ad avere sempre e comunque ragione, se le sue premesse matematiche sono corrette. Come faceva a dirlo? Promuovendo il Signore Iddio a supremo matematico dell’universo, il che non è molto diverso dalla definizione illuminista (e massonica) di Dio come Supremo Architetto: e deducendone, a fil di logica, che se Iddio è matematico, allora la matematica ha sempre ragione, e deve essere la Bibbia che ha torto, cioè va letta in maniera figurata e non letterale. A partire da quel momento – e non per nulla era in pieno svolgimento la cosiddetta Rivoluzione scientifica che era, in realtà, una sottomissione della scienza ai postulati meccanicisti, antifinalisti e tendenzialmente materialisti e irreligiosi, destinata a imporsi definitivamente a scapito della concezione precedente, finalista e organicista di Aristotele – la nuova scienza è divenuta scientismo e ha cominciato a invadere sistematicamente ambiti non suoi, a cominciare dalla filosofia. Tanto più che gli stessi filosofi, o sedicenti tali, si stavano impegnando col massimo zelo a demolire la metafisica (Kant), vale a dire il proprio ambito di ricerca; sicché mentre i filosofi regalavano loro il terreno, gli scienziati  si appropriavano di ciò che non è loro: e da quattro secoli a questa parte le cose sono rimaste così, anzi sono ulteriormente peggiorate. Infatti, mano a mano che la fisica, l’astronomia e la cosmologia hanno ampliato i loro orizzonti spaziali, temporali e concettuali, arrivando a fare i conti con le nozioni di finito e infinito, di temporale ed eterno, i filosofi hanno lasciato definitivamente campo libero ad altri e si sono guardati bene dal cimentarsi in simili quisquilie, le stesse che affaticavano l’intelligenza di Platone, Aristotele, sant’Agostino e san Tommaso d’Aquino.

Ed eccoci arrivati qua: al tempo in cui sono gli scienziati, e particolarmente i cosmologi, a fare i conti con l’infinitezza dell’universo e con la sua esistenza ab aeterno, e non più i metafisici. Se non che, gli scienziati, per quanto bravi nel proprio ambito disciplinare, non lo sono altrettanto in quello filosofico; e quando vogliono mettersi a fare filosofia, il risultato è spesso alquanto deludente. Certo, da quando si è imposta la teoria della relatività generale di Einstein, la tentazione, per essi, è fortissima; ma è molto probabile che avrebbero saputo resisterle, almeno in parte, se non fossero stati indirettamente invitati dalla latitanza dei filosofi. Natura abhorret a vacuo, la natura odia il vuoto: se un terreno resta libero, prima o poi qualcuno verrà ad abitarlo; e così è stato nel caso degli scienziati alle prese con le questioni che nei secoli passati erano di pertinenza riconosciuta dei filosofi, e più precisamente dei metafisici. E si noti che non per caso, fino al XVIII secolo, le scienze naturali erano indicate con l’espressione filosofia naturale, e tale terminologia vigeva anche per indicare le cattedre universitarie i relativi corsi di studio; mentre oggi si parla ancora di filosofia della natura, o di filosofia della scienza (epistemologia), ma nessuno si sogna di pensare alla scienza come un ramo della ricerca filosofica.

Un buon esempio dell’invasione di campo di cui stiamo parlando è data dalla teoria dell’universo stazionario, chiamata anche, impropriamente, teoria della creazione continua. Formulata nel 1948 da tre noti fisici, matematici e astronomi, Fred Hoyle (conosciuto anche  da un più vasto pubblico come autore di romanzi di fantascienza, come La nuvola nera A come Andromeda, quest’ultimo ripreso da varie miniserie televisive), Hermann Bondi e Thomas Gold. Concepita come alternativa alla teoria del Big Bang, essa sostiene, in estrema sintesi, che l’universo mantenga le medesime proprietà nello spazio e nel tempo e che non abbia mai avuto inizio, né mai avrà fine. Contrariamente a quel che il profano potrebbe immaginare, la teoria dello stato stazionario concorda con quella del Big Bang sul fatto che l’universo è in espansione, un dato di fatto ormai acquisito con prove e assolutamente incontrovertibile. La differenza risiede nel fatto che, secondo la teoria di Hoyle, Gold e Bondi, l’espansione dell’universo, che di per sé tende ad allontanare i corpi celesti e le singole molecole presenti nello spazio, viene per così dire controbilanciata dalla continua creazione di materia dal nulla, col risultato che la densità della materia risulta sempre costante, perciò se si potesse tornare indietro nel tempo non si assisterebbe, come affermano i sostenitori del Bing Bang, a una condizione iniziale in cui l’universo si presentava in maniera diversissima da come appare oggi, e cioè come un’immensa concentrazione di materia in un singolo punto e in un singolo istante (la singolarità iniziale, da cui spazio e tempo ebbero principio) ma ci apparirebbe con un aspetto sostanzialmente simile a come appare oggi.

Così riassumono la teoria Stephen Hawing e Gene Stone (in: Come leggere Stephen Hawking. Vita, ricerche idée dal Big Bang ai buchi neri; titolo originale: Stephen Hawking’s “A Brief History of Time”, Anglia Television Inc., 1992; traduzione dall’inglese di Tullio Dobner, Milano, Edizioni CDE 1992, p. 80):

I teorici dello stato stazionario ipotizzano che, con l’espandersi dell’universo e il progressivo allontanarsi delle galassie, si crei materia dal nulla per riempire il vuoto nello spazio. Tale materia si condensa in un secondo tempo in modo da formare nuove stelle e galassie. Le giovani galassie neonate sostituiscono quelle che stanno morendo, cosicché in ogni momento l’universo appare sempre lo stesso. Di conseguenza l’universo è in uno stato stazionario.

La materia che si crea dal nulla. L’universo che esiste da sempre e per sempre. Solo degli scienziati, per quanto validissimi nel proprio campo di studi, ma del tutto digiuni di pensiero filosofico, possono ipotizzare seriamente una cosa del genere. Che vuol dire che la materia si crea dal nulla, da se stessa, incessantemente? Se c’è qualcosa di creato, ci deve essere anche un creatore. Se c’è qualcosa che si espande senza fine, ci deve essere anche qualcosa che ha dato origina al movimento di espansione. Un movimento perpetuo, non originato da nulla e da nessuno? Anche un bambino capisce che questo è un pensiero senza senso; per meglio dire: è un non pensiero. Pensare significa adoperare la logica: il principio di identità e il principio di non contraddizione. A è A e A non è B: questo è pensare; o meglio, questo è il fondamento di ogni ulteriore pensare. Il pensiero non può reggersi sul nulla, proprio come la materia non può crearsi da sola, emergendo dal nulla. All’origine del pensiero, come all’origine della materia, c’è l’essere: questo è il fondamento. Se c’è l’essere, c’è qualcosa; ci sono la materia, il movimento e anche il pensiero. Se non c’è l’essere, non c’è nulla: e questo è già di per se stesso un pensiero assurdo e, a rigore, inintelligibile. Solo l’essere può essere pensato, perché solo l’essere è; quel che non è, non è, dunque non lo si può nemmeno pensare. Se io penso un non gatto, vale a dire se penso che non c’è un gatto, nel momento stesso in cui lo penso, lo penso come reale, come esistente, e sia pure solo nella sfera dei miei pensieri. Ma è impossibile pensare qualcosa che non è, che non esiste affatto. Il non essere è, a rigore, qualcosa che non può essere pensato: perché non è il contrario dell’essere, ma l’assenza di essere. E dove c’è assenza di essere, c’è assenza di un pensiero che lo pensi, che lo possa pensare o non pensare. Solo l’essere può essere pensato realmente, perché solo l’essere è qualcosa di reale, qualcosa di possibile. Bisogna essere dei pazzi come Hegel per affermare che il pensiero crea l’essere; il pensiero crea sempre e solo pensiero, e  non può creare l’essere più di quanto il nulla possa creare la materia. Solo l’essere può creare qualcosa: gli enti, e il pensiero che li pensa. Se creasse gli enti, ma non il pensiero, nessuno li penserebbe e dunque sarebbe come se non esistessero: perché esiste solo ciò che può essere pensato come esistente.

Ora, l’universo esiste, perché qualcuno lo pensa e soprattutto perché qualcuno lo ha creato. Esiste oggettivamente perché è stato creato da Qualcuno che, nell’atto di crearlo, lo ha pensato; ed esiste soggettivamente perché può essere pensato da qualcun altro, diverso da Colui che lo ha creato, e che è stato creato a sua volta. Se gli astronomi si occupassero di studiare i fenomeni dell’universo e rinunciassero a pensare come trovare la maniera di far esistere l’universo senza bisogno di un creatore; se rinunciassero, in altre parole, al meccanicismo che da Newton in poi domina la concezione fisica del mondo, forse eviterebbero di fare brutte figure come quando escogitarono la teoria dello stato stazionario, il cui scopo chiaramente era quello di controbattere la teoria del Big Bang, che a loro sembrava troppo creazionista. Il creazionismo dà fastidio ai materialisti e agli atei perché suggerisce una creazione dal nulla, sì, ma da parte di Qualcuno; non da parte della materia stessa. Oltretutto, da Einstein in poi sappiamo che la materia è solo un modo di considerare l’energia, e viceversa; di fatto esiste una realtà che è fatta di materia ed energia insieme, e tale realtà non può essersi prodotta da se stessa. Ma qui è bene che gli scienziati si fermino, creazionisti o anticreazionisti: non è compito loro spingersi oltre; non spetta a loro trovare la causa ultima. Tutto quel che possono fare è prendere atto che le cose si muovono, e dunque sono mosse; che hanno avuto un inizio, e dunque qualcosa le ha fatte iniziare; che tendono a un fine, e dunque esiste una meta verso la quale sono indirizzate. Non solo le cose esistono, ma esistono secondo un ordine, che è, sì, un ordine matematico, come voleva Galilei, ma che non è interamente deducibile a posteriori secondo la logica matematica, perché esso è piuttosto l’espressione di una logica che parla attraverso le categorie matematiche, ma di cui la matematica è solo una specie di traduzione, adatta alla mente umana. La matematica non esisterebbe senza l’uomo, ma l’ordine matematico sì, perché l’uomo fa parte di esso e dunque esso precede la mente umana, così come precede l’esistenza di ogni altro ente. E quale realtà può rispondere a queste caratteristiche: precedere l’esistenza degli enti, precedere l’esistenza del pensiero, rendere possibile l’esistenza sia degli enti che del pensiero, e al tempo stesso rendere possibile che il pensiero pensi gli enti secondo uno schema matematico, cioè uno schema razionalmente dimostrabile? Da dove viene uno schema matematico che preesiste alle menti umane e preesiste anche alla materia di cui è fatto l’universo: stelle, galassie, molecole, atomi, l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo?

Sovente gli scienziati elaborano una certa teoria più perché ne sono affascinati, che per il fatto di avere trovato indizi convincenti che le cose stiano proprio in quella determinata maniera. Ciò avviene perché essi amano le costruzioni della propria mente più di quanto amino la realtà. Non sono come san Tommaso d’Aquino, il quale iniziava le sue lezioni ponendo una mela sulla cattedra, e affermando che chi negava che quella mela era una mela, poteva anche uscire e andarsene per i fatti suoi. La vera scienza ama più la realtà delle idee degli scienziati. Le teorie scientifiche sono utili se aiutano a comprendere la realtà; il loro scopo non è quello di sostituirsi ad essa e di creare una sorta di realtà parallela, che ha il solo pregio di piacere agli scienziati, anche se non riflette l’ordine reale dell’esistente.

Dennis Sciama, un altro astronomo di Cambridge che inizialmente aveva sostenuto l’ipotesi di Hoyle, ha poi confessato (op. cit., pp. 81-82):

A quei tempi era in corso un vivace dibattito fra alcuni sostenitori della teoria dello stato stazionario e alcuni osservatori che ne stavano verificando la fondatezza, secondo me con la speranza di confutarla. In quella fase io svolsi un ruolo del tutto secondario perché ero un sostenitore della teoria dello stato stazionario non nel senso che credessi che dovesse essere vera, ma perché la trovavo così attraente da desiderare che fosse vera.

Quando l’osservazione cominciò a fornire risultati negativi, Fred Hoyle si adoperò in prima persona per cercar di dimostrare la loro irrilevanza e io ebbi una piccola parte al suo fianco, contribuendo con suggerimenti su come rispondere alle osservazioni contrastanti con la teoria. Ma con l’accumularsi di prove contrarie, fu chiaro che sarebbe stato inutile insistere e che la teoria dello stato stazionario andava abbandonata. L’anno chiave fu probabilmente il 1965, non solo per via del fondo di microonde, ma anche grazie alla rassegna delle radiosorgenti dovuta a un gruppo di ricercatori di Cambridge sotto la guida del grande radioastronomo Martin Ryle. Ryle finì per convincere anche scienziati come me.

È bene che gli scienziati si limitino a fare scienza, cioè a studiare i fatti della natura, e i filosofi tornino a fare i filosofi, cioè a pensare l’essere. I teologi poi dovrebbero lasciar perdere le sciocchezze della svolta antropologica e tornare al pensiero di Dio, alfa e omega di tutto ciò che esiste e che pensa.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Dell’11 Maggio 2021

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