lunedì, 20 Settembre 2021
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L’uomo carnale è chi antepone la natura alla grazia di Francesco Lamendola

L’uomo carnale è chi antepone la natura alla grazia. Per l’uomo che accetta di essere redento da Cristo, rifiutare il peccato equivale a crocifiggere il vecchio uomo carnale, per far nascere l’uomo nuovo, divenuto figlio di Dio di Francesco Lamendola  

Abbiamo già parlato, a suo tempo, del rapporto esistente fra natura, peccato e grazia (cfr. l’articolo Natura e grazia: il giusto rapporto reciproco, pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 15/10/18); ora vogliamo vedere, più da vicino, come e perché gli uomini si dividono essenzialmente in due categorie, carnali e spirituali. Innanzitutto una definizione: l’uomo carnale è colui che subisce l’attrazione radicale per la terra, per le cose terrene, per tutto ciò che è immanente, sensibile, mondano. Nella filosofia moderna, il tipo perfetto dell’uomo carnale – che, come tutti i tipi perfetti, è un’astrazione – è stato teorizzato da Nietzsche ed è il superuomo: colui che dice eternamente di sì alla vita e alla terra, e poi ancora sì, e ancora, e ancora, in un perpetuo rinnovarsi della volontà (teoria dell’eterno ritorno dell’uguale). Ma poiché il destino terreno dell’uomo è la morte, si può dire che l’uomo carnale, così assetato di vita, è in ultima analisi un corteggiatore della morte: cerca nelle cose terrene, che sono mortali, il pieno appagamento della propria brama di vivere, ma alla fine deve fare i conti con la mortalità della propria parte materiale, e assistere impotente alla dissoluzione di tutte le cose che ha amato e per le quali è vissuto. Il tipo perfetto dell’uomo spirituale è il santo; concretamente, questo tipo si è incarnato in Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo: l’umanità di Cristo è il modello insuperabile del tipo umano spirituale. Non è che l’uomo spirituale disprezzi la vita terrena: semplicemente, sa che cosa essa è, sa perché ci è stata data, sa soprattutto che ha una durata limitata, e che tutti i suoi piaceri sono effimeri, e rischiano di essere ingannevoli se vengono assolutizzati. L’uomo spirituale è proteso verso la vita, ma non verso un’impossibile vita eterna qui, sulla terra, bensì nella sua patria vera, che è la patria celeste, della quale serba in cuore sin dalla nascita un’inguaribile nostalgia. Il santo perciò non è colui che ha concepito un disprezzo per le cose di quaggiù, ma colui che vede nelle cose di quaggiù una scala per salire verso la meta del viaggio della vita, che è l’eternità.

Come spiega con impeccabile chiarezza san Paolo nella Lettera ai Romani (8, 1-17):

1 Ora, dunque, non c’è nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. 2Perché la legge dello Spirito, che dà vita in Cristo Gesù, ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte. 3Infatti ciò che era impossibile alla Legge, resa impotente a causa della carne, Dio lo ha reso possibile: mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e a motivo del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne, 4perché la giustizia della Legge fosse compiuta in noi, che camminiamo non secondo la carne ma secondo lo Spirito.

5Quelli infatti che vivono secondo la carne, tendono verso ciò che è carnale; quelli invece che vivono secondo lo Spirito, tendono verso ciò che è spirituale. 6Ora, la carne tende alla morte, mentre lo Spirito tende alla vita e alla pace. 7Ciò a cui tende la carne è contrario a Dio, perché non si sottomette alla legge di Dio, e neanche lo potrebbe. 8Quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio.

9Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. 10Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. 11E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.

12Così dunque, fratelli, noi siamo debitori non verso la carne, per vivere secondo i desideri carnali, 13perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete. 14Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. 15E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». 16Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. 17E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.

Questa dunque è la lettura cristiana dell’uomo e della storia; una lettura che la sana ragione naturale a sua volta conferma, mentre la nega solo allorché essa si abbandona a sterili sofismi o al perverso  spirito di negazione, una forma di ostinato rifiuto della verità che caratterizza specialmente la vita dell’uomo moderno. La natura è una cosa buona, perché creata con amore da Dio, che se ne è compiaciuto (cfr. Genesi, 1). Tuttavia la natura in origine era pervasa dalla grazia, e perciò non era tale quale la vediamo oggi: ogni cosa risplendeva della luce divina e il male non faceva parte di essa, come non ne faceva parte la morte. La morte, nella prospettiva cristiana, è il frutto del peccato, mentre la vita è il frutto della grazia. A questa armonia universale si è opposto il Peccato originale, nato dalla libera volontà dell’uomo, il quale, invidioso dell’eternità, ha voluto essere come Dio: non aveva compreso che la vera vita dell’uomo è quella che viene dalla grazia e non coincide affatto con la vita fisica, quindi non ha bisogno dell’immortalità in senso materiale. La conseguenza del Peccato originale è stata la perdita della grazia, non solo per l’uomo, ma per l’intero creato, poiché l’uomo è la parte più nobile della creazione e porta in sé la responsabilità di tutto il bene e di tutto il male che può venire dalla sua libera scelta, per Dio o contro Dio. E infatti, dopo la Caduta, l’intera creazione soffre e geme come se fosse nelle doglie del parto, in attesa di essere redenta, come dice ancora san Paolo con una bellissima similitudine (Romani, 8, 22). La grazia di Dio, che pervadeva di sé la natura, dopo il Peccato originale è stata perduta; per riconquistarla, l’uomo è chiamato a porsi volontariamente sotto di essa, mentre Adamo ed Eva, nel Paradiso terrestre, la possedevano in maniera gratuita. E poiché l’uomo non possiede in sé le risorse per attuare una cosa del genere, era necessario che Dio gli andasse incontro nella maniera più radicale e sconvolgente: facendosi creatura, facendosi uomo Egli stesso. Tale è il significato dell’Incarnazione del Verbo: un estremo ponte gettato da Dio verso le creature, affinché le creature, ormai abbandonate alla carnalità senza la grazia, possano ritrovare, con la grazia, la libertà dalla dimensione carnale, vale a dire la libertà dal peccato. Questo, e non altro, è venuto a fare Gesù Cristo sulla terra: a liberare l’uomo dal peccato e a mostrargli la via per riacquistare la grazia; ma, ancora una volta, lasciandolo libero di scegliere e di decidere, e lasciandogli ancora e sempre la responsabilità della propria salvezza o della propria dannazione, poiché Egli non desidera avere presso di Sé dei servi, ma dei figli, anzi addirittura degli amici, intendendo per amicizia il sentimento di colui che è capace di fare il dono più grande: offrire la propria vita per l’amico (cfr. Gv. 15,12-15). Ecco allora che anche il Sacrificio di Gesù sulla croce acquista il suo vero e profondo significato: non un generico atto di amore per gli uomini, ma l’offerta di Sé in espiazione dei loro peccati, che fanno da ostacolo insuperabile all’azione della grazia. Solo Lui poteva far questo: Lui, vero Uomo totalmente innocente, e vero Dio totalmente amorevole, poteva prendere su di sé i peccati degli uomini: prendere, e non togliere, come erroneamente si traduce: Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, Agnello di Dio, che prendi su di Te i peccati del mondo.

Per l’uomo che accetta di essere redento da Cristo, rifiutare il peccato equivale a crocifiggere sulla croce il vecchio uomo carnale, e far nascere in sé l’uomo nuovo, divenuto figlio e amico di Dio; come si legge in Romani, 6,12-14):

12 Non regni più dunque il peccato nel vostro corpo mortale, sì da sottomettervi ai suoi desideri; 13  non offrite le vostre membra come strumenti di ingiustizia al peccato, ma offrite voi stessi a Dio come vivi tornati dai morti e le vostre membra come strumenti di giustizia per Dio. 14  Il peccato infatti non dominerà più su di voi poiché non siete più sotto la legge, ma sotto la grazia.

E a proposito di cattive traduzioni, sia Matteo (26,28) che Marco ( 14,24) dicono: Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati; e così recitava la liturgia eucaristica sia nel Messale di san Pio V, cioè nella Messa tridentina, sia nel messale di Paolo VI, quello della riforma liturgica post-conciliare: qui pro vobis et pro multis effundeturin remissionem peccatorum. In seguito, grazie al famigerato “spirito del Concilio”, secondo un certo numero di studiosi, bisogna sostituire quel per molti con un risolutivo per tutti. Non siamo forse fratelli tutti, come dice il signor Bergoglio? Eppure, contro questa tesi, che urta già nell’ostacolo insormontabile dei citati passi di Matteo e Marco, c’è la nettissima affermazione di Gesù il quale, al termine dell’Ultima Cena, rivolgendosi al Padre, dice: Non prego per il mondo, ma per coloro che mi hai dato, perché sono Tuoi (Gv 17,9). Dunque la Redenzione è aperta a tutti, ma è operante solo per coloro che la vogliono, non per quelli che la rifiutano.

Ma ora torniamo al discorso sulla natura: con la grazia o senza la grazia; da cui discende la divisione degli uomini in carnali e spirituali. Ci piace riportare a questo punto le osservazioni del filosofo neotomista Jean Daujat (1906-1998) nel suo libro La vita soprannaturale (titolo originale: La vie surnaturelle, 1950; traduzione dal francese di Francesco Pellegrini, Roma, Edizioni Ares, 1958, pp. 238, 239):

Chiamando ed elevando l’uomo all’ordine soprannaturale, Dio aveva essenzialmente ordinato la natura alla grazia, di maniera che la natura non potesse venir meno ad un tal ordine soprannaturale senza introdurre in se stessa un profondo disordine secondo quanto siamo venuti dimostrando. Destinati ad un fine soprannaturale, l’uomo spogliato  della grazia è privato d’una qualità essenziale che dovrebbe di fatto possedere poiché Dio non ha creato la natura se non essenzialmente ordinata alla grazia, di maniera che l’uomo spogliato della grazia è distolto dal fine per il quale Dio l’ha creato e porta in sé una vera macchia morale, il peccato originale, ed è per questo che, pur senza essere un peccato personale in ciascun uomo, il peccato originale tuttavia è un vero peccato. Nella natura stessa non c’è nessuna esigenza della grazia poiché la grazia è un dono gratuiti e generoso di Dio, ma di fatto, con la sua libera volontà e col dono del suo Amore, Dio ha ordinato essenzialmente la natura alla grazia, di maniera che la natura non può più essere legittimamente sola  per cui, spogliata della grazia la natura porta in sé un disordine venendo sottratta all’ordine nel quale di fatto Dio l’ha posta. (…)

Distolta da Dio per orgoglio e volta verso se stessa inferiore a Dio, la natura si volgerà ben presto verso la parte inferiore di se stessa, verso l’uomo carnale: prenderà gusto alla terra perché l’uomo con la sua carne viene dalla terra, e col gusto delle cose terrestri e passeggere, tutte mortali, assumerà un aspetto di morte, destinata come è alla morte e a divenire terra e polvere. Quando Dio vorrà salvare l’uomo da una tale miseria, l’uomo avrà paura di Dio perché ormai attaccato alla terra e alla morte.

Questo dunque è il dramma dell’uomo, e in particolare dell’uomo moderno, che ha voltato le spalle a Dio per attaccamento alla terra: d’esser divenuto, come dice Heidegger, giustamente in questo caso, un essere per la morte: mentre Dio ha destinato ogni cosa alla vita, perché ha ordinato la natura alla grazia. Rifiutando Dio, l’uomo rifiuta la grazia; ma rifiutando la grazia, si rinchiude nella prigione della natura non redenta, e costruisce l’inferno già qui, sulla terra, con le sue stesse mani. È tragico il fatto che l’uomo rifiuti la grazia di Dio con tanta più energia, quanto più teme di perdere, accettandola, la dimensione della vita carnale, alla quale si è assuefatto, al punto da credere di non poter più farne a meno; mentre è vero il contrario: che l’uomo è chiamato ad essere spirituale, e la dimensione terrena gli va stretta, come un abito che non corrisponde alla sua misura. L’uomo è stato pensato e voluto da Dio come figlio e come amico, dunque come creatura spirituale; il suo attaccamento alle cose del mondo è un attaccamento di morte, come lo è l’attaccamento del tossicodipendente alle sostanze stupefacenti che gli danno una euforia illusoria, ma lo spingono gradualmente verso la notte dell’anima e della vita stessa. Come uscire da questo vicolo cieco? Tutto il dramma della storia, tutto il dramma della modernità si riassume in questa domanda: come potrà l’uomo, che si è fatto carnale e rifiuta la grazia, essere salvato da Dio, per quanto Dio non gli abbia mai negato la promessa della salvezza, poiché fin da quando l’ha pensato, l’ha pensato per la grazia e la salvezza? C’è una sola via d’uscita: l’umiltà. Domine, non sum dignus: sed tantum dic verbo

Del 25 Maggio 2021

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