domenica, 25 Luglio 2021
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Pregare, il segreto della fede di Francesco Lamendola

Il segreto della fede? Pregare Gesù Cristo o pregare con Gesù Cristo? Nella preghiera di Gesù al termine dell’Ultima Cena c’è veramente tutto è un compendio meraviglioso dell’intera Rivelazione dell’intera storia della salvezza di Francesco Lamendola

Il Vangelo di Giovanni è l’opera più sublime sia del Nuovo Testamento, sia dell’intera Bibbia; e all’interno del Vangelo di Giovanni i capitoli più struggenti, più profondi e più perfetti sono quelli dal tredicesimo al diciassettesimo, nei quali si narrano l’Ultima Cena di Gesù Cristo con i suoi Apostoli e i discorsi da Lui tenuti nella stanza del cenacolo. Fra essi, poi, il più magnifico, il più toccante, è senza alcun dubbio l’ultimo capitolo, il diciassettesimo: perché in esso Gesù rivolge la Sua preghiera direttamente a Dio Padre e vi riassume il senso della propria missione, affidando gli Apostoli direttamente a Lui: sicché quella preghiera, che i biblisti chiamano la preghiera sacerdotale di Gesù, è per noi il modello di tutte le preghiere, il punto di riferimento cui dovrebbe guardare ogni cristiano e specialmente ogni anima consacrata. Gesù, infatti, non chiede assolutamente nulla per Sé stesso: domanda al Padre di custodire i Suoi Discepoli nella Verità, non di toglierli dal mondo, perché chi è nella verità è automaticamente protetto anche dal male vero, quello morale, mentre il male fisico, guardato da simili altezze, perde ogni significato minaccioso. Si pensi a quale era la dimensione psicologica di Gesù in quel momento: aveva appena predetto il tradimento di Giuda e sapeva che san Pietro e tutti gli altri lo avrebbero, di lì, a poco, abbandonato; sapeva che si sarebbero scandalizzati di Lui, che sarebbero fuggiti e sarebbero corsi a nascondersi; sapeva che entro poche ore sarebbe stato sottoposto ai maltrattamenti e alle torture più crudeli, che sarebbe stato appeso alla croce e che avrebbe reso l’anima, tra i lazzi e gli scherni degli scribi e dei farisei, venuti a godersi lo spettacolo della sua agonia. Eppure il Suo cuore non appare minimamente turbato e nelle Sue parole non è dato cogliere la più piccola traccia di paura, incertezza o smarrimento. Tutto quel che si coglie in esse è la gioia, anzi il tripudio di chi contempla la Gloria sfolgorante del Padre celeste: ciò che rende bellissima la preghiera finale di Gesù è proprio questa dimensione contemplativa, vero e proprio anticipo della beatitudine cui sono destinate le anime nel Paradiso. Come insegnano anche i filosofi, la felicità consiste nella gioia piena, perfetta, totale, senza tempo, senza la minima sfumatura di ombra o imperfezione: e tale è la gioia di Gesù che contempla lo splendore del Padre Suo; tale è anche la gioia, sia pure nei limiti di ciò che è puramente umano, del cristiano che prega, e che si accosta al Santo Sacrificio, se solo rivolge la propria anima verso le stesse altezze e prende a modello le Parole e lo Spirito con i quali Gesù Cristo, solo maestro e unico modello, ha pregato in quell’ultima sera della sua vita terrena, nell’atto di accomiatarsi  dal mondo (Gv 17,1-26):

1 Così parlò Gesù. Poi, alzàti gli occhi al cielo, disse: «Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te. 2Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. 3Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. 4Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. 5E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse.

6Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. 7Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, 8perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato.

9Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. 10Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie, e io sono glorificato in loro.  11Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi.12Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura. 13Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. 14Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.

15Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. 16Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. 17Consacrali nella verità. La tua parola è verità. 18Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; 19per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità.

20Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: 21perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.

22E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. 23Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me.

24Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo.25Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. 26E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».

Nella preghiera sacerdotale di Gesù al termine dell’Ultima Cena c’è veramente tutto. È un compendio meraviglioso dell’intera Rivelazione, dell’intera storia della salvezza; se non ci fosse il tempo di un’istruzione cristiana a un’anima gravemente minacciata dalla morte, i pochi minuti necessari a leggerla sarebbero sufficienti per dare a quel’anima un’idea completa, perfetta, insuperabile, di ciò che significa la fede in Gesù Cristo. E non solo: oltre a quel che Gesù dice in essa, v’è anche il modo in cui lo dice: con quel totale abbandono, con quella particolare esultanza, con quella assoluta gioia nella contemplazione delle cose divine, che si rivelano a colui che non fa più alcun conto sulle cose umane, sui calcoli umani, sulle convenienze umane, ma confida ormai solo ed esclusivamente nella Volontà di Dio.

Uno degli ultimi gesuiti della buona, vecchia scuola preconciliare, Richard Gutzwiller – uno, per intenderci, che convertiva la gente al cattolicesimo, piuttosto che “dialogare” senza costrutto con le false religioni – scriveva, a proposito di questa stupenda preghiera di Gesù, nelle sue Meditazioni su Giovanni (titolo originale: Meditationen über Johannes, Benzinger Verlag, Einsiedeln 1958; traduzione dal tedesco delle Benedettine del Monastero di Santa Maria  di Rosano, Milano, Edizioni Paoline, 1961, pp. 367-368):

1. LA GLORIA DI DIO. L’intero capitolo [diciassettesimo], attraverso i tre nuclei concentrici di cui si compone la preghiera, è pervaso dal pensiero della gloria del Padre celeste. La preghiera di Gesù non è un balbettio terrorizzato di fronte al Giudice dell’universo, né una supplica per mendicare qualcosa, né una elucubrazione nel tentativo di esplorare gli abissi divini e neppure uno spaurito atto di contrazione alla vista del volto corrucciato dell’Altissimo. Non è d’altra pare neanche una mistica unitiva personale e privata, ma è una contemplazione lieta e serena, quasi spontanea, della gloria di Dio, che risplende su tutte le cose.

È come se, proprio nel momento in cui il mondo si prepara ad uccidere questo grande Orante, il mondo non ci fosse. È come se Satana ed il peccato non avessero alcun potere, proprio ora, mentre Giuda sta per intraprendere la sua opera tenebrosa. Come se i discepoli non si fossero rivelati in tutta la loro meschinità, proprio ora che Giuda lo tradisce, Pietro sta per rinnegarlo e tutti gli altri sono in procinto di abbandonarlo. Il fulgore della gloria del Signore è tale che di fronte ad esso tutto il resto sparisce; tanto che Cristo – proprio in quest’ora in cui sta per irrompere la notte più buia non solo della sua vita, ma dell’intera umanità -, parla solo della gloria del Padre suo.

Sull’esempio di questa preghiera sacerdotale, ogni sacerdote dovrebbe vivere in una disposizione interiore tale da vede sempre attraverso e al di sopra di tutto Dio nel fulgore della sua gloria. Il nostro apostolato avrebbe una ben diversa efficacia, s e la nostra preghiera e la nostra vita fossero irradiate dalla gloria di Dio.

2. LA PARTECIPAZIONE ALLA GLORIA. Tale partecipazione è  consustanziale all’essenza stessa del Figlio di Dio, che la possedeva prima che il mondo fosse e che ora sarà tributata anche al Figlio dell’uomo. Per questo la preghiera ha un accento trionfale. Che cos’è la perdita della vita terrena in confronto al possesso del Dio vivente? Che importa affondare nella notte della morte, se si pensa allo splendore dell’eterna gloria, nel quale egli sta per essere accolto?

Ma la partecipazione alla gloria verrà concessa anche ai suoi, tramite la sua mediazione. Verrà comunicata  a chi la ottiene col battesimo di Cristo, l’accetta e l’accoglie nella fede, realizzandola nella propria vita con l’amore.

Questa partecipazione alla medesima ed unica gloria di Dio è un conforto per i suoi, che devono rimanere sulla terra. Hanno con sé il divino Spirito, che è lo Spirito della Gloria; sono collegati a Cristo invisibile, che vive nella gloria di Dio.

Infine i suoi formano tra loro un’unità nell’amore, perché sono una cosa sola nel Signore glorificato; sono al riparo dal male perché colui che vive nella gloria li richiama, li guida e li protegge.

Tutto questo raggiungerà la perfezione definitiva nel giorno in cui il Signore tornerà visibilmente glorioso e glorificato ed essi potranno partecipare visibilmente allo splendore della sua natura, alla immensità della sua vita, alla gloria del Dio Trino. Allora i toni cupi del mondo e del male svaniranno per sempre e tutto verrà assorbito nella luce della “Gloria Dei”.

Il sacerdote che prega sull’altare rivolgendosi direttamente all’Altissimo, con lo stesso spirito e la stessa disposizione interiore con i quali Gesù Cristo pregò, al termine dell’Ultima Cena, il Padre Suo, diviene veramente un alter Christus, un’immagine vivente del Figlio Unigenito, venuto sulla terra a soffrire e a spargere il Suo sangue per la salvezza di molti. Così pregava, durante la Santa Messa, san Pio da Pietrelcina: totalmente assorto, totalmente rapito nella contemplazione dei sacri misteri; e la sua preghiera era quasi una realtà sensibile e visibile, e benché durasse perfino due o tre ore, nessuno si stancava, nessuno era impaziente, né dava segni d’insofferenza perché l’aura mistica si diffondeva da lui a loro, e l’intera assemblea diveniva una cosa sola col Padre e il Figlio, e lo Spirito Santo aleggiava su tutto e tutti. E quando il santo sacerdote levava lo sguardo verso l’alto e invocava il sublime mistero della Transustanziazione, era come se il soffitto si aprisse, i cieli si aprissero e i fedeli potessero contemplare, per mezzo di lui, l’ineffabile spettacolo che nessun uomo ha mai visto finché rimane prigioniero di questo povero corpo di creta e di questo tempo fuggevole, che un giorno ci sfuggirà per sempre.

Il segreto della fede è questo: e tutti i cristiani potrebbero vederlo concretamente realizzato nel volto e nello sguardo del sacerdote, se questi, invece di fare della sociologia, della politica o dell’ambientalismo, utilizzasse il tempo della Santa Mesa per pregare con un fervore simile a quello col quale pregò Gesù Cristo alla vigilia della Sua Passione. Giustamente monsignor Antonio Livi, che aveva compreso come la crisi della Chiesa fosse prima di tutto una crisi teologica, e quindi filosofica, raccomandava di togliere alla pastorale tutto ciò che non c’entra con la fede, tutto ciò che non sgorga direttamente dalla fonte purissima dell’Onnipotente, per lasciare che la vera preghiera spirituale occupi di sé tutto lo spazio, tutto il tempo e tutte le anime raccolte per partecipare al sacro mistero (https://www.youtube.com/channel/UC5NSLs_b7PJplg2YU2mgdGA/videos):

Noi non facciamo politica. Ossia non mescoliamo le cose che sono assolutamente certe, sicure, alla luce della fede, questo si chiama il dogma, con le opinioni, sia pure legittime, sia pure – in parte – condivisibili, di chi invece, oltre alla fede, vuole anche altre cose.

Del 12 Giugno 2021

 

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