domenica, 25 Luglio 2021
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Il giornalista senza paura d’un regime tremebondo di Francesco Lamendola

Il caso di Mario Appelius, il giornalista radiofonico “più amato dagli italiani” e licenziato nel ’43 da Mussolini, spiega le deficienze della propaganda radiofonica fascista di Francesco Lamendola  

La parabola giornalistica e radiofonica di Mario Appelius negli anni della Seconda guerra mondiale è stata così ricostruita da Philip V. Cannistraro – classe 1942, scomparso il 28 maggio 2005 -, uno studioso italo-americano non molto conosciuto in Italia, dove vanno assai più di moda gli storici come Paolo Mieli, ma uscito da quella solida scuola storiografica anglosassone che, pur ispirandosi ai valori del liberalismo e della democrazia, non è tuttavia succube delle ideologie e delle mode, né vuol corroborare delle tesi precostituite, ma si basa piuttosto sulla concretezza dei fatti, delle ricerche oggettive e delle fonti di prima mano (da: P. V. Cannistraro, La fabbrica del consenso. Fascismo e mass-media; traduzione dall’inglese di Giovanni Ferrara, con prefazione di Renzo De Felice, Bari, Laterza, 1975, pp. 265-268):

(…) la politica radiofonica del regime lasciava scarso spazio alla fantasia e all’innovazione. Nel momento stesso in cui lamentava che i programmi di commento politico – e specialmente il “Giornale radio” – erano spesso noiosi e banali, il capo dell’Ispettorato per la radiodiffusione, Giuseppe Pession, continuava a chiedere ch’essi fossero presentati in modo impersonale e puramente cronachistico. In effetti, il rifiuto di Pession a consentire che commentatori indipendenti e dinamici facessero appello direttamente i sentimenti di fondo degli italiani svelava un’incomprensione radicale della natura reale della propaganda radiofonica, e mostrava come il Minculpop avesse un’idea sbagliata di ciò che in questo campo andava considerato come più progredito ed efficace. Il caso di Mario Appelius fornisce una vivida illustrazione delle deficienze della propaganda radiofonica fascista. Appelius aveva fama di essere il più efficace e popolare commentatore della radio italiana. Giornalista e scrittore di successo prima della guerra, la sua fluidità di stile e la sua intelligente comprensione del gusto popolare lo avevano fatto prescegliere come annunciatore dei “Commenti ai fatti del giorno”. Un famoso articolo, intitolato “Perché combattiamo”, pubblicato sul “Popolo d’Italia” del 18 gennaio 1941, lo aveva immediatamente segnalato quale propagandista abilissimo. Alla radio impiegava accortamente un linguaggio diretto ed energico, fatto di frasi brevi e colorite, puntando a creare un’atmosfera drammatica e a suscitare reazioni emotive. Questa “maniera forte”, che caratterizzava le trasmissioni radiofoniche di Appelius, aveva una notevole presa su molti italiani, e specialmente sull’uomo della strada, il quale voleva che gli si parlasse al suo livello, in termini ch’egli potesse facilmente comprendere. Capitava che soldati e operai stessero in piedi sotto la pioggia per ascoltare dagli altoparlanti posti all’aperto le trasmissioni di Appelius. Questi usava urlar insulti ed invettive contro i malvagi nemici del fascismo con un possente fuoco di fila di violenze verbali, e incitava il suo pubblico ad un odio e ad un disprezzo senza limiti per gli abominevoli “anglo-sassoni” e i loro alleati. (…)

Pur godendo indubbiamente del più ampio seguito popolare registrato alla radio italiana durante la guerra, Appelius suscitava d’altro canto larghe ostilità presso buona parte dei ceti superiori istruiti. «Tale ostilità da parte delle classi intellettuali è ancora largamente compensata – osservava in proposito Chiodelli – dall’interesse che egli continua a suscitare nelle sfere più popolari». Ma fu proprio questa sua capacità di presa che provocò la caduta di Appelius. I dirigenti del partito nelle province riferirono costernati che se a un lato Appelius non concedeva quartiere al nemico, dall’altro le sue descrizioni dei sacrifici e delle sofferenze del popolo italiano erano troppo realistiche. Insistendo sull’idea che l’uomo comune non aveva paura della verità, Appelius spiegava ai suoi ascoltatori che l’italiano medio che sopportava le privazioni e gli stenti era il vero eroe della lotta, e che aveva pertanto il diritto di conoscere lo stato reale della posizione militare dell’Italia. Secondo Chiodelli, «le conversazioni di Mario Appelius alla nostra Radio suscitano grande interesse. Si dice che l’ultima su la caduta di Cheren ha fatto piangere molti». Per qualche tempo la sua larga popolarità garantì la posizione di Appelius quale più importante propagandista radiofonico del regime; ma nel 1943 le sue trasmissioni sollevavano ormai tante polemiche  discussioni in tutti gli ambienti da indurre Mussolini a pensare che la cosa migliore fosse farlo tacere. Circolarono persino voci secondo le quali, dato il carattere disperato della situazione italiana e il timore del governo di rivelare la verità, Appelius aveva ricevuto istruzioni segrete di preparare il paese alla sconfitta. Nel febbraio 1943 Mussolini licenziò Appelius come commentatore radiofonico. Certo, neppure l’abilità propagandistica di Appelius poteva surrogare i successi militari. E tuttavia, le vicende della sua carriera sono un’illustrazione parlante dei limiti della propaganda radiofonica fascista.

Parlando in generale, nella vicenda dei programmi radiofonici di guerra del fascismo si riflettono tutte le aporie e tutte le contraddizioni di un regime che voleva essere totalitario, ma che a stento poteva considerarsi simile alle dittature classiche, poiché non aveva affatto eliminato, ma solo messo a tacere, le opposizioni interne; e soprattutto non aveva voluto o potuto porre mano a ridimensionare drasticamente i poteri da esso non direttamente controllati, primo fra tutti l’istituto monarchico, il quale alla prova dei fatti, sarà quello che agirà per primo liquidando il fascismo, il 25 luglio del 1943 – certo, non prima che il fascismo si fosse auto-liquidato mediante il voto nella fatale seduta del Gran Consiglio. Il dramma di Appelius fu in buona sostanza quello di essere troppo bravo nel contesto di un regime che non aveva, o non aveva più, sufficiente presa sul Paese, e specialmente non aveva più sufficiente credibilità agli occhi delle classi dirigenti. Queste ultime avevano tutt’al più sopportato il fascismo, ma non lo avevano mai intimamente accettato; avevano anche fatto degli ottimi affari grazie ad esso, come nel caso della F.I.A.T., che poté avere nello Stato un committente privilegiato e molto sollecito nei pagamenti; ma erano rimaste guardinghe e diffidenti, legate a doppio filo con la massoneria inglese, francese e americana, in attesa che si presentasse una circostanza chiarificatrice. Tale circostanza si presentò con la guerra del 1940: ma è giusto prendere nota del fatto che le plutocrazie occidentali decisero la liquidazione del fascismo, e,  in uno con esso, quella dell’Italia come grande potenza, fin dal 1935, vale a dire dall’attacco all’Etiopia. In tale occasione infatti Mussolini aveva mostrato di essere deciso ad andare avanti per la propria strada anche sfidando la Società delle Nazioni e gli interessi consolidati franco-inglesi: e questo non gli venne mai più perdonato. Attaccando e annettendosi l’Etiopia, Mussolini aveva mostrato al mondo che si potevano sfidare impunemente le potenze plutocratiche, il che meritava una risposta esemplare: aveva oltrepassato la linea rossa, e con ciò aveva segnato il proprio destino.  In ogni caso, poiché fu Mussolini a dichiarare la guerra il 10 giugno del 1940, le plutocrazie poterono fingere di aver voluto preservare la pace e di doversi difendere da un attacco inatteso ed ingiusto: la famosa pugnalata alla schiena del presidente Roosevelt. Pochi capirono che l’Italia aveva una strada pressoché obbligata da percorrere, dopo che il governo inglese aveva proclamato il blocco totale dei rifornimenti di materie prime, specialmente di petrolio e carbone, trasportati via mare, per cui non le restavano che i rifornimenti via terra dalla Germania. Pochi compresero che, se l’Italia non si fosse piegata alla prepotenza britannica, rinunciando a tutelare i propri interessi vitali nel bacino del Mediterraneo, le sue industrie si sarebbero fermate e la sua poderosa flotta sarebbe rimasta immobilizzata nei porti per mancanza di nafta.

Mario Appelius era un giornalista che sapeva parlare al cuore del pubblico: possedeva coraggio, entusiasmo, chiarezza di idee e quello che oggi si suole chiamare carisma. È paradossale che la sua posizione alla radio si sia fatta difficile perché le classi colte lo vedevano di malocchio, mentre la gente comune era capace di restare ferma sotto la pioggia per ascoltare i suoi programmi. Ciò evidenzia la divisione implicita del Paese, cui abbiamo fatto cenno: le classi abbienti non credevano nel fascismo e non credevano nella guerra, anzi l’avversavano, perché, in sostanza, non credevano a una politica di autonomia ed effettiva indipendenza dell’Italia: erano debitrici alle massonerie straniere della posizione che occupavano nello Stato, sin dai tempi del Risorgimento. Ora quelle stesse massonerie avevano deciso l’eliminazione del fascismo, pericoloso modello di terza via fra capitalismo e comunismo; ed esse si preparavano a tradire – si pensi all’articolo 16 del trattato di pace, redatto appositamente per loro – perché volevano sopra ogni cosa trovarsi dalla parte giusta della barricata quando la guerra fosse finita, e già sapevano come sarebbe finita. Industriali, banchieri, monarchia, ammiragli, generali, alto clero: erano tutti legati a filo doppio con la massoneria inglese e francese, e quindi avevano fatto la loro scelta di campo sin dal 10 giugno del 1940: non col fascismo e neppure con l’Italia, la quale per essi era un guscio vuoto, uno strumento per i loro affari e le loro carriere, e non era importante che fosse uno Stato libero e sovrano. Anche uno Stato dimezzato e a sovranità limitata poteva andar bene: si sarebbero adattati a fare da classe dirigente in conto terzi, cosa che gli è poi riuscita benissimo, e lo vediamo anche e specialmente ai nostri giorni. A differenza delle guerre del passato, quelle del Risorgimento e la stessa Prima guerra mondiale, il popolo, nel 1940, aveva compreso che la posta in gioco era tutto ciò che il regime aveva realizzato a suo favore, dalle leggi sulla previdenza sociale alle bonifiche e alla fondazione di decine di città sorte dal nulla (Littoria, Pontinia, Sabaudia, Aprilia, Carbonia, Torviscosa, ecc.), al contenimento dell’emigrazione, alla difesa della lira e del risparmio: tutte cose che sarebbero venute meno, o sarebbero state molto ridimensionate in caso di sconfitta. Perciò ecco la grande  menzogna: la storiografia ufficiale, dopo il 1945, ha voluto far credere che il fascismo sia stato un’anomalia nella storia italiana, e che la guerra del 1940 sia stata la più sbagliata, la più infelice, la più disonorevole di tutte le guerre; mentre la gente comune, i soldati e i marinai, molti dei quali si erano presentati volontari, certo assai più che nel 1915, sapevano e sentivano che quella era una prova decisiva, che ne andava non solo il destino del fascismo, ma dell’Italia in quanto tale. E che se i ricchi ci credevano poco, avevano senza dubbio le loro ragioni, che erano del tutto diverse da quelle dei contadini insediati in Libia o nelle ex Paludi Pontine, degli operai che avevano conservato il posto di lavoro nonostante la Grande Depressione del 1929, dei piccoli artigiani e commercianti che avevano sviluppato i loro affari e migliorato il loro tenore di vita da quando il regime aveva imboccato la via delle riforme sociali in una misura che nessun governo liberale, compreso il tanto sbandierato governo Giolitti, aveva mai osato fare, né mai pensato di fare. Gli storici della vulgata democratica e antifascista si guardano bene dal riconoscere che se la condizione dei lavoratori, dopo il 1945, non è drammaticamente peggiorata, e le riforme del fascismo, e anche – guarda un po’ – quelle della Repubblica Sociale, non sono state abrogate, ma anzi rafforzate, magari con altro nome; se istituti come l’I.R.I, che hanno poi conosciuto uno sviluppo spettacolare, sono stati mantenuti, nonostante la “macchia” di essere stati creati dal fascismo, tutto questo è accaduto non per la buona volontà delle classi dirigenti ma perché l’esperienza del fascismo, specie repubblicano, era stata tale da non poter essere ignorata o cancellata, e le classi dirigenti si videro letteralmente costrette a conservarle e potenziarle, affinché il popolo lavoratore non si accorgesse che l’Italia democratica e repubblicana era stato “liberato” dal fascismo solo per veder ripristinare i vecchi sistemi di governo, quelli anteriori al 1922, grazie ai quali erano esse soltanto ad avere dei vantaggi.

Si provi a riflettere. La guerra, tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943, prende una piega sempre più sfavorevole per l’Asse; ed ecco che il regime decide di liquidare il giornalista radiofonico più amato dagli italiani, lui che aveva avuto il merito di parlare senza peli sulla lingua e dir le cose come stavano. Non è strano? Avrebbe potuto succedere, in Germania, una cosa simile: Goebbels che licenzia il giornalista radiofonico più amato, solo perché, dopo Stalingrado, l’orizzonte si è fatto fosco? Al contrario, è nell’ora della difficoltà che una nazione in guerra stringe i denti e si prepara al sacrificio supremo. Così era stato sul Piave e sul Grappa nel 1917; e così avrebbe dovuto essere ora, con la Tunisia sul punto di cadere, e Pantelleria sul punto di essere attaccata, e la Sicilia sul punto di essere invasa. Invece, si toglie di mezzo la voce più seguita e apprezzata alla radio dalla gente comune: non è strano? È questa la politica di un Paese che si accinge al cimento supremo, che vuol chiamare a raccolta tutte le energie della nazione? No: è la politica di un Paese che non crede più nella vittoria perché non crede in se stesso, e si prepara alla resa. Ed ecco gli ammiragli che cedono Pantelleria senza combattere, che cedono Augusta senza combattere: ecco tanti piccoli Badoglio pugnalare alla schiena i soldati e i marinai e tutto il popolo italiano, vanificando tutti i sacrifici fatti,  tutti i morti, tutti i feriti e i mutilati, tutti gli stenti sopportati, con la fame e il freddo, in quei tre anni di guerra. Ma tant’è: gli ammiragli, i generali, gl’industriali e i banchieri avevano deciso che era ora di calare il sipario sulle velleità dell’Italia di difendere le sue ragioni come stato sovrano e indipendente. Perché di questo si trattava: non della megalomania di un dittatore che voleva fare di un Paese povero e arretrato una grande potenza, ma di un capo di governo, certo il più amato dagli italiani fin da quando l’Italia, come stato sovrano, aveva iniziato ad esistere (beninteso il più amato fino a quando la situazione militare cominciò a precipitare), il quale aveva creduto nel futuro della nazione, l’aveva voluta fiera e prolifica, aveva fatto più di qualunque altro statista perché i lavoratori italiani potessero andare a testa alta, e perché gli italiani all’estero potessero fare la stessa cosa: e c’era in gran parte riuscito. Ma tutto ciò dava fastidio alla massoneria e a quelle stesse forze che, anche al presente vogliono l’Italia sempre più debole e divisa, inerme e rassegnata, votata alla svendita e alla liquidazione, come deciso a bordo del panfilo Britannia nel 1992, e  avallato da banchieri come Draghi e  Monti e da politici come Grillo.

Nell’Italia fascista c’era stato posto per giornalisti grintosi e intellettualmente onesti, come Mario Appelius, Concetto Pettinato, Virginio Gayda e tanti altri; ma nell’Italietta uscita dal disastro del 1943-45 non c’è più stato posto per il grande giornalismo, perché non erano più graditi giornalisti onesti e indipendenti; e i proprietari dei giornali, massoni e amici dei massoni d’oltralpe e d’oltreoceano, avevano il compito di far valere quei tali interessi, non gl’interessi veri del Paese e del popolo italiano. Così, ecco la leggenda nera del giornalismo italiano che, sotto il fascismo, sarebbe stato servo e disonesto, mentre è vero il contrario: che mai come allora l’Italia ha avuto una stampa decisa a difendere l’interesse nazionale, e quindi il bene del popolo italiano e dei lavoratori italiani; mentre poi la stampa, e lo vediamo ora più che mai, non è stata altro che uno degli strumenti coi quali la massoneria internazionale indottrina e ipnotizza la gente per far scambiare le lucciole per lanterne, e convincerla che le politiche più antinazionali e antipopolari dei governi – di sinistra o di destra, fa poca differenza – è fatta nel loro interesse, o magari nell’interesse dalla loro salute, della loro incolumità e della loro vita. No: non c’è stato più posto in Italia, dopo il 1945, per dei giornalisti con fegato, ma solo per scribacchini prezzolati – salvo qualche rara eccezione, che ha finito per estinguersi un poco alla volta. C’era posto, quello sì, per i voltagabbana come Curzio Malaparte; ma per quelli come Mario Appelius, no. Non solo la loro carriera era finita: sono stati incatenati per sempre alla colonna dell’infamia. Nel caso di Appelius, gli è stata appesa al collo la sua famosa frase: Dio stramaledica gli inglesi!, che è stata la maniera di squalificarlo sia moralmente che professionalmente. Perché gli inglesi, si sa, sono buoni; hanno fatto la guerra solo per liberarci dal fascismo. E quindi la loro radio, la radio del nemico, Radio Londra, mentre la guerra era ancora in piena svolgimento, è diventata la radio “buona”, quella che diceva la verità, quella che non mentiva mai, e intanto trasmetteva messaggi in codice ai partigiani perché potessero predisporre i loro attentati. Infatti essa ha ripetuto agli italiani che gli Alleati stavano facendo la guerra al fascismo e non al popolo italiano: la menzogna più grande di tutte, ma facile da raccontare a un popolo che stava perdendo rapidamente ogni residuo di dignità, abbandonato dai suoi capi e tradito dai suoi uomini di governo. Poi, per decenni, la nuova classe dirigente e intellettuale democratica e antifascista ha coltivato il cliché dell’italiano furbo e  cinico, cialtrone e vigliacco, pronto a gettare il moschetto per salvarsi la pelle e a tradire l’amico per stare dalla parte del vincitore. Un cliché che, a forza d’insistere, è entrato bene a fondo nella psicologia degli italiani: ma, appunto, dopo il 1945. Vogliamo ricordare, per esempio, che la maggioranza dei soldati italiani catturati dagli Alleati in Africa Settentrionale dopo El Alamein, e spediti nei campi di prigionia degli Stati Uniti, rifiutarono di aderire, dopo l’8 settembre del 1943, al governo di Badoglio, ciò che avrebbe comportato per essi un miglioramento immediato delle loro condizioni, e anzi andarono incontro a maltrattamenti e insulti, mostrando più fierezza e senso dell’onore del vile generale che in quel momento aveva preso il potere in Italia, per conto di una monarchia screditata e della massoneria interna e internazionale? Perché gli eroi li abbiano avuti anche noi in quella guerra, come e più del 1915-18, e non solo gli Alleati: con la differenza che nei film di Hollywood anche i piloti criminali che bombardavano le città e mitragliavano donne e bambini sono diventati eroi, mentre dei nostri veri eroi nessuno si è degnato di parlare, per decenni interi. Semmai si sono trasformati in eroi gli assassini comunisti vestiti da partigiani, le mani lorde del sangue fraterno…

Del 04 Luglio 2021

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