domenica, 25 Luglio 2021
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I 7 Saggi dell’India custodi d’un sapere occulto? No grazie, meglio Gesù Cristo!

Egli solo è la nostra Via, la Verità e la Vita. Il pericolo del sincretismo è sempre in agguato e si manifesta nelle epoche di crisi culturale e spirituale di Francesco Lamendola  

Nella cultura del brahmanesimo, e più precisamente nei Rig Veda, esiste una tenace tradizione secondo la quale una confraternita formata da Sette Saggi si tramanda un sapere antichissimo, di origine non umana, riservato a pochi e perciò di carattere esoterico. L’espressione sanscrita che li designa è Saptarsi, che a sua volta deriva dalla parola rishi, saggio. Essi in origine furono salvati dal diluvio universale da Matsya, un pesce gigantesco (che ricorda un po’ la balena del profeta Giona), in realtà avatar (incarnazione divina) di Vishnu, e insieme ad essi fu salvato anche Manu, il progenitore di tutti gli uomini. I Sette Sapienti composero e tramandarono a memoria i Veda, per cui sono considerati anche cantori ispirati o “veggenti”; ma la loro funzione essenziale, ancorché segreta, sembra esser quella di aver formato una sorta di ordine monastico esoterico, che rinnova i suoi membri di generazione in generazione, assicurando la trasmissione orale, costante e ininterrotta del sapere divino e influenzando così le vicende umane. Nel Mahabaratha si parla esplicitamente dei Sette Sapienti come di una realtà plurale, nel senso che ce ne sono molti nel mondo: dunque anche il numero di sette va inteso in senso simbolico, e richiama inevitabilmente i Sette Savi della tradizione greca antica, i quali, secondo Platone che li menziona nel Protagora, furono Talete, Pittaco, Biante, Solone, Cleobulo e Chilone. Ma poiché i Sette Saggi dell’India erano anche sacerdoti della divinità, la loro setta ricorda pure i sacerdoti egizi che adoravano l’Enneade, cioè i Nove Dei di Eliopoli, nel Basso Egitto, là dove termina il corso unitario del Nilo e si forma la rete del Delta: Atum, Shu, Tefnut, Geb, Nut, Osiride, Seth, Iside e Nefti.

Così parla dei Sette Saggi dell’India lo studioso e saggista scozzese Graham Hancock (in Civiltà sommerse; titolo originale: Underworld, 2002; tr. it. Corbaccio, 2002, e Fabbri Editori, 2005, vol. 1, pp. 199-201):

Esattamente come il sacerdozio eliopolitano che sovrintese alla costruzione della Grande Piramide d’Egitto, quello che i testi sanscriti sembrano suggerirmi è la possibilità  che i ‘Sette Sapienti’ dell’India antica non fossero un piccolo gruppo di individui dalle doti eccezionali, bensì UN’ISTITUZIONE protrattasi nel tempo – forse per molte migliaia di anni – che reclutava nuovi membri a ogni generazione e che si dedicava alla conservazione e la trasmissione ai posteri di un corpo di conoscenza  spirituale proveniente dal passato remoto.

I Sapienti dell’India, dopo una difficile iniziazione, erano visti come asceti che disdegnavamo i piaceri e le cose materiali. Si dice che vestissero semplici tuniche fatte di stoffe naturali come la scorza e che si insudiciassero il corpo con la cenere. Non si tagliavano i capelli, ma li lasciavano crescere lunghi e aggrovigliati. Erano rigorosamente vegetariani e raccoglievano frutti e radici di cui cibarsi, lodavano l’astinenza dalla carne e trascorrevano la maggior parte del tempo nella fortezza montuosa ricoperta di neve dell’Himalaya. Lassù si diceva che si ritirassero per eseguire i “tapas” – o mortificazioni yoga – mediante i quali erano in grado di rafforzare il proprio potere spirituale.

Ma gli antichi ci informano anche che i Sapienti intervenivano e si lasciavano coinvolgere, e in maniera diffusa, nelle questioni mondane – in particolare come creatori di re e consiglieri di re e che influenzavamo e forgiavamo la politica dello stato. Il loro ruolo in questo rispetto è parallelo un’altra volta a quello dei sacerdoti di Eliopoli nell’antico Egitto, i creatori dei Re nell’Età delle Piramidi. In entrambi i casi lo scopo del coinvolgimento secolare è il medesimo: guidare, forgiare, formare e mantenere indefinitamente una società in perfetto equilibrio con se stessa e con l’universo – una società costruita nel rispetto di ciò che gli antichi egizi chiamavamo “maat” (armonia terrestre e cosmica, verità, equilibrio, “la giusta via”) e ciò che gli indù chiamano tuttora “dharma”, un concetto che ha esattamente lo stesso significato.

Pertanto scopriamo che i Sette Sapienti, di tanto in tanto, subentravano come governatori di regni durante gli interregni o nei casi di prolungata assenza del regnante legittimo. Istruivano i regnanti sui doveri del sovrano Inoltre ottenevano “figli per i re” (se necessario ingravidando essi stessi le mogli dei re!) e in tal modo garantivano la longevità delle dinastie reali – dal momento che si riteneva (sua nell’antica India che nell’antico Egitto) che la presenza di un re faraone fosse un aspetto essenziale dell’equilibrio cosmico. Quando a causa di qualche inconveniente  non vi era un re toccava ai Sette Sapienti cercarne uno nuovo da incoronare. Da questo punto di vista il “Mahabaratha” ci racconta come, dopo la distruzione della casta reale, «la terra- essendo priva di re – incominciò a sprofondare nel dispiacere, in seguito a cui Kasyapa sostenne la terra e trovò per lei nuovi re».

Fra i molti altri ruoli legati ai governanti e all’ordine secolare, è interessante notare che i Sette Sapienti avevamo anche quello, piuttosto frequente, di MALEDIRE i re se questi ultimi abusavano dei loro poteri (e farsi maledire da un Sapiente era una cosa estremamente pericolosa – spesso fatale). (…)

La maggior parte degli storici e degli archeologi di oggi proiettano in maniera più o meno automatica la base e la struttura “materialistiche” della società moderna (sia nella sua forma ‘capitalistica’ che in quella ‘socialista’) nelle società del passato remoto.  Questa convinzione – che la civiltà sia semplicemente una funzione di forze economiche – ha a propria volta determinato le strategie di ricerca e di scavo in questo campo influenzando profondamente la maniera con cui gli studiosi guardano ai testi antichi come i “Veda”. In epoca recente, tuttavia, è iniziata a emergere una controvisione provocatoria e stimolante. «Le nostre interpretazioni politiche ed economiche della storia – sostiene il sanscritista David Frawley – non possono essere vere se l’illuminazione o la realizzazione spirituale sono l’autentica meta dell’umanità.»

Frawley richiama l’attenzione sull’antica scienza dello yoga in India (…) e sottolinea:

«La visione moderna dello sviluppo della civiltà umana è assai distaccata dall’evoluzione dell’uomo secondo il sistema dello Yoga. L’idea moderna di una civiltà che si sviluppa gradualmente attraverso la crescita della tecnologia e del pensiero scientifico contraddice il punto di vista yoga che vede invece piuttosto le culture come formulate in origine e tramandate da sapienti… Se l’essenza della civiltà è la tecnologia, in tal caso la visione moderna potrebbe essere giusta, ma se si tratta della cultura dello spirito, essa è decisamente sbagliata. In base alla mia interpretazione la civiltà fu fondata da yogi, veggenti e sapienti.»

Le religioni dell’India, più di altre, possiedono una fantastica capacità di assimilazione e perciò di sincretismo: possono assorbire tutto, digerire qualsiasi cosa. In una località del Kashmir si mostra, ancora oggi, la presunta tomba di Gesù Cristo, la cui memoria è localmente venerata come quella di un grande santo, colà chiamato Issa; secondo un’altra versione, Gesù nei suoi “anni nascosti” si sarebbe recato fino nel Tibet e vi avrebbe appreso la scienza di quei monaci (cfr. i nostri articoli: Gesù è stato in India e nel Tibet? Il manoscritto trovato da  Nicholas Notovich nel 1887, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 16/11/08 e ripubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 15/01/18; e Gesù Cristo dal Golgota al Kashmir nella congettura di Fida M. Hassnain, rispettivamente il 17/11/08  e il 26/10/17). E il famoso mistico indiano Paramahansa Yogananda, nella sua Autobiografia di uno yoghi, libro di culto “alternativo” per la generazione del ’68, sostiene senza batter ciglio di aver visto Gesù Cristo; non solo: che chiunque, a determinate condizioni, Lo può vedere e parlare con Lui, perché non si tratta di resurrezione dalla morte, ma di passaggio a uno stato di esistenza sottile, destino che è riservato a tutte le anime, che ciascuno, sviluppando la propria vita interiore, è in grado di percepire. Yogananda, inoltre, sosteneva che Gesù altri non era che una delle svariate incarnazioni della divinità suprema, al pari di Krishna; e dunque che in ultima analisi non c’è alcuna differenza sostanziale fra leggere i Vangeli cristiani o la Bhagavad-Gita, perché sono entrambe espressioni di un unico sapere divino. Del resto, l’attrazione che quella cultura esercita sugli uomini occidentali, figli di una società secolarizzata ma, proprio per questo, afflitti da un profondo vuoto interiore, è tanto più grande, quanto più i falsi miti dello scientismo cadono come le foglie secche, e resta solo la sconsolante certezza della morte. Nel Duomo di Napoli, per la festa dell’Assunta dello scorso anno e alla presenza del cardinale Crescenzio Sepe (quello che a volte trasforma la sua chiesa in una pizzeria per distribuire, col grembiule da cuoco, la pizza ai bisognosi), alcune danzatrice indù in costume tradizionale si sono esibite attraverso la navata e fino sull’altar maggiore, mentre i “fedeli” ammiravano lo spettacolo e scattavano fotografie nella casa del Signore, come si farebbe in un qualsiasi teatro. Ma ormai i cattolici sono abituati a performance di questo genere, perché preti e vescovi modernisti e interculturalisti li hanno abituati a ogni tipo di stravaganze in odore di blasfemia. A Ceuta, nella chiesa cattolica locale, a suo tempo sfilò una processione induista che recava a spalla la statua del dio Ganesha, dalla testa d’elefante. Ma di che stupirsi, visto che dei vescovi, sotto lo sguardo compiaciuto del sedicente papa, hanno portato a spalla l’effigie della Pachamama nella basilica di San Pietro a Roma, ove l’hanno solennemente intronizzata e adorata?

Il pericolo del sincretismo, dunque, è sempre in agguato, e si manifesta con particolare intensità nelle epoche di crisi culturale e spirituale, quando gli animi sono smarriti e cercano affannosamente e disordinatamente una verità qualsiasi alla quale aggrapparsi e davanti alla quale prostrarsi. L’uomo moderno, impregnato di relativismo, agnosticismo e indifferentismo, trova particolarmente congeniale il ricorso a una religiosità sincretista, nella quale si può trovare tutto e il contrario di tutto, perché le differenze vengono fatte artificialmente sfumare, e pare che non vi sia niente di strano nel fatto di essere al tempo stesso cristiani, induisti, buddisti e chi sa che altro. Queste posizioni, del resto, sono state da tempo abbracciate e sostenute da alcuni sacerdoti cattolici, in particolare gesuiti: ricordiamo il padre Anthony de Mello, i cui libri hanno riscosso un successo clamoroso, e, ancor più, il padre Anthony Elenijmittam, pugnace assertore di un “cristianesimo” che si dilata al punto da poter scambiare il proprio ruolo con ciascuna delle altre religioni mondiali, dall’ebraismo all’islamismo, dall’induismo al buddismo e dal taoismo al confucianesimo. Dal punto di vista della modernità, e quindi anche del cristianesimo “adulto”, per esempio dei teologi e dei sacerdoti post-conciliari, il sincretismo presenta il fascino del dialogo spinto al massimo grado e l’ebbrezza dell’andare oltre, sfidando la Tradizione, in cerca del consenso del mondo; viceversa, il tenersi stretti alla sola Verità di Gesù Cristo e bollare come false religioni gli altri culti, è per costoro il segno di un atteggiamento retrogrado e intollerante, imbevuto di pregiudizi etnocentrici e non privo di sfumature razziste.

E adesso torniamo al discorso dei Sette Saggi, o Sapienti, dell’India antica. Se questa confraternita è realmente esistita e se, magari, esiste tuttora, allora bisogna trarne la conclusione che gran parte dello sviluppo della civiltà di quel Paese, e forse non solo di quel Paese, deriva dal loro influsso occulto e capillare. In tutte le Tradizioni primordiali esiste la credenza che il vero sapere che gli uomini possiedono è di origine divina, e a custodirlo e tramandarlo è preposto un gruppo di personalità che agisce con discrezione, salvando la fiaccola nei momenti di maggior confusione e degenerazione. Oggi noi siamo entrati senza dubbio nella fase storica di maggior confusione e degenerazione che si sia mai vista negli ultimi duemila anni, e probabilmente da prima ancora. Ogni aspetto della nostra vita ne è investito, sia a livello materiale che spirituale. La Tradizione del brahamanesimo ci ricorda che una civiltà progredisce quando in essa vige il primato dello spirito; e inoltre che per assicurare tale condizione è necessaria la stabilità, mentre i continui mutamenti, specie di tipo tecnologico, la scuotono e le rendono impossibile assestarsi e armonizzare le sue componenti. Questo è il contributo positivo che lo studio dell’India antica, della sua religione e dei suoi testi sacri, può dare a noi, uomini del XXI secolo: ricordarci che la tecnica e la scienza non ci salveranno, se non vi sarà una radicale revisione delle basi stesse del nostro vivere sociale, in una prospettiva spirituale e religiosa. Qui però si ferma tale contributo. Per ciò che riguarda i contenuti, infatti, una Tradizione non vale l’altra; anzi, non si dovrebbe neanche parlare delle Tradizioni, con la lettera maiuscola, perché la sola Tradizione degna d’essere chiamata così è quella vera, né possono essercene due o più, ciascuna delle quali vera al pari delle altre. Noi crediamo che la sola Tradizione sia quella cristiana, fondata sui profeti, la Bibbia, il Nuovo Testamento e soprattutto sulla Persona di Gesù Cristo, incarnato, morto e risorto per amor nostro. Egli solo è la nostra Via, la Verità e la Vita.

Vedi anche:

Gesù è stato in India e nel Tibet? Il manoscritto trovato da  Nicholas Notovich nel 1887 – GESU’ IN TIBET

Gesù Cristo dal Golgota al Kashmir nella congettura di Fida M. Hassnain – GESU’ NEL KASHMIR

Del 04 Luglio 2021

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