domenica, 25 Luglio 2021
HomeCULTURAFilosofiaPerchè la fede cerca la ragione?

Perchè la fede cerca la ragione?

Fides quaerens intellectum la fede cerca la ragione. Non c’è alcuna contraddizione fra la ragione e la fede essa l’oltrepassa e non nel senso di negarla o contraddirla ma nel senso di completarla e condurla alla sua meta finale di Francesco Lamendola  

La fede cerca, integra e soprattutto illumina la ragione per mezzo della grazia: questo è il vero punto di partenza per una comprensione oggettiva e realistica delle cose; tutti gli altri punti di partenza, tipici delle filosofie moderne, dal cogito cartesiano, all’Io penso kantiano, allo Spirito hegeliano, sono precari, posticci, intrinsecamente contraddittori e non possono che produrre una visione deformata e deformante della realtà, adatta per cervelli deboli e malati e non a creature sane e razionali. L’intera visione della realtà da parte dell’uomo moderno è una deformazione di essa, ora grottesca, ora paurosa, ora semplicemente insensata: l’uomo moderno non riesce a vedere le cose per ciò che esse effettivamente sono, perché il suo sguardo è offuscato e intorbidito da una serie di pregiudizi, di falsi presupposti, di tortuosità mentali che fanno da filtro tra lui e il mondo reale; e quel che gli permettono di vedere è solo una proiezione dei suoi sogni, delle sue allucinazioni e dei suoi stessi incubi.

E ciò non vale solo per il pensiero, teoricamente razionale, ma anche per l’arte, la letteratura, la poesia, la psicologia, la scienza, la tecnica, le cose dello spirito – nozione, quest’ultima, ch’egli ha di fatto perduta – e la stessa religione. Che cosa c’è di religioso in un prete che celebra la santa Messa indossando la mascherina; che svuota l’acquasantiera dell’acqua benedetta e pone al suo posto il disinfettante; che si rifiuta di distribuire l’Ostia consacrata sulla lingua dei fedeli che nell’omelia sa parlare solo delle cose di quaggiù, dei migranti, dell’ambiente, del mutamente climatico, o del presunto dovere del cristiano di vaccinarsi, o dell’amore in un senso tutto umano, facendo anche l’elogio dell’amore omosessuale; che cita Greta Thunberg, o i Black Lives Matter, o la Pachamama, o il Corano, ma omette di citare Gesù Cristo e parla di Dio in senso generico, sentimentale e immanentistico, come se fosse solo la proiezione del nostro bisogno di un “qualcosa” di vago e indistinto; che pretende il distanziamento delle persone sedute sui banchi; che ha tolto gl’inginocchiatoi per cui nessuno si può inginocchiare; che ha tolto la croce dall’esterno della sua chiesa, sicché dalla strada, complice l’estrema bruttezza architettonica dell’edificio, nessuno potrebbe indovinare che si tratta appunto d’una chiesa cattolica; che nasconde abitualmente il Santissimo in un altare laterale, o addirittura in sagrestia, sicché nessuno può vederlo mentre si trova lì a pregare; e infine che, se scorge un fedele sprovvisto della museruola d’obbligo, lo caccia dalla casa del Signore, e magari spinge il proprio zelo di neofita della nuova religione vaccinale fino al punto di chiamare la polizia, perché prendano in consegna e conducano fuori il pericolosissimo untore?

Che cosa c’è di religioso, e a maggior ragione cosa c’è di specificamente cristiano e cattolico, in tutte queste cose? Nulla, assolutamente nulla. Non c’è vero senso di Dio e non c’è la sequela di Gesù Cristo; c’è, anzi, un giustificarsi per il fatto di parlare di Dio, con tanti problemi urgenti che vi sono al mondo, e quasi un vergognarsi di Gesù Cristo, perché parlare di Lui significa creare divisioni, sabotare il dialogo: e il dialogo, si sa, è la cosa più importante che esista per un cattolico adulto, il quale abbia ben compreso la “nuova pentecoste” del Concilio Vaticano II, e quanto alle divisioni, si può forse immaginare qualcosa di più anacronistico, di più brutto, di più indegno d’una persona amorevole e civile? Così è stato loro insegnato dai cattivi pastori e dai cattolici alla moda, quelli che piacciono tanto al potere della globalizzazione: a Bill Gates che vuol far vaccinare l’intera popolazione mondiale, realizzando profitti astronomici; a George Soros che finanzia le navi le quali, camuffandosi dietro scopi umanitari, favoriscono l’incessante invasione dell’Italia da parte dei falsi profughi e la sostituzione graduale della sua popolazione con masse di africani islamici; ai Rotschild, dei quali si è fatto amico, e dichiara di aderire ai loro progetti, il signore vestito di bianco che si spaccia per successore di San Pietro in Vaticano. Tutta gente che odia da sempre la Chiesa cattolica, quella vera, perché odia Gesù Cristo; e che è ben decisa a imporre sul mondo intero una spietata dittatura finanziaria mascherata da emergenza sanitaria, sfruttando il terrore, seminato ad arte, della falsa pandemia e del virus coltivato intenzionalmente nei diabolici laboratori pagati da essa e supervisionati da tecnici prezzolati come Anthony Fauci.

C’è pertanto tutto un immenso lavoro da fare, un mondo da rimettere sui piedi anziché sulla testa, una visione delle cose da restituire alla realtà quale essa è, e non quale la sognano i cultori della modernità; una realtà, per dirne una, nella quale l’uomo è uomo e la donna è donna, e l’idea di transitare da un sesso all’altro, di scegliere l’indifferenziato, cioè scegliere di non voler essere una persona definita, ma un vapore sospeso nell’etere, capace di assumere qualsiasi forma secondo l’estro del momento, appaia per quello che effettivamente è: il delirio d’un pazzo o il progetto criminale di chi è ben deciso a destrutturare l’essere umano, colpire a morte la famiglia naturale e disarticolare scientemente l’intera società, dopo averle strappato l’anima.

Il primo punto dal quale bisogna ripartire è la riconquista della sana razionalità e del sano realismo. Il pensiero greco, e specialmente Aristotele, mostrano a quali vette possa giungere la ragione naturale, quando si lascia guidare dal sano realismo: certo non fino alla verità ultima, tuttavia riesce ad avvicinarvisi non poco e costituisce la premessa per il balzo ulteriore, che è possibile solo con la fede. Non c’è alcuna incompatibilità, alcuna contraddizione fra la ragione e la fede: la ragione è il presupposto della fede, perché la fede è qualcosa di ragionevole, e che tuttavia oltrepassa la ragione: la oltrepassa non nel senso di negarla o contraddirla, ma nel senso di completarla e condurla alla sua meta finale. E dunque la ragione, in qualche modo, anche senza saperlo, se segue rettamente la propria strada, se è logica e consequenziale e non si abbandona alle follie del pensiero moderno, è già incamminata verso la fede; e la fede, dal canto suo, cerca anch’essa la ragione, nel senso che non si appaga di ricevere ciecamente e irrazionalmente la verità rivelata, ma vuol capire, fin dove le è possibile (e non oltre) perché le cose stanno così, e perché non stanno in altro modo: il che è legittimo, è buono, è umano. L’uomo non può pretendere di conoscere le cose ultime, ma può aspirare a conoscere tutto quel che umanamente è conoscibile: perché la ragione è un dono divino che gli è stato dato per contraddistinguerlo da tutto il resto della creazione, e non solo non c’è nulla di sbagliato nel volerla usare pienamente, ma è questo anzi il modo più appropriato di onorare e ringraziare l’Autore di un dono così meraviglioso.

Scriveva monsignor Carlo Carbone nel quinto volume di un ottimo manuale di religione per le scuole superiori dell’epoca anteriore al Concilio, quando, spesso, anche un modesto libro di testo scolastico – ne abbiamo già segnalato alcuni, come quelli di Pasquale Margreth (cfr.: Una pagina al giorno: Libertà e responsabilità dell’uomo, di P. Margreth, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il  31/08/09 e su quello dell’Accademia Nuova Italia il 16/02/18) era un piccolo gioiello di finezza didattica e di chiarezza e precisione teologica (da: Carlo Carbone, La vera vita, IX edizione, Roma, Editrice A.V.E., 1955, pp. 106-107):

FIDES QUAERENS INTELLECTUM.

È questa una meravigliosa formula del pensiero cristiano. Non ci si contenta della verità, ma si cerca di approfondirla, di conoscerla il più possibile. La fede fa luce a quella ragione che S. Anselmo d’Aosta chiama «la cosa principe tra tutte quelle che sono nell’uomo» (“De Fide Trin.” C: II). Cerchiamo!

SOSTANZA ED APPARENZE.

Gesù dice: «Questo è il mio Corpo…; questo è il mio Sangue». Poiché non si può equivocare sul verbo «è» e poiché le apparenze sono sempre quelle del pane e del vino, è chiaro che siamo di fronte al cambiamento della sostanza del pane e del vino in Cristo, restando immutate le apparenze.

Ma cosa è la sostanza e cosa sono le apparenze?

Una cosa appare ai sensi con molteplici aspetti: quantità, colore, sapore, luogo, ecc.: un complesso di proprietà e di modi d’essere che emanano dalla cosa, la rivelano, la caratterizzano. Queste “apparenze” – in latino “specie”, dette da Aristotele “accidenti” – SONO DELLE COSA, MA NON SONO LA COSA.

SOTTO LE APPARENZE – come si vedrà subito, mutevoli – STA qualcosa che rimane; qualcosa che è il principio da cui emanano quei “fenomeni” – apparenze -; qualcosa che è l’intimo, il profondo, l’essenziale, e perché STA SOTTO gli accidenti è chiamato “sub stantia”, sostanza.

Essa è distinta dagli accidenti. Spostare un oggetto da un luogo all’altro, riscaldare un pezzo di ferro, liquefare del ghiaccio, rompere un pezzo di gesso; si mutano gli accidenti ma permane identica  e immutata la sostanza. Pensare alla sostanza “acqua” che può trovarsi sotto apparenze diversissime: liquida, solida (ghiaccio), vapore acqueo. Se dunque la sostanza può rivestirsi di diversi accidenti vuol dire che è diversa da essi e può da essi dividersi.

NOTARE:

1) Contrariamente all’affermazione di Cartesio la sostanza non è la quantità : spezzate un corpo, ne mutate la quantità, non ne modificate la natura, non spezzate la sostanza. Piccolo o grande, intero o spezzato in minuti frammenti, un pezzo di gesso è sempre un gesso. «La quantità non è sostanza, ma sostanza è la cosa cui la quantità è inerente» (Aristotele: “Metaph.”, V, c. 3).

2) La sostanza è ugualmente presente sotto i più diversi accidenti; si trova in tutti gli individui che ne partecipano; è tutta nel tutto e tutta in ciascuna parte.

3) LA SOSTANZA NON SI VEDE, NON SI SENTE, NON SI TOCCA, NON CADE SOTTO I SENSI, MA È SOLO CONOSCIUTA DALL’INTELLETTO.

CIÒ CHE AVVIENE NELL’EUCARISTIA.

Vediamolo alla luce di queste nozioni, non senza aver notato il fatto che esse si trovano, pressoché come sono state esposte, già in Aristotele segna un MERAVIGLIOSO INCONTRO della più alta speculazione del genio antico (IV sec. Av. Cr.!) con il sublime mistero cristiano. E ciò è ben più che una coincidenza fortuita e depone in partenza a favore della fede. 1) Mutazione di tutta la sostanza  del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo, Già in natura avvengono tante mutazioni sostanziali. Anche l’uomo si nutre di elementi inorganici, vegetali, animali e li trasforma nella sua carne e nel suo sangue. Certo nell’Eucaristia la mutazione è qualcosa di più assoluto e radicale, ma l’analogia è molto toccante.  Ora quel Dio che ha dato all’uomo il potere di trasformare il cibo che ingerisce nel suo corpo e sangue, non può compiere, in un istante, la transustanziazione eucaristica? (…)

L’Autore si sofferma sul mistero dell’Eucarestia per mostrare che è un mistero non nel senso della magia, ma nel senso di ciò che oltrepassa la ragione, senza però in alcun modo contraddirla. Non vi è nulla di contraddittorio e irrazionale nell’idea della transustanziazione, perché in natura esistono i cambiamenti di stato e perché la buona filosofia ci mostra che gli accidenti sono apparenze della sostanza, mentre la sostanza è qualcosa che giace “sotto” l’apparenza, così come essa appare ai sensi fisici. Il ragionamento si potrebbe estendere ad altri ambiti, ad esempio alla Resurrezione di Cristo, che fa tanto problema per i razionalisti a un tanto il chilo, impregnati di pregiudizi scientisti e positivisti e niente affatto razionali come credono di essere. Qui ci basta aver evidenziato che quanti si scandalizzano per la presunta impossibilità della transustanziazione, come fosse cosa che contraddice la ragione, per esempio i calvinisti che rifiutano tale idea e la sostituiscono con quella del memoriale dell’Ultima Cena, perché ciò disturba meno i loro deboli cervelli, si trovano a inseguire una razionalità che coincide coi loro pregiudizi e perciò sono costretti a giocare al ribasso sulle cose sacre, pensando con ciò di rendersi più accettabili alla cultura dominante, mentre è vero il contrario, che nei loro goffi e patetici sforzi riescono solo a mostrare la debolezza e l’estrema fragilità del loro impianto razionale, né riescono a farsi accettare dal mondo moderno, il quale vuole una cosa sola: la fine del cristianesimo e l’auto-dissoluzione della Chiesa cattolica. Solo a quelle condizioni essi verranno accettati; e infatti in tal senso si stanno adoperando i vari Bergoglio, Ravasi, Paglia, James Martin, ecc.

Poco importa; anzi meglio, perché finalmente i giochi sono chiari. Bisogna fare una scelta: non si può tenere il piede in due staffe. Sul piano filosofico bisogna scegliere fra la vera ragione naturale, ispirata ad un sano realismo, e le fumisterie dell’illuminismo, dell’idealismo, dell’esistenzialismo, ecc.; sul piano spirituale, fra il bene e il male; sul piano religioso, fra Gesù Cristo e gli idoli moderni.

Vedi anche:

Una pagina al giorno: Libertà e responsabilità dell’uomo, di P. Margreth – PASQUALE MARGRETH

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Dell’11 Luglio 2021

Most Popular

Recent Comments