mercoledì, 27 Ottobre 2021
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Mario Draghi e la ripresa che non c’è di Michele Rallo

A voler dare retta a giornali e telegiornali, siamo in piena ripresa: il PIL avanza, lo spread arretra, e i “mercati” sono contenti. E – aggiunge gongolante qualcuno – non sono ancora arrivati “i soldi dell’Europa”… Vedrete, quando arriveranno quei benedetti quattrini – continuano gli estimatori dell’ex governatore della BCE – la nostra ripresa fará faville.

In realtá, per quanti sforzi si faccia, questa benedetta ripresa non compare proprio, e le faville non sono alle viste. Certo, il PIL aumenta, ma aumenta anche il numero dei disoccupati, unico indicatore veritiero – é la lezione di Keynes – dello stato di salute di un sistema economico. Vero é che la maggior parte del milione di disoccupati “ufficiali” (piú forse un altro mezzo milione fra ex lavoratori autonomi ed ex lavoratori dipendenti in nero) risale alla gestione di Giuseppi II, ma é anche vero che Mario Draghi non ha affatto invertito la tendenza. Anzi, malgrado sia riuscito in qualche modo a barcamenarsi fra cassa integrazione e blocco dei licenziamenti, l’emorragia sembra addirittura aumentata.

E, allora, non posso fare a meno di osservare che non c’é alcun miglioramento reale della situazione economica italiana. Con un milione e mezzo di nuovi disoccupati, le statistiche della “povertá assoluta” in Italia registrano una vera e propria impennata. Oggi gli italiani ufficialmente “poveri” sfiorano i 6 milioni, piú o meno il 10% dell’intera popolazione. Senza contare precari, sotto-occupati e quanti altri versano in stato di “povertá relativa”. E meno male – lo riconosco – che si é potuto fare affidamento sul reddito di cittadinanza; meccanismo che, pur con notevoli storture, é servito ad alleviare tante situazioni drammatiche.

Ma, allora, dove stanno i decantati miracoli di questo Governo delle Mille e una Notte? La risposta é semplice: niente miracoli, ma soltanto un onesto salto di qualitá rispetto a quelli di prima, quelli delle primule, dei monopattini e dei banchi a rotelle. Obiettivo, peraltro, raggiungibile facilmente, come anche noi avevamo pronosticato.

Aggiungiamo pure all’attivo di Draghi una dichiarata propensione ad incrementare il debito pubblico per fronteggiare l’emergenza, accompagnata da un certo buonismo fiscale («nel 2021 i soldi si danno e non si chiedono»). E, tuttavia, questi atteggiamenti generosi sono assolutamente a scadenza. Quando? certamente a far tempo dal 2027, quando dovremo cominciare a restituire “i soldi dell’Europa”. I cosiddetti soldi dell’Europa, infatti, sono per la maggior parte dei prestiti a tasso agevolato, da restituire comunque.

Quasi certamente, peraltro, la generositá di Super Mario si esaurirá molto prima, quando non sará piú lui a governare e quando sará spirata la parentesi di magnanimitá concessaci l’anno scorso dall’Unione Europea. Con buona probabilitá giá nel 2023, infatti, finirá la sospensione di quel nefasto “patto di stabilitá” con cui la Germania impone le regole della macelleria sociale ai partner europei. É stata proprio questa sospensione (temporanea) che ha consentito a Mario Draghi di aumentare il debito pubblico per fronteggiare l’emergenza sanitaria e per tappare qualche buco. Ma i debiti in piú dovranno essere ripianati in tempi brevi, pena la violazione del patto di stabilitá e, quindi, l’arrivo della Troika, come in Grecia.

Nel 2023, quando il governo di Sir Drake si avvierá alla fine, sará evidente la sua totale inadeguatezza a fronteggiare l’emergenza sociale postpandemica. A meno che, da parte di Draghi o di chi gli succederá al governo, non si vogliano aprire le ostilitá contro l’Unione Europea e contro l’intero sistema finanziario internazionale che delega alle banche private l’emissione del denaro pubblico. Draghi, comunque, non potrá che rimanere allineato sulle posizioni iperliberiste “europee”, totalmente incompatibili con una linea politica che possa rivendicare la sovranitá economico-finanziaria degli Stati.

Ma, senza il ritorno alla sovranitá monetaria, l’Italia non potrá uscire dal vortice di una crisi economica asfissiante; una crisi cominciata tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, quando un drappello di illuminati economisti (tutti “di sinistra” e tutti molto vicini alle istanze della destra economica) riuscí ad imporre che il nostro sistema bancario abbandonasse l’assetto pubblico ed adottasse i criteri privatistici cari alle grandi banche “centrali” anglosassoni. Erano gli anni della speculazione contro la lira italiana ad opera degli stessi “filantropi” che oggi finanziano l’assalto migratorio alle nostre coste, ed erano gli anni del “Britannia” e della privatizzazione dell’industria di Stato italiana. Come Draghi dovrebbe ben ricordare.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 10 Luglio 2021

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