mercoledì, 20 Ottobre 2021
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Zangrandi vs Gayda o l’antifascismo dei figli di papà

Quando una dittatura non sa agire da dittatura? La composizione sociale e le dinamiche socio-culturali che hanno caratterizzato la zona grigia tra fascismo e antifascismo di Francesco Lamendola  

C’è una sorpresa in serbo per chi, con la mente libera da pregiudizi ideologici e il cuore libero da passionalità emotiva, si accinge a studiare quel fenomeno estremamente complesso e sfaccettato che è stato il fascismo, a cominciare dal fatto che esso, apparentemente un movimento di estrema destra, è andato a cercarsi il proprio capo carismatico tra le file dell’estrema sinistra; laddove la vulgata dominante ripete da settantacinque anni che non c’è niente da capire, che è tutto molto semplice, ossia che a un certo punto i capitalisti hanno messo in piedi, finanziato e utilizzato un movimento reazionario per distruggere la democrazia e le conquiste sociali dei lavoratori e mettere la catena al collo a più di quaranta milioni d’italiani, affamati e assetati di libertà come nessun altro popolo al mondo. E la sorpresa, per il ricercatore in buona fede, è questa: che studiando la biografia di molti uomini di spicco del fascismo si scopre che essi provenivano da famiglie modeste o modestissime, di umili lavoratori; e che avevano fatto i loro studi superiori, se li avevano fatti, a prezzo di sacrifici durissimi, innalzandosi dal niente e guadagnandosi dei posti dirigenziali per i meriti e le  capacità dimostrati sul campo e non per il loro pedigree nobiliare o la loro condizione economica. A cominciare dal loro capo, quel Benito Mussolini che era figlio d’un fabbro e una maestra elementare e che aveva fatto lui stesso il maestro elementare, oltre che il bracciante, l’emigrante e vari altri mestieri, tutti modestissimi, nonché il soldato di leva (quando tanti figli di papà s’imboscavano a suon di bustarelle), poi il volontario nella Prima guerra mondiale: insomma uno che non aveva mai sguazzato nel denaro, e che anche dopo esser giunto all’apice del potere e della popolarità non aveva mai mostrato di dipendere da esso, anzi lo aveva sempre disprezzato, conducendo una vita privata che si potrebbe definire spartana, mentre avrebbe potuto arricchirsi e concedersi ogni specie di lusso e di capriccio.

Viceversa, e questa è forse una scoperta ancor più interessante, perfettamente speculare alla prima, esaminando la biografia di molti antifascisti, specie quanti scoprirono il loro insopprimibile anelito di libertà e il profondo disgusto per la dittatura, dopo aver fatto una discreta carriera al suo interno, scrivendo sui suoi giornali e partecipando ai suoi concorsi, e approvando più o meno entusiasticamente tutte le sue iniziative politiche, dalla guerra d’Abissinia alle leggi razziali del 1938, molti, dicevamo, provenivano dalle migliori famiglie nobili o alto-borghesi, avevano studiato nei migliori licei e nelle migliori università, e avevano avuto la carriera agevolata, oltre che dalla tessera del PNF, dai soldi che papà generosamente passava loro, senza che i giovanotti avessero mai dovuto consumare olio di gomito o farsi un solo callo sulle delicate manine, perché a qualunque incombenza manuale provvedeva la numerosa servitù domestica, dal cuoco al giardiniere e dalla cameriera all’autista. E questo non è un dato accidentale, ma riflette la situazione generale riguardo alla componente sociale del fascismo e dell’antifascismo, specie quello opportunistico dell’ultima ora, dei voltagabbana che attesero il 25 luglio del 1943, o giù di lì, per manifestare apertamente i loro sentimenti antifascisti e la loro inestinguibile sete di libertà, vale a dire l’ora dell’invasione della Patria da parte del nemico, al seguito del quale si accingevano a prendere il potere, ovviamente da esercitare in conto terzi e non a tutela della sovranità nazionale, come è stato dal 1945 ai nostri giorni. La verità, infatti, benché seppellita sotto montagne di propaganda dai sedicenti vincitori della guerra civile (sedicenti perché i veri vincitori furono gli stranieri occupanti) è che le persone di ceto modesto videro nel fascismo la loro occasione di riscatto, dai contadini che ricevettero le terre bonificate ai lavoratori che ebbero infine le pensioni d’invalidità e vecchiaia; mentre a far la fronda e preparare il pugnale del tradimento furono i banchieri, gl’industriali, gli aristocratici con grembiulino, squadra e compasso, i generali e gli ammiragli inguaribilmente filo-inglesi (perché inguaribilmente massoni) e un certo numero di prelati modernisti che odiavano il fascismo perché gli addossavano la colpa, coi Patti Lateranensi, d’aver spostato la Chiesa verso destra anziché a sinistra, come avrebbero gradito.

Uno spaccato di secondaria importanza, ma di plastica evidenza, di quel che andiamo dicendo, si trova nel libro di Ruggero Zangrandi, già amico personale di Vittorio Mussolini e di Galeazzo Ciano e campione assoluto di versipellismo, nel suo libro-confessione, o piuttosto apologia, Il lungo viaggio attraverso il fascismo, semplicemente geniale già nel titolo, perché ha dato a credere a tre generazioni di lettori, certo con il contributo non indifferente dei professori di scuola media che ne hanno sponsorizzato l’autore (magari facendo adottare come testo di narrativa La tradotta del Brennero, che ne è la prosecuzione cronologica e ideale) che chi lo ha scritto sia salito a un certo punto della sua ignara e spensierata giovinezza su di un treno chiamato fascismo. Un treno tutto addobbato a festa e che si presentava benissimo, per poi scoprire, poco a poco, che era un pessimo mezzo di locomozione, e maturare la decisione di sabotarlo, per quanto possibile, ma – adelante Pedro con juicio – senza smontare alla prima fermata, anzi senza neppur manifestare la propria disapprovazione: al contrario, dichiarando di apprezzare sia il treno, sia il viaggio, sia i compagni di viaggio, e guadagnandosi la fiducia del capotreno e magari anche dei capostazione lungo la linea. Per poi fare il colpo da maestro di saltar giù subito prima che il treno, fatto deviare da ferrovieri infedeli su un binario morto, vada a finire in bocca a implacabili nemici, che lo attendevano al varco per prenderlo d’assalto. Geniale, quel titolo, perché riesce a mettere d’accordo i due concetti logicamente, moralmente e storicamente antitetici: l’ammissione di aver fatto parte, a pieno titolo, del fascismo, di averlo vissuto dall’interno dal principio sino (quasi) alla fine, e la rivendicazione di una propria dignità e indipendenza, di una propria fronda tutta interiore, invisibile, sì, al comune osservatore, ma ispirata dalla suprema astuzia di restare a bordo per meglio sabotarlo e per carpire la fiducia dei gerarchi, allo scopo di assestar loro, al momento giusto, la coltellata giusta. Niente male davvero, perfino nel Bel Paese dell’8 settembre, il cui nume protettore è senz’altro il maresciallo Badoglio, sommo maestro d’inganni e tradimenti (e non una volta sola, ma, per chi non lo sapesse, per ben volte: oltre che il 25 luglio del ‘43, anche il 24 ottobre 1917, quando comandava un settore decisivo del fronte presso Caporetto e i suoi cannoni, chissà come, rimasero in silenzio): ammissione di (apparente) complicità con la dittatura, ma rivendicazione di (sostanziale) onestà, coerenza e rettitudine politica e morale, della serie: «Sono sempre stato dalla parte giusta, anche quando pareva che fossi dalla parte sbagliata, perché lo facevo per danneggiare la dittatura dall’interno: questo mica potevano farlo tutti, eravamo in pochi a poterlo fare, agendo con astuzia e con prudenza, e io mi sono prestato alla nobile causa».

Uno spaccato della composizione sociale e delle dinamiche socio-culturali che hanno caratterizzato questa zona grigia, chiamiamola così, tra fascismo e antifascismo (molto, ma molto grigia: usiamo questa eufemistica espressione per un residuo senso di pudore) si trova, dicevamo, nel libro più noto di Zangrandi, nel quale tanti italiani hanno potuto identificarsi con gratitudine, perché metteva loro la coscienza in pace e dava conto del mistero già rilevato da ChurchillNon sapevo che gli italiani fossero 80 milioni: 40 milioni di fascisti fino al 25 luglio del 1943, e 40 milioni di antifascisti dopo quella data. Si tratta di un episodio minore della fronda antifascista realizzata stando all’interno del regine, precisamente la manifestazione di dissenso politico che ebbe luogo a Roma, ai pre- Vittoriali della cultura, poco dopo l’annessione nazista dell’Austria (12 marzo 1938). Quell’episodio di politica estera fu scelto quale occasione per manifestare apertamente quel lungo ma sotterraneo dissenso verso il regime che fino a quel momento gli studenti universitari di buona famiglia, nobilmente antifascisti nell’anima ma fascistissimi nella realtà concreta, cioè quanto alle occasioni di mettersi in mostra sui giornali del regime, avevano dovuto dissimulare, certo con intimo disagio e non pochi conflitti di coscienza, per le superiori ragioni legate alla loro strategia di sabotare il fascismo standosene abbastanza comodi al suo interno, ciò che pudicamente chiamavano strategia del doppio binario. Vale la pena di leggerlo e di meditarlo (da: Ruggero Zangrandi, Il lungo viaggio attraverso il fascismo, Milano, Feltrinelli, 1962 e Garzanti, 1971, vol. 1, pp. 134-137):

C’era stato l’Anschluss da pochi giorni. La politica filo-tedesca di cui Ciano mi aveva fatto l’elogio cominciava a essere contata con la cambiale austriaca.  E ciò aveva suscitato rande impressione e risentimento nell’opinione pubblica. Anche nelle sfere dirigenti fasciste c’era disorientamento.

All’Università di Roma si stavano svolgendo i pre-Littoriali della cultura e Virginio Gayda. Direttore del “Giornale d’Italia”, portavoce di palazzo Chigi, presiedeva la Commissione di politica estera. Era un’occasione d’oro, da non lasciarci sfuggire,  tanto più che tra i partecipanti alla selezione, ci sarebbero stato molti studenti di provincia. Decidemmo, pertanto, di intervenire per tentare di trascinare la massa studentesca in una dimostrazione anti-nazista che non avrebbe dovuto essere difficile.

Le cose, in realtà, presero una piega che superò le aspettative. L’aula dove il convegno si teneva era affollata fin negli ultimi banchi e c’era già, quando arrivammo, un’atmosfera di elettricità e di tensione. Mentre i nostri elementi si sparpagliavamo tra la folla irrequieta, notammo subito che, molto più numerosi di noi, erano dislocati qua e là, con la medesima tecnica, esponenti del GUF.

Ci accorgemmo, però, anche che erano affluiti  diversi giovani la cui presenza in simili riunioni non era consueta e le cui intenzioni non dovevano essere dissimili dalle nostre. Tra gli altri, incontrai Bruno Zevi con il quale dagli inizi del ’37, ero rimasto in rapporti di affettuosa amicizia ma non più organizzativi, per “divergenze politiche”; cioè perché Zevi – come ho già avuto occasione di dire – era uno di quelli che non condividevano più la nostra tattica del doppio binario.

Egli non era là per caso, infatti, e ci capimmo a volo, nella concitazione del momento, anche se non poté confidarmi  (lo appresi moto tempo dopo) di essere entrato a far parte di un gruppo di giovani intellettuali antifascisti che era su posizioni assai più rigorose delle nostre e aveva per esponenti Aldo Natoli, Paolo Bufalini, Lucio Lombardo Radice, Pietro Amendola e alcuni altri elementi qualificati. Anche costoro avevano stimato opportuno far intervenire alcuni dei loro a quest’assemblea, non foss’altro per valutare gli orientamenti della gioventù fascista.

Del pari e per analoghi motivi, si trovavano là Paolo Alatri, altro nostro amico di un tempo, Antonio Giolitti e parecchi dello stesso “stampo” che non ricordo o non riconobbi al momento.

Grazie, quindi, anche alla loro non inoffensiva presenza, non ci volle molto, nonostante il servizio d’ordine organizzato dal GUF, a inscenare una dimostrazione. Quando Gayda giunse fu accolto da fischi e grida di protesta. E, poiché i rappresentanti del GUF tentavano di allontanare i disturbatori, ciò eccitò ancor più i presenti e provocò alcuni primi tafferugli. Per diverso tempo, i lavori del convegno non riuscirono ad avere inizio.

Finalmente profittando di un attimo di pausa, Gayda arrivò a prendere la parola e, stando in piedi, con voce alta e concitata, accusò subito coloro che tumultuavano di essere nemici del regime, naturalmente, e per di più ignoranti. Rammentò, infatti, che gli austriaci ci avevano sempre osteggiato, che in occasione dell’ultima visita di Ciano a Vienna, la città era stata piombata nell’oscurità, in seguito a un atto di sabotaggio, e che l’Austria era diventata un centro di raccolta e di smistamento di quanti avversavano la politica dell’Asse in Europa e, specie, in Ispagna.

L’annessione alla Germania era, dunque, un provvedimento salutare, un operazione di alta igiene internazionale, che avrebbe scongiurato la guerra e scoraggiato i suoi biechi provocatori. Noi, il regime fascista, eravamo pienamente consenzienti e, da molto, avevamo dato il nostro placet.

Fu subissato dalle urla. Quelli del nostro gruppo aizzavano i vicini e lanciavano invettive che avevano lo scopo d’incoraggiare e eccitare gli studenti che i gerarchi del GUF non arrivavano più a tenere a bada.

Ci fu, di nuovo, un momento di relativa calma e Gayda ne approfittò per contestare ai dimostranti di abbandonarsi ad una manifestazione irresponsabile e vile, perché di massa, anonima. Se qualcuno – disse – voleva muovere critiche alla politica del regime, andasse alla cattedra, esponesse le sue ragioni, assumendosene la responsabilità. Altrimenti, egli avrebbe abbandonato l’aula.

Una sfida del genere non poteva essere raccolta dai molti giovani antifascisti che si trovavano là e aveva o seri motivi per non scoprirsi. Solo chi, come noi, seguiva la tattica del doppio binario,  e poteva fingere di rispondere in qualità di fascista, sia pur dissidente, era in grado di cogliere al volo l’invito.

Così, mentre una parte dei dimostranti era rimasta perplessa, senza poter prendere accordi con nessuno degli amici presenti, e prima ancora, quasi, di rendermi ben conto di ciò che facevo e delle possibili conseguenze, traversai a rompicollo l’aula e piombai vicino alla cattedra, a  due passi da Gayda, che non s’aspettava – credo -, pur avendolo sollecitato, un simile intervento.

Esso aveva determinato, intanto, una sospensione nel chiasso generale sorpresa e paralisi tra controllori del GUF. Potei, quindi, prendere la parola in un relativo silenzio. Dissi, innanzi tutto, che quando Ciano si era recato a Vienna, l’ultima volta, avevamo letto sul “Giornale d’Italia che vi era stato accolto con grande entusiasmo. Poi feci presente a Gayda che, lettori fedeli e fiduciosi dei suoi editoriali, rammentavamo bene ciò che egli aveva scritto, tre anni e mezzo prima, al tempo dell’uccisione di Dollfuss. Il nostro risentimento derivava, quindi, anche dalle opinioni che ci eravamo formate proprio sulla sua prosa; e non solo d’epoca così remota.

Il gesto di Hitler – dichiarai ancora – costituiva un tradimento dell’alleanza, un’offesa per le ragioni politiche e i sentimenti che ci avevano indotti a difendere l’indipendenza dell’Austria e un motivo legittimo, forse fortunato, per rompere con i nazisti.

Non riuscii a parlare più di qualche minuto. Gayda mi interruppe. Obiettò, a quel punto, che Hitler aveva inviato una lettera di spiegazioni a Mussolini. Dai banchi si levò una voce: «sì, la lettera alla serva!» cui seguì una bordata di proteste, urla, insulti.

Poi il tumulto si fece generale travolgendo tanto Gayda che me, e si frastagliò in sei o sette comizi. Vittorio Ivella, Bruno Zevi, Paolo Solari, Paolo Alatri, Mario La Rosa, Peppe Orlando – per quel che potevo distinguere da dove mi trovavo – presero a arringare i vicini. Gli incaricati del GUF, i quali non avevano osato impedire il mio intervento che s’era svolto in contraddittorio con Gayda, si precipitarono verso i “sobillatori”.

Ora, operò, giudicando la temperati ora abbastanza elevata, alcuni del nostro gruppo più bellicosi e prestanti, come Antonio Caprice, Giorgio Cambise, Pietro Gadola, Raffaele Persichetti, Enzo Felzani, Ugo Godano e qualche altro, ponendo in essere le disposizioni più estremiste, reagirono in modo aperto e diretto: affrontarono i rappresentanti del GUF che cercavamo di espeller ei più scalmanati e, spalleggiati dagli studenti vicini che facevano ressa, presero a sospingerli verso la porta dell’aula. Volò qualche sberla.

La folla, infine, non essendoci dubbio che i dibattiti di politica estera  non si sarebbero più svolti quel giorno, sciamò all’aperto, portandosi dietro trofei e continuando a levare grida “sediziose”. Cantatine niente affatto cattoliche accompagnavano piccoli cortei avviati verso l’uscita dell’Università.

Senza dubbio, in tutta quella “bagarre”, c’era stata anche una buona dose di goliardia. Ma credo che l’episodio vada considerato come uno dei più significativi: mai come in quell’occasione una così numerosa massa di studenti aveva potuti dimostrarla propria ostilità al regime. Poiché era chiaro che l’Anschluss era stato, in fondo, un pretesto.

Comunque, la notizia dell’incidente si diffuse, ebbe qualche ripercussione in altre Università, giunse all’orecchio dei corrispondenti stranieri. (…)

Questo è l’episodio; ci è sembrato significativo non in se stesso, ma perché si presta a rappresentare una situazione ben strana, di una dittatura che non sa agire da dittatura e di un’opposizione che non vuole venire allo scoperto, ma preferisce vestire la camicia nera per camuffare le sue intenzioni e colpire, diciamo così, senza correre praticamente alcun rischio: una maniera molto comoda di fare il proprio mestiere. Da una parte dei gerarchi che si lasciano fischiare e contestare in casa propria, come potrebbe accadere solo all’ultimo degli sprovveduti (e sì che, nei film e nei documentari sul fascismo, ci presentano sempre la polizia del regime come particolarmente vigile, occhiuta ed implacabile); dall’altra, una opposizione fatta dagli stessi giovani fascisti, con tanto di tessera e di militanza nelle organizzazioni di partito, i quali però, e sono gli unici ad esserne a conoscenza, si sono votati alla causa dell’antifascismo e restano nelle rispettive funzioni solo per coprire meglio la loro peraltro evanescente attività contro il regime. Le autorità in orbace si mostrano quanto mai impreparate e pasticcione non solo nei confronti di questa fronda interna, ma anche verso gli elementi decisamente avversi al regime, i giovani comunisti come quelli citati nel brano, il che lascia quanto mai perplessi: se i rappresentanti di una bieca dittatura, oltretutto in un clima che prelude alla Seconda guerra mondiale, si lasciano sorprendere a quel modo, nel bel mezzo delle loro stesse iniziative, e contestare dagli studenti iscritti ai Gruppi Universitari Fascisti, nel cuore delle università, che razza di futuro attende quel governo, e l’intero Paese, una volta presi nel gigantesco e spietato ingranaggio della guerra? Di certo una scena del genere non sarebbe mai potuta accadere nella Germania nazista, e meno ancora nella Russia sovietica. Oppure qualcuno riesce a immaginare i dirigenti nazisti, o quelli bolscevichi, presi a sberle da quattro studentelli e cacciati fuori dall’aula magna di una facoltà universitaria, nel corso di un evento culturale da essi stessi organizzato e preannunciato? E quegli studentelli – pardon, volevamo dire: quei giovani intellettuali, come pomposamente li chiama l’autore – che se ne escono poi cantando sguaiatamente canzonacce sboccate, come al ritorno da una rumorosa festa tra amici? Alla fine del suo racconto, Zangrandi ammette che nella vicenda ci fu, da parte sua e dei suoi amici, una bella dose di goliardia; poi però si affretta a rivendicare l’importanza storica dell’episodio, sottolineandone addirittura la (presunta) risonanza internazionale e facendone quasi una significativa avvisaglia della futura lotta aperta degli antifascisti contro il regime. E di fatto, nel raccontare quella contestazione studentesca, non sa trattenersi dall’usare un tono solenne, quasi epico, col risultato che il lettore ne ricava un effetto da poema eroicomico, tipo La Secchia rapita di Alessandro Tassoni: mancano solo le prodezze del conte di Culagna.

Ma diciamo due parole sui due protagonisti del confronto dialettico sulla politica estera. Virginio Gayda (Roma, 12 agosto 1885-ivi, 14 marzo 1944) è stato uno dei giganti del giornalismo italiano: non diciamo del giornalismo fascista, perché il buon giornalismo è innanzitutto se stesso, cioè giornalismo, e solo in seconda istanza lo si può definire anche in base all’orientamento ideologico. Non è vero affatto, come scioccamente e grossolanamente afferma la voce di Wikipedia dedicata al Giornale d’Italia, che fu un burocrate prestato al giornalismo: fu, al contrario, un giornalista vero. Che prima di fare il direttore, girò il mondo come corrispondente e che, per esempio, per tutta la durata della Prima guerra mondiale fu in Russia, ove assistette alla due rivoluzioni del 1917; e fu anche un apprezzato saggista, autore di numerosi libri e pubblicazioni dedicati principalmente alla politica internazionale. Nell’episodio sopra ricordato, mostrò, lui più che cinquantenne, contestato a urla e fischi sin dal suo ingresso nell’aula, padronanza di sé e coraggio fisico: il suo invito ai contestatori a farsi avanti apertamente e individualmente, senza nascondersi dietro l’anonimato della folla, denota risolutezza e lucidità. Ma una cosa non aveva previsto: che Zangrandi si sarebbe servito della sua condizione ufficiale di studente fascista per portare un attacco deliberato al fascismo, servendosi del pretesto (è lui stesso che lo riconosce) dell’Anschluss, cioè di un fatto determinato dalla politica estera nazista, per gettare confusione e discredito nei confronti del regime al quale fingeva di aderire. Insomma non aveva considerato che certi avversari si servono della doppiezza e indossano delle maschere per poter agire senza correre rischi; e, se vogliamo dirla tutta, mostrò cosa succede quando un uomo tutto d’un pezo si deve confrontare con chi ha deciso di calpestare le regole della lealtà, sentendosi in ciò giustificato dal superiore interesse della lotta per la libertà contro la dittatura. Che fosse un uomo leale e dalla schiena dritta, Gayda lo dimostrò il 25 luglio del 1943: non sputò nel piatto ove aveva mangiato, come fecero tanti altri giornalisti e intellettuali, ma rimase fedele a se stesso e alle sue idee. Morì, per la cronaca (alcuni dizionari biografici non riportano la circostanza, chissà perché) sotto le bombe dei liberatori angloamericani, a Roma, mentre prendeva lezioni d’inglese – lui, vicino alla sessantina, dopo una vita instancabile di lavoro – per perfezionarsi culturalmente e professionalmente, mentre tutto intorno l‘Italia andava in sfacelo. Ci proponiamo di approfondire un’altra volta la sua interessante figura e la sua ricca opera, come già abbiamo fatto per il suo collega Mario Appelius. Invece di Ruggero Zangrandi (Milano, 5 maggio 1915-Roma, 30 ottobre 1970) non abbiamo molto da dire: ha scritto alcuni libri di successo, fra i quali L’Italia tradita. 8 settembre 1943, nel 1971 (postumo), infine si è tolto la vita, sparandosi alla testa. Nino Tripodi ha dedicato un capitolo di Intellettuali sotto due bandiere per mostrare come sia stato il re dei voltagabbana. L’episodio da lui narrato è utile comunque per riflettere sul senso della domanda di Hitler quand’ebbe notizia della caduta del Duce: Che cosa è mai stato questo fascismo che si scioglie come neve al sole in ventiquattro ore? E parlava del suo maestro.

Del 15 Luglio 2021

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