domenica, 25 Luglio 2021
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Lutero nega il libero arbitrio per sfuggire alla nevrosi

Il suo pensiero è quello di uno squilibrato: Lutero è un anormale che come più tardi Freud vuol fare dell’anormalità la regola e in questo è moderno il primo dei moderni di Francesco Lamendola  

Lutero si può considerare, per molti aspetti, il primo dei moderni: perché moderna è la sua rivolta contro l’autorità; moderna è la sua rivendicazione del libero esame delle Scritture; e moderna è l’idea che l’uomo può e deve rivolgersi direttamente a Dio, senza mediazioni di sorta e quindi senza riconoscere una gerarchia ecclesiastica che si distingua dal corpo dei fedeli, in nome di una libertà che non sopporta costrizioni o limitazioni esterne.

Tuttavia, se questa è l’apparenza del significato storico della sua figura e della sua azione, le motivazioni profonde di Lutero e l’insieme della sua prospettiva religiosa dicono ben altro: e cioè che egli è un uomo che guarda all’indietro e non in avanti; che ha nostalgia del Dio dell’Antico Testamento, onnipossente e spesso incomprensibile, più che di quello del Nuovo, che si china amorevolmente sull’umanità indebolita dal peccato; che rivendica la libertà del credente non perché abbia fiducia nell’uomo e nella sua capacità di scegliere fra il male e il bene, ma tutto al contrario, perché non ne ha assolutamente alcuna, e quindi la libertà che lui rivendica è quella nei confronti del papa ma non nei confronti di se stesso, che giudica anzi del tutto sprovvisto di libero arbitrio e perciò destinato miseramente alla dannazione eterna, se Dio non gli offrisse la possibilità di salvarsi concedendogli la grazia della fede.

In un certo senso, è come se l’Incarnazione e la Redenzione operata da Cristo non contassero gran che: se la salvezza avviene per la sola fede, la fede potrebbe anche essere quella nel Dio dell’Antico Testamento. Ciò che rende infinitamente prezioso il Sacrificio di Cristo è il suo carattere di sublime amicizia nei confronti dell’uomo: Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici (Gv 15,13). Ma nel rapporto del fedele con Cristo, così come lo concepisce Lutero, non c’è amicizia e tanto meno amore: c’è il giudice che giudica e il peccatore che si salva mediante la sola fede (forse) o che si danna per la mancanza di fede, a dispetto delle sue buone opere, le quali non contano nulla, perché non attestano, di per sé, l’anima pura e pertanto non la giustificano dinanzi a Dio. L’uomo, dunque, resta prigioniero di un dubbio tremendo circa il proprio destino eterno: forse si salverà, forse si dannerà, nessuno lo può sapere e neppure la propria coscienza glielo rivela. Deve solo aver fede e sperare.

Ma allora perché Cristo si è immolato sulla croce? Il Suo sacrificio, in effetti, è stato un’opera: non è stato solo un pensiero, un’intenzione, una disposizione interiore, ma si è tradotto in azione. E poiché Egli era anche vero uomo, è stata anche un’opera umana. Dunque, poiché Cristo è il perfetto modello di vita per il cristiano, non risulta vero che la sola cosa che conta è la fede, senza le opere: le opere contano, invece; anzi, sono essenziali. Certo, esse non giustificano e quindi non salvano da sole, automaticamente, perché, come dice giustamente san Paolo, ciò riporterebbe gli uomini sotto il dominio della Legge: e secondo la Legge nessuno è giustificato, perché nessuno sfugge al peccato. Ma da qui a negare ogni valore alle opere buone, ce ne corre: Lutero, nella sua teutonica rigidità, nella sua rocciosa insensibilità alle sfumature, semplifica oltremodo i termini della questione, sino a stravolgere il significato della Redenzione. Il ponte che Cristo, con il Suo sacrificio, ha gettato verso l’umanità peccatrice, ne risulta, se non proprio abolito, fortemente ridimensionato. La salvezza è solo ed esclusivamente una questione di fede, esattamente come lo era prima che il Verbo s’incarnasse e Cristo offrisse Se stesso sulla croce.

C’è un passo della Lettera di Giacomo che pone meravigliosamente a fuoco, con plastica evidenza, la contraddizione di chi sostiene la teoria che la fede può sussistere ed essere piena e perfetta anche senza le opere (2,14-26):

14 Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? 15 Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano 16 e uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? 17 Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa. 18 Al contrario uno potrebbe dire: Tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede. 19 Tu credi che c’è un Dio solo? Fai bene; anche i demoni lo credono e tremano! 20 Ma vuoi sapere, o insensato, come la fede senza le opere è senza valore? 21 Abramo, nostro padre, non fu forse giustificato per le opere, quando offrì Isacco, suo figlio, sull’altare? 22 Vedi che la fede cooperava con le opere di lui, e che per le opere quella fede divenne perfetta 23e si compì la Scrittura che dice: E Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato a giustizia, e fu chiamato amico di Dio. 24 Vedete che l’uomo viene giustificato in base alle opere e non soltanto in base alla fede. 25 Così anche Raab, la meretrice, non venne forse giustificata in base alle opere per aver dato ospitalità agli esploratori e averli rimandati per altra via? 26Infatti come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta.

Nella sua colossale ottusità germanica, dalla negazione del valore delle opere, Lutero giunse alla negazione del libero arbitrio. È un passo devastante, ma, per lui, perfettamente logico e naturale: se le opere non contano nulla, ciò significa che l’uomo non ha bisogno di distinguere fra il bene e il male, tanto non saprebbe fare il bene. Sarebbe come se possedesse un senso che non gli serve a nulla: una cosa inutile. Le opere non servono alla giustificazione? Allora via anche il loro necessario presupposto, il libero arbitrio. Via, nel cestino della carta straccia: a che serve il libero arbitrio, se non a far insuperbire l’uomo? Mentre l’uomo, per salvarsi, ha bisogno di umiltà, e l’umiltà viene solo dalla fede, non dalle opere, che lo fanno inorgoglire. In linea di principio, il ragionamento sarebbe giusto: giusto nello stesso senso in cui è giusta l’idea che, tagliando le teste, si risolve il problema dell’emicrania. Lutero fa teologia con l’accetta del macellaio: non conosce il chiaroscuro; per lui ci sono solo il bianco e il nero. È strano che lo si consideri il primo dei moderni, senza tener conto che la sua modernità è solo negativa: esalta la libertà dell’uomo nel leggere la Bibbia, perché odia il papa e tutti i preti; ma disprezza le opere dell’uomo, la ragione naturale e la sua stessa volontà, perché, dice, non servono a nulla, anzi sono diabolici strumenti di tentazione. La sua è la mente più antifilosofica che si possa immaginare: vero precursore di Kant, che si sbarazza senza traccia di rincrescimento di millenni di metafisica, è il classico tipo d’uomo che getta via il neonato insieme all’acqua sporca.

Uno storico famoso, Lucien Febvre (1878-1956), fondatore delle Annales insieme a Marc Bloch, nella sua biografia Martin Lutero, sostanzialmente favorevole al riformatore tedesco, delinea in questo modo la questione del servo arbitrio (titolo originale. Un destin: Martin Luther, 1928, poi Presses Universitaires de France, 1968; traduzione dal francese di Giorgio Zampa, Bari, Laterza, 1969, 1990, pp. 234-235):

È stato detto bene che, invece di intitolare i due scritti “Del Libero Arbitrio” e “Del Servo Arbitrio”, i due antagonisti avrebbero potuto chiamarli “Della ”Della Religione Naturale” e “Della Religione Soprannaturale”. Tra l’onnipotenza di Dio e l’iniziativa dell’uomo, ben poteva un semi-razionalista come Erasmo negoziare un compromesso e accettare senza troppa emozione la sconfitta di quel veemente sentimento della stragrande potenza di Dio che Lutero invece vedeva come l’unica e indispensabile garanzia della sua propria certezza di salvazione. L’autore del “Servo Arbitrio” non poteva attardarsi a simili bisogne. Non vedendo il modo di conciliare con l’affermazione del libero arbitrio la sua fede nella onnipotenza assoluta di Dio, ribellandosi all’idea che la volontà umana potesse limitare minimamente la volontà divina e sostituirla, con un procedimento a lui congeniale toccò subito gli estremi: negò, puramente e semplicemente, il libero arbitrio. Proclamò ancora una volta che tutto quanto accadeva all’uomo, compresa la sua salvezza, era unicamente un effetto di quella causa assoluta e sovrana, dall’azione irresistibile e continua: Dio, il “Dio che opera tutto in tutti”. E non era questa, per Lutero, una tesi filosofica, ma sorretta da argomenti razionali, ma il grido spontaneo di un credente che confessava la propria fede «a piena voce, senza nessuno schermo»; era l’appassionata protesta di un cristiano «che non voleva vendere il suo caro e piccolo Gesù» e che, sempre prigioniero delle proprie esperienze, con lo spirito sempre agitato da «quelle angosce  e quelle nascite divine, quelle morti e quegli inferni» attraverso i quali egli aveva cercato e trovato il suo Dio, non trovava la pace liberatrice che nell’abbandono completo nell’abdicazione senza riserve della sua volontà tra le mani della guida sovrana.

Ma i contemporanei non avevano modo di interessarsi, da spettatori curiosi, a quella psicologia religiosa, per ricca che fosse. Nell’urto brutale dei due “arbitrî”, il libero e il servo, del pensiero umano e del sentimento cristiano come Lutero lo interpretava. Gli uni applaudirono, gli altri deplorarono. Ma dopo codesta clamorosa controversia, si dovette scegliere: fu impossibile, a meno di tradire l’uno o l’altro dei due nemici, conciliare la fedeltà a Lutero e ai suoi insegnamenti con l’ammirazione per Erasmo e la sua opera, critica e positiva nello stesso tempo.  Di questo Lutero non si era preoccupato: una volta di più egli aveva obbedito alla cieca spinta del suo genio. Il fatto rimaneva, tuttavia: scavata dalle sue mani,  una nuova fossa si apriva ormai tra il sapiente gruppo degli erasmiani e quei pochi luterani ortodossi che il capo, in quel momento, sembrava si impegnasse a diminuire più che ad aumentare.

Anche se siamo contrari a ridurre la storia a psicologia, come quelli che pretendono di spiegare il fenomeno Leopardi con il suo radicale pessimismo, non possiamo tuttavia non notare quanto abbia pesato, nell’elaborazione del pensiero di Lutero, la sua nevrosi da salvezza, che lo ha letteralmente ossessionato per tutta la vita. Nella sua nevrosi Lutero è, sì, tipicamente moderno: non quanto al contenuto, ma quanto alla perdita di equilibrio psicologico. Lutero, fin da ragazzo, è sempre stato terrorizzato dal pensiero della dannazione eterna e dal dubbio lacerante sulla propria salvezza. Può sembrare riduttivo, ma è sostanzialmente esatto affermare che Lutero ha elaborato la propria concezione teologica, e messo a ferro e fuoco tutta l’Europa – e non alludiamo solo alle lotte sanguinose fra protestanti e cattolici, ma anche alla guerra dei contadini, che difficilmente ci sarebbe stata senza di lui – perché era attanagliato dal terrore di andare all’inferno. Per liberarsi da questo terrore, ha elaborato una stranissima teoria, secondo la quale, se il diavolo ti tenta, tu gli devi ridere in faccia e fare quel che lui ti suggerisce, anzi devi fare anche di più. In questo modo ci si può fare beffe della propria paura di finire all’inferno, perché la salvezza non ha niente a che fare con le opere, buone o cattive, ma solo con la fede.

Credete che stiamo esagerando, che stiamo deformando il suo pensiero per ragioni polemiche? Leggete allora la lettera scritta da Lutero a Gerolamo Weller nel 1530, dunque nel pieno della sua maturità teologica, se così la possiamo chiamare (riportata in L. Febvre, cit. pp. 238-239):

Accade a volte di dover bere un bicchiere in più e di sollazzarsi e di divertirsi, insomma di commettere qualche peccato, in odio e a dispetto del diavolo, per non dargli modo di creare un caso di coscienza a base di sciocchezze… Se il diavolo ti viene a dire: “Non bere!” rispondigli subito: “Invece berrò, e ne berrò uno ben colmo. Bisogna sempre fare il contrario di quello che proibisce Satana. (…) Quale altro motivo tu credi che io abbia per bere sempre di più del mio buon vino, fare discorsi sempre meno purgati, dilettarmi sempre più spesso di lauti pranzi? È per farmi beffe del diavolo e molestarlo, lui che una volta mi beffava e molestava! (…) Oh, se potessi immaginare qualche enorme peccato per farla al diavolo, perché capisca che io non riconosco alcun peccato, che la mia coscienza non me ne rimprovera nessuno!

Che dire di questa prosa sconcertante, per non dire disarmante? Lutero è sempre stato attratto dal peccato, ma ne temeva le conseguenze: la dannazione dell’anima. Perciò si è persuaso che non Dio, ma il diavolo ci proibisce di peccare; e che peccare è un bel modo di farsi beffe di lui. Così Lutero può finalmente abbandonarsi al peccato, dopo anni di penose angosce esistenziali, senza temerne le conseguenze: tanto, mediante la fede potrà salvarsi lo stesso, anzi perfino meglio che se non avesse ceduto alle tentazioni. È il pensiero aberrante di uno squilibrato. Lutero è un anormale che, come più tardi Freud, vuol fare dell’anormalità la regola. In questo sì che è moderno: il primo dei moderni.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 18 Luglio 2021

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