domenica, 25 Luglio 2021
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Il Lockdown tra fine della privacy e comunismo della sorveglianza Roberto Bonuglia

Questa “normalizzazione dell’anormale” durante il panico morale di un’emergenza sanitaria nazionale è ormai data per scontata e sembra proprio non fare più notizia di Roberto Bonuglia

Come noto, il nostro cinema ha celebrato a modo suo  col vanziniano Lockdown all’italiana ‒ uno dei periodi più difficili che la nostra storia (e non solo) ricordi. Lo ha fatto con una «commedia ripetitiva con troppi luoghi comuni» [1] e riducendo a «situazioni “pecorecce” di tradimenti e crisi coniugali» [2], un momento delicato e drammatico dal quale non eravamo ancora usciti pensando erroneamente di riuscire nell’intento che fu di Mario Monicelli e di Roberto Benigni: rendere “commedie” tragedie più grandi noi. Peccato per Vanzina all’uscita de La Grande Guerra e de La vita è bella il corso del tempo avesse storicizzato quanto bastasse quelle disgrazie per poterci, pur se amaramente, ridere sopra. O, per lo meno, provare a farlo.

            Ma lasciamo stare e non inferiamo. Ci ha già pensato, Lisa Melidoni [3]. Piuttosto, pare il caso di sottolineare la differenza con la quale, invece, di lockdown si sia occupato un altro progetto, commissionato dal Financial Times e girato da James Graham. Si tratta del cortometraggio People You May Know incentrato ‒ e seriamente ‒ su un fatto al quale pare che tutti abbiano fatto il callo: la pandemia ha sconvolto a tal punto le nostre esistenze tanto che abbiamo «a malapena battuto le palpebre quando lo Stato ci ha detto quante persone possono partecipare a un matrimonio, dove possiamo viaggiare o anche se dovremmo abbracciarci» [4].

            Questa “normalizzazione dell’anormale”, durante il panico morale di un’emergenza sanitaria nazionale, è ormai data per scontata e sembra non fare più notizia. Un motivo in più, dunque, per occuparcene.

            L’idea di fondo realizzata dalla fiction è semplice: per combattere la diffusione del Covid-19, tutti hanno rinunciato a parte della privacy creando le premesse per «il fragile rapporto tra il bisogno di tracciare gli spostamenti delle persone per contenere i contagi e la tutela della riservatezza dei dati personali. Un diritto che stiamo gradualmente perdendo con l’aumento del potere delle aziende tecnologiche private, che sempre più spesso collaborano con governi e istituzioni per controllare e studiare le dinamiche della società» [5].

            Graham non è nuovo a questi temi: già nel 2014 con Privacy aveva portato in scena la moderna ossessione di molte persone per i social network. Una deriva narcisistica dell’Io della quale era ‒ ed è ‒ cartina di tornasole la minuziosa auto-cronaca della vita quotidiana che giunge fino al punto di fotografare il proprio cibo persino prima di mangiarlo ‒ in un tripudio della forma sulla sostanza ‒ al fine precipuo di condividerlo con i propri followers. Che a loro volta, nei maggiori dei casi, faranno altrettanto.

            Peccato che gli ignari influencer in erba non pensino minimamente alle conseguenze di tutti i loro post: eppure Edward Snowden [6] ci ha insegnato che «i governi degli Stati Uniti e del Regno Unito ci spiano regolarmente, recuperano i nostri dati privati ​​e li archiviano. Questa sorveglianza onnisciente cattura la maggior parte di ciò che facciamo online: ricerche web, indirizzi e-mail, intestazioni. Le agenzie di intelligence possono fare cose incredibili. Possono geo-tracciare i nostri movimenti. Possono servirsi da soli dei nostri selfie. Da tutto questo puoi raccontare una ricca storia elettronica della vita di qualcuno: gioie, dolori, amori, segreti» [7].

            I social network consentono di condividere tutto e, come noto, di farlo in real time, senza limiti e gratuitamente. Peccato che, quando qualcosa è gratis, il prodotto sei tu [8] e «le grandi imprese e le agenzie governative quando lo ritengono utile, non esitano a raccogliere informazioni sui singoli cittadini senza riguardo per la loro vita privata» [9].

            È questo il punto di partenza dell’opera di Graham: ciò che lo incuriosisce particolarmente, nell’infanzia della nostra era algoritmica, è quanto del comportamento umano può essere previsto attraverso i dati e cosa rimane unico per l’individuo. Ad esempio, analizzando il modo in cui le persone interagiscono con i suoi servizi, Facebook ‒ ma non solo ‒ sa «quando un adolescente si sta radicalizzando politicamente, quando la relazione di una donna sposata si sta deteriorando, quando un uomo d’affari di mezza età inizia a soffrire di demenza ad esordio precoce» [10]. Non sorprende, quindi, che una volta Mark Zuckerberg si vantò del fatto che Facebook potrebbe conoscere «ogni libro letto, film visto e canzone ascoltata da una persona» [11].

            In linea di massima, la vulgata che ci viene propinata è quella che alcuni dei nostri dati collettivi potrebbero essere utilizzati per il bene pubblico aiutando a combattere la pandemia o aiutando i gruppi emarginati ad affermare la propria identità. Ma è lecito chiedersi che mentre paia piuttosto improbabile che tali benefici si materializzino, sembra molto più concreto che i dati rimangano nel dominio commerciale e siano utilizzati principalmente per fare soldi [12] da parte dei soliti noti, ossia i FAANG [13]?

            Graham nel corso di un’intervista ha raccontato che «ogni volta che (legalmente) lasciava la propria casa per fare jogging durante il blocco, si chiedeva se i suoi vicini potessero pensare che stesse uscendo troppo. Quella sensazione irritante di essere osservato e giudicato pubblicamente gli fece pensare che Londra stesse cominciando ad assomigliare alla Berlino Est dell’era comunista. “Anche se ora siamo chiusi nei nostri spazi privati, per molti versi ho iniziato a sentirmi più scrutato e sotto sorveglianza di quanto non mi fossi mai sentito prima”» [14].

            Il collegamento con Berlino Est è azzeccato: se ormai nelle società occidentali pare avvenuto con successo l’incontro tra il grande fratello orwelliano e i big data nonché tra il capitalismo e la sorveglianza [15], non è da meno ciò che si sta realizzando ‒ grazie all’intelligenza artificiale (IA) [16] ‒ nel comunismo della sorveglianza. Una ricerca dell’Università di Oxford, infatti, ha evidenziato che nel 2017, in Cina, siano stati investiti 200 miliardi di euro per la sicurezza nazionale utilizzandoli, per lo più, nell’istallazione di 400 milioni di telecamere a circuito chiuso [17]. Ma il problema non sono le telecamere, bensì l’obiettivo perseguito dal governo cinese.

            La Cina, infatti, è il primo Paese ad aver realizzato un sistema pervasivo di sorveglianza algoritmica: sfruttando i progressi nell’IA nell’estrazione e archiviazione di dati per costruire profili dettagliati su tutti i cittadini, il partito-Stato comunista cinese sta sviluppando un “punteggio cittadino” per incentivare un comportamento “buono” dei propri sudditi.

            Quindi, si parte da 300 punti e questo tesoretto ti segue ovunque tu vada: «un punteggio elevato ti consente di accedere a un servizio Internet più veloce o a un visto rapido per l’Europa. Se pubblichi post politici online senza permesso, o metti in dubbio o contraddici la narrativa ufficiale del governo sugli eventi attuali, tuttavia, il tuo punteggio diminuisce. Per calcolare il punteggio, le aziende private che lavorano con il tuo governo controllano costantemente grandi quantità di dati sui social media e sugli acquisti online» [18].

            Si tratta di una violazione su larga scala della libertà degli esseri umani e di «un inquietante passo in avanti verso una perfetta (e potenzialmente globale) dittatura» [19]. Ci troviamo di fronte, quindi, alla preparazione di un mondo autoritario ideale, nel quale la deriva del controllo si sta diffondendo globalmente come un virus e la cui legittimità è assicurata «dall’apparato statale di sorveglianza più completo e potente in assoluto: il sistema cloud della polizia cinese è concepito per controllare sette categorie di persone, fra cui quelle che “minacciano la stabilità”» [20]. Inquietante, vero?

            Lo è di più il fatto che quanto citato sia tratto da un articolo del 2017 e che, due anni dopo la sua pubblicazione, in un rapporto dell’Human Rights Watch si legga: «il governo cinese monitora ogni aspetto della vita della popolazioni dello Xinjiang, identificando chi non è ritenuto degno di fiducia e sottoponendolo a ulteriori e scrupolosi controlli» [21].

            Sono anni che l’esperimento è in corso essendo gli uiguri ‒ abitanti turcofoni della regione citata ‒ stipati in vere e proprie “fortezze digitali”, nelle quali la “cabina di regia” è, manco a dirlo, tutta cinese. Come la stessa gestione dei “centri di rieducazione” [22] dove vengono inviati, per trasformarli in fedeli cittadini, coloro i quali non mantengano un comportamento consono agli “standard” decisi dal governo.

            Cosa aggiungere? Fino al lockdown mondiale della primavera 2020 quello che stava accadendo agli uiguri pareva deprecabile, ma lontano: “grazie” al Covid-19, invece, ora la Cina è vicina e pure il suo comunismo della sorveglianza. Sarebbe il caso di chiedersi, quando teniamo in mano un device o un monitor, se siamo noi a guardarli e usarli o se, magari, è il proprio il contrario.

Note:

[1] P. Mereghetti, «Lockdown all’italiana» di Vanzina: una commedia ripetitiva con troppi luoghi comuni, in «Corriere della Sera», del 13 ottobre 2020.

[2] AA.VV., Lockdown all’italiana: polemiche sul film e rabbia della vedova Vanzina, in «Di Lei», del 23 settembre 2020.

[3] Si tratta della vedova di Carlo Vanzina che all’uscita del film ha attaccato «il cognato Enrico al grido di vergogna: “Questa è un’altra VERGOGNA di questo Paese che distribuisce uno schifo del genere”», cfr., F. Gallo, Lockdown all’italiana, Vanzina divide, agenzia ANSA del 19 settembre 2020.

[4] J. Thornhill, James Graham on his FT film exposing the ‘creeping data state’, in «Financial Times», del 21 maggio 2021.

[5] AA.VV., Sappiamo cosa hai fatto durante il lockdown, in «Internazionale», del 7 luglio 2021.

[6] E.J. Snowden, Permanent Record, New York, Metropolitan, 2019.

[7] L. Harding, Privacy puts Edward Snowden centre stage at the Donmar, in «The Guardian», del 10 aprile 2014.

[8] F. Amato, Se non lo paghi, il prodotto sei tu: ti sei mai chiesto perché Whatsapp sia gratis?, in «Il Superuovo», del 27 dicembre 2018.

[9] Cfr., il video, a cura di A. Larsen, ? K A C Z Y N S K I ⚡ S N O W D E N ?, del 19 marzo 2020, min. 0:10, al link https://www.youtube.com/watch?v=JCso68CwPl0. La frase è tratta da T.J. Kaczynski, Manifesto di Unabomber. La società industriale ed il suo futuro, a cura di A. Larsen, [s.l.], WarWave, 2021.

[10] J. Thornhill, James Graham on his FT film exposing the ‘creeping data state’, cit.

[11] A. Vance, Facebook. The Making of 1 billion Users, in «Bloomberg», del 4 ottobre 2012.

[12] J. Lanier, Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social, Milano, Il Saggiatore, 2018.

[13] R. Bonuglia, Nel FAANG del Covid-19, in «Pensiero Forte», del 29 luglio 2020 e Id., Chi ha guadagnato, alla fine, grazie al Covid-19?, in «OraZero», del 18 maggio 2021.

[14] J. Thornhill, James Graham on his FT film exposing the ‘creeping data state’, cit.

[15] S. Zuboff, The Age of Surveillance Capitalismo: The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power, Profile, Londra, 2019.

[16] R. Bonuglia, Great Reset o nuovo Big Bang?, in «Corriere delle Regioni», dell’8 luglio 2021.

[17] A. Mitchell e L. Diamond, China’s Surveillance State Should Scare Everyone, in «The Atlantic», del 2 febbraio 2018.

[18] Ibidem.

[19] J.C. Lennox, 2084, Michigan, Usa, The Zondervan Corporation, 2020, pp. 81-82.

[20] AA.VV., China: Police Big Data Systems Violate privacy, Target dissent, in «Hrw», del 19 novembre 2017.

[21] AA.VV., China: How Mass Surveillance Works in Xinjiang, in «Hrw», del 1° maggio 2019.

[22] C. Buckley, S.L. Myers, China builds more secret ‘re-education camps’ to detain Uighur Muslims despite global outcry over human suffering, in «Independent», del 10 agosto 2019.

Del 17 Luglio 2021

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