martedì, 19 Ottobre 2021
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È giusto rompere un’amicizia a causa del vaccino?

Due persone troppo distanti quanto a consapevolezza spirituale non potrebbero restare amiche neppure se lo volessero: non si può amare chi ama solo se stesso. I tre tipi di amicizia per Aristotele di Francesco Lamendola 

È una situazione sempre più frequente: i rapporti familiari s’incrinano, le amicizie si rompono, la tensione cresce a livelli intollerabili nei luoghi di lavoro, perché ci sono una ventina di milioni d’italiani che hanno capito cos’è il preteso vaccino o che quanto meno hanno dei dubbi e dei sospetti, non vogliono saperne di farselo inoculare, sicché gli altri, istigati da una stampa prezzolata (La pagheranno cara titolava ieri uno dei giornali più venduti) li percepiscono come pericolosissimi untori, degli asociali irresponsabili cui si deve il permanere dell’incubo causato dalla (cosiddetta) pandemia.

Ma non è solo la questione del vaccino, anzi del cosiddetto vaccino – perché si devono chiamare le cose con il loro vero nome e perciò non si dovrebbe chiamare vaccino un preparato che non è tale – ad avvelenare i rapporti familiari e quelli di amicizia. L’agenda del globalismo ha un calendario sempre più fitto di accelerazioni, per sospingerci a tappe forzate nelle meraviglie del Mondo Nuovo. Un’altra questione altamente divisiva è la legge Zan, e in genere tutti i provvedimenti  e le iniziative che lo accompagnano, anche di natura pratica, come l’introduzione della cosiddetta educazione sessuale negli asili e nelle scuole da parte di propagandisti LGBTQ, ovvero della propaganda a favore del cambio di sesso e della instaurazione di un nuovo modo di pensare, secondo il quale i sessi maschile e femminile sono archiviati per sempre e ora bisogna pensare in termini di sessualità fluida e soggettiva.

Poiché si tratta di iniziative che colpiscono al cuore il sano sviluppo psicologico del bambino e la struttura ordinata della famiglia naturale, se i genitori hanno idee diverse su questa materia, è inevitabile che sorgano delle divergenze molto serie, che possono sfociare anche nella rottura irreparabile della coppia e nella lacerazione dolorosa del tessuto familiare, accompagnate da aspre battaglie legali per ottenere l’affido esclusivo della prole – battaglie nelle quali il giudice, molto spesso, non si pone come autorità super partes ma si schiera apertamente per il femminismo, cioè a favore della donna contro l’uomo, e per l’ideologia gender, cioè a favore di tutto ciò che  favorisce quest’ultima, compresa la sottrazione dei bambini alla potestà genitoriale e il loro affido, arbitrario e immotivato, a degli affidatari che ne sono seguaci. Per chi non lo sapesse, infatti, anche se non si parla più dell’inchiesta giudiziaria Angeli e demoni e anche se su Bibbiano i giornali più venduti (nei due sensi della parola) e tutti i telegiornali hanno deciso di stendere un velo di silenzio, secondo l’ordine di scuderia dei loro padroni, la realtà è che a Bibbiano, in Emilia e in tutta Italia quel perverso “sistema” continua a lavorare, alla luce del sole, come prima e peggio di prima: con uno stuolo di sedicenti esperti e di zelanti assistenti socio-sanitari, profumatamente pagati con il pubblico denaro (anche due o tre volte più delle normali tariffe per delle sedute di psicoterapia), impegnati a dare la caccia ai bambini delle famiglie più fragili e disagiate per sottrarli alla potestà genitoriale e darli in affido agli amici degli amici, sovente coppie omosessuali o comunque persone ideologicamente schierate sul versante della cultura arcobaleno, ben decisi a fare di quei piccoli dei futuri sostenitori di quella stessa ideologia, instillando in loro lo stesso modo di vedere la vita e lo stesso tipo di affettività e di sessualità.

Sorge perciò la domanda: che fare quando un amico si schiera a favore della vaccinazione obbligatoria e proclama che chi non si è vaccinato non avrebbe nemmeno il diritto di uscire di casa, tanto meno di frequentare la scuola o i locali pubblici? E che fare quando un amico si dichiara a favore della cosiddetta legge contro l’omofobia, facendosi complice del progetto totalitario del transessualismo: sponsorizzate con convinzione, l’una e l’altra cosa, da quello che in una precedente occasione abbiano chiamato – e ne siamo sempre più convinti – il partito del male? Che fare, infine, nel caso dei credenti, quando un caro amico mostra di non capire perché riteniamo che non solo Bergoglio, ma tutta la chiesa di Bergoglio, siano una totale mistificazione del vero papato e della vera Chiesa, e anzi s’indigna e magari si arrabbia se noi diciamo tali cose, e minimizza tutte le azioni orribili fatte da costui, non ultima delle quali la sfacciata propaganda a favore della vaccinazione di massa? E qui il cerchio si chiude, e appare chiaro che tutti i problemi e le questioni, laici e religiosi, grazie alla globalizzazione sono divenuti le facce di uno stesso problema e di una sola questione. Possiamo conservare tali amicizie? E, quando anche fossimo disposti a farlo, che succede se sono gli amici pro vaccinazioni, pro gender e pro Bergoglio, a rompere con noi, a ripudiare la nostra amicizia, a cancellare anni di affettuosa vicinanza?

Vediamo allora cosa dice il buon vecchio Aristotele su questo argomento specifico, la rottura dell’amicizia e la sue cause (dall’Etica Nicomachea, IX, 3; a cura di Claudio Mazzarelli, Milano, Rusconi, 1993, pp. 343-345):

C’è, poi, anche un’aporia che riguarda lo sciogliersi o no dell’amicizia verso persone che non restano le stesse. Non è forse vero che non è affatto strano che le amicizie fondate sull’utilità e sul piacere si sciolgano, quando non si hanno più questi vantaggi?  È di questi vantaggi, infatti, che si era amici: venuti meno quelli, è naturale che non si ami più. Uno, poi, potrebbe lamentarsi se uno, amando per l’utilità o per il piacere, facesse finta di amare per il carattere. Come infatti abbiamo detto all’inizio, la maggior parte dei contrasti tra gli amici nascono quando non sono amici nel modo in cui credono di esserlo. Orbene, quando uno si inganna e suppone di essere amato per il carattere, mentre l’altro non fa nulla di simile, deve incolpare se stesso; quando, invece, resta ingannato dalla simulazione dell’altro, è giusto che accusi l’ingannatore, ancor più che se fosse un falsificatore di moneta, nella misura in cui l’oggetto della sua frode è più prezioso. Ma quando si accoglie nella propria amicizia uno che si ritiene buono, ma poi quello risulta malvagio e ce se ne accorge, si deve forse amarlo ancora? Non è forse vero che non  è possibile, dal momento che non ogni cosa è amabile, ma solo ciò che è buono? E, poi, l’uomo malvagio non è degno di essere amato, e non si deve amarlo. Infatti, non bisogna essere amanti del vizio, né rendersi simili al cattivo: si è poi detto che il simile è amico del simile. Bisogna, dunque, sciogliere l’amicizia subito? Non è forse vero che non bisogna farlo con tutti, ma solo con quelli la cui perversità sia incorreggibile, mentre quelli che hanno la possibilità di raddrizzarsi si deve aiutarli a emendare il carattere, più che a ricostruire il patrimonio, tanto più quanto ciò è più nobile e più proprio dell’amicizia? Tuttavia, si ammetterà che chi scioglie l’amicizia in questo caso non fa nulla di strano; infatti, non  di un uomo di tal fatta che era amico; quindi, non essendogli possibile salvare l’amico che si è trasformato, se ne separa. E se, d’altra parte, rimane com’è mentre l’altro diventa più virtuoso e cambia molto dal punto di vista della virtù, deve ancora trattare il primo come amico? Non bisogna forse riconoscere che è impossibile? Quando la distanza tra i due diventa grande, questo risulta particolarmente evidente, come nel caso delle amicizie strette nell’infanzia; se, infatti, uno rimane fanciullo nel ragionamento mentre l’altro è già un uomo maturo, come potrebbero essere amici, dal momento che ad essi non piacciono più le stesse cose, e non provano più le stesse gioie e gli stessi dolori? Infatti, non hanno più l’uno per l’altro gli stessi sentimenti, e senza di essi, come dicevamo, non possono essere amici, giacché non è loro più possibile vivere insieme. Ma di questo si è già parlato. Orbene, in tal caso, ci si deve comportare con l’altro non diversamente da come ci si comporterebbe se non fosse mai stato amico? Non si deve forse mantenere il ricordo della passata intimità, e, come pensiamo che si debba far piacere più agli amici che agli estranei, così non si deve forse concedere qualche riguardo a coloro che amici sono stati, in ragione proprio della passata amicizia, quando la rottura non è risultata da un eccesso di perversità?

Esistono, per Aristotele, tre tipi di amicizia: quella basata sul piacere, quella basata sull’utile o l’interesse, e quella basata sulla bontà. La vera amicizia è quest’ultima, perché le altre due, a ben guardare, sono dirette non alla persona dell’amico, ma al piacere o all’utile che se ne possono trarre, e quindi se finiscono il piacere o l’utilità, termina anche l’amicizia. L’amicizia che dura è quella basata sul bene, nella quale si desidera il bene dell’altro senza alcun secondo fine; ed è il legame affettivo che s’instaura fra i buoni, perché i malvagi, essendo dominati dall’egoismo e da altre passioni disordinate, sono incapaci di vera amicizia nei riguardi di chicchessia. Per Aristotele, le amicizie vere si rompono quando uno scopre che l’altro non gli era amico nello stesso senso in cui lo era lui; che non dava alla loro amicizia la stessa importanza che gli attribuiva lui; oppure quando uno scopre che l’altro è una persona diversa da quella che credeva di conoscere, ad esempio che è malvagio, mentre lo credeva buono; infine, quando uno dei due cambia, divenendo migliore o peggiore, e così si pone ad un livello di coscienza differente da quello dell’amico, il quale non è più interessato alla sua compagnia, o perché la trova noiosa, o perché la trova sgradevole, e insomma essi non amano più le stesse cose che amavano prima e che avevano costituito un elemento decisivo del loro affiatamento.

Ora, il caso che abbiamo considerato è in parte diverso, in parte simile: qui non si tratta di capire che l’altro è malvagio, ma indubbiamente che è una persona diversa da quella che credevamo. Ha voluto tenerci nascosta la sua vera natura, facendo sì che noi amassimo in lui delle cose che, in realtà, non possiede? No di certo. Ci siamo ingannati noi, allora, attribuendogli delle qualità che non gli appartengono? Probabilmente sì. Non abbiamo sopravvalutato la sua bontà, ma la sua saggezza e la sua maturità complessiva; non la sua lealtà verso di noi, ma la sua debolezza verso altri fattori. Il fattore devastante, nella presente situazione, è la paura. Le persone sono state spaventate a morte dalla Narrazione Unica della cosiddetta pandemia, e ciò ha spinto i nostri amici ad assumere dei comportamenti e ad esprimere delle convinzioni che per noi sono stati delle dolorose sorprese, ma che, se fossero capaci di guardarsi spassionatamente, sarebbero delle sorprese anche per loro. Infatti la paura del contagio ha fatto emergere in loro degli aspetti del carattere che non avevamo mai notato, ma che senza dubbio neppure loro sospettavano di avere: una certa tendenza alla precipitazione, all’emotività esasperata e, in ultima analisi, all’egoismo. Pur di sentirsi sicuri, non esiterebbero a imporre agli altri i “rimedi” proposti, o imposti, dal governo, senza farsi scrupolo delle nostre perplessità o della nostra decisa e ragionata contrarietà. Non gliene importa nulla di quel che pensiamo: di colpo ci vedono come dei pericolosi untori; anni di familiarità e di stima e fiducia reciproche sono stati spazzati via d’un solo colpo.

Per intanto, ci fanno capire chiaramente che non desiderano ricevere i vecchi amici a casa loro, a meno che si mettano la mascherina e si igienizzino le mani all’entrata, come si fa prima di accedere a una banca o a un supermercato. È lo stesso atteggiamento, in fondo, di quelli che non ammettono gli amici in casa loro se prima non si sono levati le scarpe: la perfetta pulizia dei pavimenti vale bene il rischio di disgustare delle persone care, perché, per quel tipo di soggetti, non ha importanza cosa provano gli altri, ma esclusivamente come si sentono loro: e se loro sono soddisfatti, tutto il resto è secondario. Adesso non si tratta più della pulizia, ma del virus: a ben guardare, cambia l’intensità della loro ossessione, ma non la sostanza: è sempre lo stesso atteggiamento, un misto di diffidenza per il mondo esterno e di smania compulsiva di avere ogni cosa sotto controllo, d’impedire che qualcosa possa sfuggire loro. Una persona che, al ristorante o sull’aereo, tiene la mascherina abbassata, causa a questo tipo di soggetti una specie di crisi isterica: sudano, si agitano, protestano con quanto fiato hanno in corpo, e soprattutto vomitano sul malcapitato ogni sorta d’improperi, come se si fosse macchiato del più terribile dei delitti. In effetti, il delitto di aver messo stupidamente a repentaglio, così pensano come effetto di migliaia di ore di martellamento televisivo, la loro stessa vita. E cosa sarà mai una sgridata, una protesta un po’ veemente, a paragone della gravità di quell’agire da incoscienti, che mette in pericolo la vita altrui?

Resta perciò la domanda: che fare? Rompere l’amicizia, perché ci siamo accorti che l’altro non è come lo avevamo creduto? È un falso problema; l’amicizia è già incrinata e si romperà da sé: due persone troppo distanti quanto a consapevolezza spirituale non potrebbero restare amiche neppure se lo volessero. Il vero protagonista dell’amicizia è il bene: è la concordia dei buoni per un fine di bene. Ma dove c’è l’egoismo, sia pure dettato dalla paura, non c’è più la sollecitudine per il bene, ma uno zelo esagerato per il proprio bene soggettivo, anche a discapito degli altri: e questo è già estraneo alla vera amicizia. Ciò non toglie che a quella persona volevamo bene. Non dobbiamo rinnegare il bene che gli abbiamo voluto, né ripudiare costui: egli si è escluso da sé. Ha mostrato di tenere più a se stesso che a noi. Dobbiamo prenderne atto: non si può amare chi ama solo se stesso.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 22 Luglio 2021

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