sabato, 25 Settembre 2021
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Gesù è mistero per credenti e no, ma in sensi diversi

Oggi, con la Pachamama e il documento di Abu Dhabi abbiamo un Cristianesimo “senza Gesù” e proprio perché è senza Gesù può accettare l’aborto, l’eutanasia e i falsi vaccini di Francesco Lamendola

Paul-Louis Couchoud (Vienne, 6 luglio 1879-ivi, 8 aprile 1859) è il classico tipo dell’intellettuale europeo che si è formato nel clima del positivismo. Filosofo, scrittore, poeta, viaggiatore, dottore in medicina, grande amico di Anatole France, interlocutore di James Frazer, durante un soggiorno in Giappone s’innamorò degli haiku e li tradusse in francese. Versatile, poliedrico, poliglotta, più curioso che profondo, più disinvolto che riflessivo, s’interessò a tutto e su tutto, o quasi, volle dir la sua: anche, purtroppo, su Gesù Cristo. Persuaso dai risultati della cosiddetta critica tedesca che era pervenuta alla negazione radicale della storicità di Cristo (Reimarus, Lessing e David Friedrich Strauss), egli fece suo quel discutibile assunto e vi costruì sopra la sua particolare interpretazione del fenomeno del cristianesimo: una religione mondiale nata paradossalmente sul nulla, su una pia leggenda, su un’illusione collettiva, su un nobile sogno, e divenuta ben più reale di quanto sia  l’oggetto sul quale pretende di fondarsi.

Niente di originale, come si vede; anzi, oggi si potrebbe dire tranquillamente che la posizione di Couchoud, che allora passò per audace e sconvolgente, oggi fa semplicemente sorridere, perché nessuno storico serio si sogna più di mettere in discussione l’esistenza di Gesù Cristo, anche se, ovviamente, non tutti sono d’accordo su ciò che disse e fece, su quali fossero le sue intenzioni, e meno ancora sulla sua vera natura, umana o divina. A quanto pare, Couchoud non è neppure sfiorato dal sospetto che una leggenda, o un mito religioso, non sorge dalla mattina alla sera, ma ha bisogno di secoli e millenni per nascere e consolidarsi; mentre i discepoli di Gesù, che scrivevano di eventi contemporanei e che avrebbero potuto essere facilmente confutati, testimoniavano quanto era stato fatto dal loro Maestro, nonché la sua morte la sua resurrezione, avvenute solo pochi anni prima. Quando i Vangeli, gli Atti e le Lettere paoline furono scritti, erano ancora vive molte persone che avevano assistito a quei fatti e che, pur negando la resurrezione, non avevano obiezioni da fare sulla veridicità degli altri racconti. E allora, come potevano gli evangelisti essersi inventati tutta la storia di Gesù, e la sua stessa persona, se avevano attinto non alle nebbie d’un lontanissimo passato, ma alla loro contemporaneità, citando luoghi, fatti e personaggi che erano per così dire sotto gli occhi di tutti e che nessuno si sognava di contestare? Ma gli storici pagani, dice Couchoud, Tacito, Plinio, Svetonio, non dicono nulla in proposito. Non è del tutto esatto; ma anche concedendo che il riferimento di Tacito sia un’interpolazione, resta il fatto che i Vangeli sarebbero stati squalificati e coperti di ridicolo, se avessero parlato di cose immaginarie spacciandole per contemporanee. Non sarebbe la prima volta che i potenti non si accorgono di cose importanti e non notano grandi figure di uomini o donne, solo perché vissuti appartati, fra la gente del popolo e in regioni marginali. Non è una cosa affatto strana: stano sarebbe il contrario. Chi era mai Gesù, agli occhi dei grandi storici e scrittori di Roma? Per accorgersi di lui sarebbe stato necessario attendere che maturassero gli effetti della sua predicazione: il che puntualmente accadde, molto tempo dopo. È stato il cristianesimo a costringere gli uomini ad accorgersi di Gesù; ma il cristianesimo non è nato dal nulla, da un sogno o da un isterismo collettivo: è nato da una persona, e quella Persona era Gesù Cristo. Se fosse stato meno offuscato da pregiudizi positivisti e avesse dato meno credito a Renan e Loisy, Couchoud si sarebbe reso conto che gli elementi d’inverosimiglianza dei racconti evangelici, a cominciare dalla Resurrezione di Cristo, attestano il contrario di quel che egli crede: perché se quei racconti si sono tuttavia diffusi, a dispetto di tutto e dell’inevitabile scetticismo che senza dubbio hanno suscitato, così come lo suscitano tuttora, significa che hanno in sé una carica di persuasione irresistibile, inspiegabile secondo le categorie storicamente accettate.

Scriveva dunque il Couchoud ne Il mistero di Gesù (Le mystère de Jésus, Rieder, 1924; Milano, Fratelli Bocca, 1945, pp. 13;14-15; 155-157):

La storia d’Occidente, dall’impero romano in poi si ordina intorno ad un fatto centrale, ad un fatto generatore che è immaginario: la rappresentazione collettiva di Gesù e della sua morte redentrice. Il resto è uscito di là o si è adattato a ciò. Tutto ciò che si è fatto in Occidente durante quindici secoli si è fatto all’ombra gigantesca della croce. (…)

Ancor oggi Gesù è la struttura intima delle società d’Occidente. Prima ancora di essere nate le anime gli sono promesse. Il bambino, non appena ha respirato il giorno, è battezzato in suo nome. Esso entra già in un edificio spirituale, un edificio di anime il cui piano è fortemente stabilito. Egli vi troverà il suo posto. Egli starà inginocchiato nel mezzo della navata o dritto ai margini, fervente o indifferente, ma non potrà evadere. Se non sente l’ebbrezza, sentirà la costrizione. Anche se diventasse un nemico di Gesù, sarebbe ancora in casa di Gesù. Che dire? Nel cuore degli uomini, Gesù è infinitamente grande. Egli sfugge a tutte le misure consuete della storia. Cento volumi non finirebbero di descriverlo. Non c’è avvenimento così incalcolabile come quello che ha introdotto nel mondo la rappresentazione di Gesù. In quel punto della storia fu deciso ciò che sarebbe durante millenni il sogno essenziale degli uomini d’Occidente. (…)

Chiunque tenterà di chiarire le origini cristiane dovrà prendere una grande decisione. Gesù è un problema. Il cristianesimo è l’altro. Egli non potrà risolvere l’uno dei due problemi se non rendendo l’altro insolubile.

Se egli si attacca al problema di Gesù, dovrà percorrere le vie di Renan e di Loisy. Dipingerà, con maggiore o minore quantità di colori, un agitatore messianico, un ‘nabì’ del tempo degli ultimi Erodi. Gli attribuirà lineamenti verosimili onde poterlo integrare nella storia. S’egli è un abile critico, farà un ritratto plausibile, cioè tale da meritare da essere applaudito.

Ma il cristianesimo si leverà come un fatto inesplicabile. Come mai l’oscuro ‘nabì’ si è mutato in Figlio di Dio, oggetto inesauribile del culto cristiano e della teologia cristiana? Qui ci troviamo fuori dalle strade aperte della storia. Mancano le analogie. Il cristianesimo è un’incredibile assurdità e il più bizzarro dei miracoli.

E se lo storico si dedica al problema del cristianesimo, si avvede che, fin dall’origine, la nuova religione consiste in una bella teologia che, dopo essere sbocciata nel giudaismo, è fiorita fuori di esso. Nel cuore di tale teologia sta l’idea di un essere divino che riscatta l’umanità mediante un sacrificio espiatorio e deve fra poco apparire per giudicarla. Su questa concezione del divino  poteva fiorire una grande religione.

Ma un Gesù storico diventa allora impossibile a sistemarsi. Nello slancio mentale che va dal giudaismo al cristianesimo, dal servitore martire di Isaia al Gesù di Paolo non si può intercalare l’adorazione di un uomo. Essa ripugna tanto allo spirito del giudaismo quanto a quello della nuova fede. Si deve prendere la storia di Gesù per una miniatura in margine di una dottrina, per un ‘midrash’ commosso e colorito.

Perché si deve scegliere, la scelta s’impone. Quello che rimane da spiegare, è il cristianesimo. E poiché la nozione di Uomo-Dio non entra più in una testa moderna e si deve dissociarlo, lasciamo l’uomo e teniamo Dio.

O storici, non esitate a cancellare dai vostri elenchi l’uomo Gesù. Fate entrare il Dio Gesù. Immediatamente la storia del cristianesimo nascente sarà collocata al suo vero livello. Essa apparirà nuova ed elevata. Renan non le ha dato l’interesse che le spetta. Il vero storico non è “storicista”. Egli sa distinguere dai fatti positivi le idee che assumono l’aspetto di fatti per essere meglio comprese. Allo “storicista”, Gesù offre una materia ingrata e secca, storici delle religioni e sociologi, a voi egli apporta uno studio inebriante ed infinito.

E voi, credenti, vi ostinerete a brandire sedicenti prove che feriscono voi stessi? Tempi nuovi sono giunti. Voi non potete più materializzare Gesù senza farlo impallidire e distruggerlo. Più voi proverete che egli è un ebreo storico, più preparerete discepoli a Renan.

Avrete voi paura di una realtà spirituale, voi la cui nobile funzione è quella di mantenere le realtà spirituali? Non affidatevi ad una dubbia leggenda. Quello che voi scambiate per il porto è un abisso mortale. Issate a vela! Andate al largo, dove vi sembra sia la tempesta! Queste onde vi porteranno, uomini di poca fede.

Sono argomentazioni penose, al limite dell’assurdo. Il Couchoud dice, non senza enfasi: o i cristiani rinunciano al cristianesimo, o rinunciano a Gesù; entrambi non li possono rivendicare. E questo perché, secondo lui, il cristianesimo nasce sul fondamento di una figura immaginaria: dunque, questo è il suo suggerimento, meglio che si tengano il cristianesimo e rinuncino a Gesù, che del resto non è mai esistito. Per quanto assurde, queste argomentazioni trovavano allora, nei primi decenni del Novecento, un certo credito; e non solo presso gli atei militanti e arrabbiati, ma anche in certi settori del cristianesimo stesso, in particolare in certi ambienti del protestantesimo liberale. Albert Schweitzer, ad esempio, era uno di quelli che pensava che i cristiani dovessero tenersi pronti a rinunciare alla storicità di Gesù, se il progredire delle ricerche avesse mostrato ciò che alcuni sospettavano: dopotutto, l’importante non è che Gesù sia realmente esistito, ma che esiste il ”suo” messaggio. Ne abbiamo parlato a suo tempo (cfr. Che cosa accadrebbe al cristianesimo se dovesse rinunciare alla storicità di Gesù?, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 22/02/08 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 16/01/18); ciascuno giudichi da sé la plausibilità e la coerenza logica d’una simile prospettiva religiosa.

Quel che qui ci interessa evidenziare è un’altra cosa, e cioè che le tesi del Couchoud, in se stesse abbastanza ridicole e palesemente figlie di una certa cultura ideologizzata, che aveva divinizzato la scienza materialista di fine Ottocento, hanno, se guardate in un’ottica di fede, specialmente alla luce della storia degli ultimi decenni, una loro pregnanza e una loro indubbia attualità. Quanto egli afferma: la scelta s’impone. Quello che rimane da spiegare, è il cristianesimo. E poiché la nozione di Uomo-Dio non entra più in una testa moderna e si deve dissociarlo, lasciamo l’uomo e teniamo Dio, ha una sua carica di verità, anche se non nel senso da lui inteso. È vero che l’idea di Dio che si fa uomo non entra in una testa moderna e che tale impossibilità di recepirla impone una scelta: è precisamente quello che hanno fatto i teologi e i vescovi cattolici a partire dal Concilio Vaticano II. Hanno detto: poiché non riusciamo più ad aver fede come l’avevano i nostri avi, proviamo a modernizzare il cristianesimo: eliminiamo gli ostacoli, smussiamo le punte, togliamo di mezzo tutto ciò che costituisce un problema per la ragione moderna; facciamo del cristianesimo un messaggio morale, staccato dalle sue origini soprannaturali, dunque una questione di credenza e non propriamente di fede: perché gli uomini moderni possono, sì, credere ancora in qualcosa, ma la loro fede è interamente riservata alla scienza, al tipo di scienza che nega la trascendenza e rifiuta di considerare il mistero di ciò che sta oltre il visibile e l’esperibile. In effetti ciò che ha fatto la Chiesa cattolica a partire dal 1958, sulla spinta della massoneria ecclesiastica, stato proprio seguire l’invito di Couchoud: certo non ha avuto la franchezza di dirlo, però lo ha fatto, e lo ha fatto con una metodicità, una linearità, una intransigenza a suo modo encomiabile. Il clero postconciliare non ha tralasciato una sola occasione per sviluppare una nuova religione, che conserva il nome di cattolica ma di fatto è diventata la pseudo religione di Renan e di Loisy, proprio come voleva Cochoud: modernismo allo stato puro. Gli ultimi fatti e misfatti del pontificato di Bergoglio, sino alla recentissima abolizione del Summorum Pontificum mediante un documento dal nome più che mai ironico di Traditionis custodes, non sono stati che il logico e consequenziale completamento di ciò che era stato avviato da Giovanni XXIII e Paolo VI e proseguito da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Questa che abbiamo ora sotto gli occhi, con la Pachamama e il documento di Abu Dhabi, non  è più la religione di Gesù Cristo; è il “cristianesimo” dei cristiani moderni, che si sono stancati di recitare la commedia di aver fede in ciò che per loro è incredibile e, da buoni uomini moderni, hanno risolto la difficoltà nell’unica maniera che conoscono: tagliando la testa al problema e riducendo Cristo alla misura delle loro teste moderne, della loro sensibilità moderna e del loro moderno senso del politicamente corretto. Nonostante la sua inverosimile rozzezza, la”proposta” di Couchoud è stata pienamente accolta: oggi abbiamo un cristianesimo senza Gesù, e proprio perché è senza Gesù può accettare l’aborto e l’eutanasia, benedire le unioni omosessuali e prescrivere il falso vaccino fatto coi feti abortiti quale indispensabile via di salvezza.

Sì, è vero: Gesù rimane un mistero. Per gli uni è un mistero da ritoccare, manipolare, adeguare alla mentalità moderna; per gli altri un mistero da adorare, gettandosi in ginocchio dinanzi al suo fulgore.

Vedi anche:

Che cosa accadrebbe al cristianesimo se dovesse rinunciare alla storicità di Gesù?- CRISTIANESIMO SENZA GESU’

Del 27 Luglio 2021

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