sabato, 25 Settembre 2021
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Il segreto per stare bene è l’equilibrio psico-fisico

Perchè tante persone si sentono perennemente stanche, tese, svuotate di volontà ancor prima di affrontare una normale giornata di lavoro? La lezione di Ildegarda di Bingen di Francesco Lamendola 

Abbiamo detto e scritto in molte occasioni che il mondo moderno è l’espressione di una società impazzita; che la filosofia moderna è l’espressione di un pensiero impazzito; e che gli uomini moderni sono, alla lettera – e non solo metaforicamente – dei pazzi i quali non vedono la realtà per quella che effettivamente è, ma attraverso la lente deformante di tutta una serie di condizionamenti mentali, che ne stravolgono orribilmente l’immagine e li proiettano, senza che se ne avvedano, in una realtà virtuale, parallela e inquietante, popolata da incubi e larve che essi scambiano per cose e situazioni reali. La perdita del retto uso della ragione, con il conseguente squilibrio, sono l’effetto di una superbia intellettuale che ha condotto l’uomo moderno a presumere troppo di sé, ad assolutizzare la propria natura e a sopravvalutare le sue possibilità, cosa che ha determinato in lui uno scollamento fra la realtà vera e la realtà fittizia nella quale vive immerso e che, come appunto fanno i pazzi, egli scambia per la sola realtà possibile e davvero esistente. Egli ha perso il contatto con la realtà perché, a ben guardare, ha perso il contatto con se stesso: non è più ben centrato e poggiato sulle proprie gambe, perché ignora o disprezza la componente essenziale della propria natura: il legame insopprimibile col suo Creatore. Negando o rifiutando il Creatore, la creatura si condanna da se stessa a una vita infelice, randagia, popolata di amare delusioni: perché, ogni volta che allunga la mano per afferrare qualcosa, urta contro la propria finitezza, e vede svanire in cenere tutti gli oggetti amati, dal primo all’ultimo, perfino i ricordi di quel che ha vissuto e dei momenti felici che ha conosciuto, specie da bambino. L’uomo senza Dio è un povero mutilato, oltre che un orfano, che se ne va come un mendicante per le strade del mondo, senza saper più da che parte dirigere i suoi passi. In fondo, andare da una parte o dall’altra è per lui la stessa cosa, perché nel suo intimo intuisce di aver perso l’orientamento e che qualsiasi viaggio non farà che condurlo senza scopo in compagnia delle sue speranze perdute e dei suoi sogni infranti. Il primo dei quali è una vita che non finisce, una realtà permanente alla quale attaccarsi e nella quale vivere sicuro, senza essere disturbato dal pensiero che ogni momento bello terminerà e che ogni meta desiderabile finirà per mostrargli il suo volto nascosto, fatto di tristezza e noia, come direbbe Leopardi, o anche di paura e tristezza, come direbbe Cassola.

Dunque, se l’uomo è fuori centro, e se vaga senza scopo né meta, allora non è solo la sua mente a delirare, ma anche il suo organismo accumula una serie di disturbi, direttamente o indirettamente legati al suo malessere mentale ed esistenziale. Incredibile ma vero, l’uomo moderno fa di tutto per alimentare il proprio disagio e la propria perdita di stabilità: con il tipo di vita che conduce, con i cibi che mangia, con gli stimolanti che assume, con la mancanza di moto, di aria pura, di orari regolari, e con la ricerca masochista di cose e situazioni che lo fanno star male e accrescono il suo disagio con il tipo di musica che ascolta, gli spettacoli che guarda alla televisione o al cinema, e l’abuso dei medicinali di sintesi chimica, molti dei quali inutili e causa, a loro volta, di sempre nuovi disturbi e patologie, tanto che alcune persone si vedono prescrivere dal medico l’assunzione di una ventina di pastiglie al giorno, la maggior parte delle quali servono, almeno in teoria, a neutralizzare gli effetti deleteri che hanno le une rispetto alle altre, e tutte insieme sull’organismo sempre più intossicato e indebolito e sempre più povero di anticorpi naturali. E a tutto ciò si aggiungano la malinconia, lo scoraggiamento, la sottile o aperta depressione, che sono ormai la compagnia abituale della maggior parte delle persone, sempre più incapaci di reagire in maniera sana alla pressione della vita moderna, ai suoi ritmi febbrili, ai suoi agenti inquinanti, alle cattive abitudini favorite dall’uso smodato della tecnologia, nonché la povertà e l’inaridimento dei rapporti umani, nelle famiglie e tra gli amici, portata alle estreme conseguenze dall’isterismo collettivo per la falsa pandemia, e la scomparsa di figure autorevoli di riferimento, con le quali confidarsi e dalle quali attendersi una saggia e parola di conforto e rasserenamento.

A ciò si aggiungano gli effetti dell’inquinamento non solo dell’aria, ma anche del cibo e dell’acqua; la pressione esercitata sul sistema nervoso dal traffico urbano e in genere dai ritmi spossanti della vita moderna; la continua, insidiosa aggressione mentale proveniente dalla pubblicità e dalla televisione; la suggestione esercitata da orribili personaggi di spettacolo, che il sostegno massiccio dei media hanno reso pressoché onnipresenti; il rilascio nell’atmosfera di sostanze chimiche e di radiazioni elettromagnetiche che provocano danni di ogni tipo all’organismo, dall’infertilità alla nascita di tumori. E come se queste cose non bastassero, una grossolana ignoranza dei segnali di allarme che arrivano dal corpo e quindi la tendenza a persistere in comportamenti e stili di vita sbagliati e dannosi, senza rendersi conto per tempo della necessità di modificare qualcosa nelle proprie abitudini. Alla luce di tutto ciò si capisce facilmente come tante persone si sentano perennemente stanche, tese, irritate, svuotate di volontà e di energia, ancor prima di affrontare una normale giornata di lavoro.

Il nucleo di queste idee, in fondo semplici e naturali, specialmente per un cristiano, si trovano già negli scritti di una donna del XII secolo: santa Ildegarda di Bingen, badessa benedettina, mistica, scrittrice, naturalista; una donna così autorevole che si rivolgeva nei suoi scritti, nonostante il suo carattere timido, col piglio di un giudice inesorabile, rimproverando loro pusillanimità e debolezze e spronandoli a esser degni della carica che rivestivano, per la gloria di Dio e la salvezza delle anime. Ecco alcuni aspetti chiave del pensiero e dell’atteggiamento di Ildegarda nei confronti della salute, della malattia, dell’equilibrio complessivo dell’essere umano tanto sul piano fisico che su quello morale, intellettuale, spirituale, così come sono stati riassunti in modo chiaro ed efficace da Fausta Vaghi nel libro Le cure di Sant’Ildegarda. La salute come conquista dell’equilibrio (Demetra Editrice, 1996, pp. 14-15; 15-16; 20):

Saper esercitare la “discretio”, letteralmente la “distinzione”, la “separazione”, cioè il saper distinguere e separare (il bene dal male) è ritenuta la virtù per eccellenza dalla quale tutte le altre virtù derivano. La badessa di Rupertsberg non si stanca perciò di raccomandarne la pratica a chiunque le chieda consigli su come risolver ei problemi dell’esistenza.

Per Hildegard von Bingen è necessario evitare tutti gli eccessi, anche nel campo della penitenza e della mortificazione, in quanto ogni eccesso è negativo in sé: «Spesso osservo che quando qualcuno affligge il suo corpo con eccessive mortificazioni si genera in lui un profondo disgusto e, a causa del disgusto che lo opprime, i vizi si moltiplicano ben di più che se fossero stati tenuti a bada senza strafare». In un altro suo scritto si legge: «Come i frutti sugli alberi vengono danneggiati da acquazzoni troppo violenti, così colui che sottopone il proprio corpo a pene eccessive e insopportabili non giova in alcun modo alla sua anima».

Pare accertato che Ildegarda esercitasse sui suoi fedeli un forte carisma: molti ammalati si sentirono meglio dopo aver semplicemente ricevuto la sua benedizione e, nel racconto della “Vita”, sono narrate diverse guarigioni di tipo miracoloso attuate anche tramite l’applicazione della mano o l’invio di acqua benedetta.

La badessa renana dimostra inoltre di possedere grandi capacità come esorcista quando libera da uno spirito malvagio una donna che ne era tormentata da anni e che era già stata sottoposta senza successo a molti trattamenti; il resoconto di questa operazione è narrato con dovizia di particolari sempre nella ”Vita”.

Hildegard von Bingen non va tuttavia considerata semplicemente una mistica dotata di poteri sovrannaturali, ma una vera scienziata, in quanto ha studiato a fondo le scienze naturali, è stata un’esperta erborista e ha maturato una profonda cultura in campo medico. (…)

La medicina da lei proposta unisce dunque conoscenza e intuizione e si distingue dalle altre pratiche mediche perché si basa sulla considerazione globale dell’individuo: i disturbi che una persona accusa vengono esaminati nel contesto generale perché non agiscono solo sul corpo, ma anche sulla mente e sull’anima. È risolvendo i problemi generali che si arriva alla soluzione di quelli particolari, cioè della malattia.

Si può in definitiva considerare Hildegard von Bingen una psicoterapeuta, in quanto il suo interesse si rivolge al malato prima che alla malattia; inoltre la sua teoria sull’importanza del pensare positivo  al fine di mantenersi in buona salute, o di agevolare la guarigione, rientra in un sistema curativo che crede fermamente nell’immenso potere  della psiche.

Chi si avvicina alla medicina ildegardiana, che per molti aspetti è tuttora attuale, mentre per alcuni ci è oggi piuttosto estranea, si trova inevitabilmente a dover mutare le proprie abitudini di vita, il proprio modo di pensare, e conseguentemente a ritrovare un nuovo e più giusto equilibrio che sta alla base della salute.

Molti disturbi, già al tempo della monaca tedesca, e ancor più oggi, nascono dal fatto che l’uomo si è allontanato dalla natura e non vive più in armonia con essa.

Nel “Liber vitae meritorum”, scritto ottocento anni or sono, fa meraviglia leggere: «L’aria è così sporca che gli uomini non osano neppure respirare a pieni polmoni e il verde vien meno, a causa della follia di chi insegue solo il proprio piacere e poi rimprovera a Dio di non farsi mai vedere». Certamente allontanandosi dalla natura e dalle sue commoventi bellezze l’uomo dimentica più facilmente le leggi divine, non solo, ma altera i propri ritmi di vita, scambia le ore della notte con quelle del giorno, tende a vivere in modo disordinato e tutto ciò sconvolge l’organismo e a lungo andare mina la salute: questo Ildegarda lo sa bene e perciò disapprova un simile comportamento. (…)

In molti altri scritti appaiono ben chiare le idee che la badessa concepiva riguardo alla musica e al suo desiderio di esprimere attraverso musica e canto l’amore per Dio, al potere consolatorio che la musica aveva sugli animi. Eccone alcuni esempi: «La moltitudine degli Angeli contempla Dio e lo conosce attraverso la sinfonia, cantando in sua lode». «Quando il diavolo udì che gli uomini, su ispirazione divina, avevano iniziato a cantare e attraverso il canto venivano indotti a ricordare la dolcezza dei canti della patria celeste, ne fu atterrito».

Sappiamo cosa possono obiettare quanti vedono la giustezza della posizione di santa Ildegarda nei confronti della salute, ma sono spaventati dalla radicalità delle scelte di vita cui li impegnerebbe nel metterli in pratica: che si tratta pur sempre, dopotutto, dei pensieri di una donna vissuta otto secoli fa, e che il mondo è troppo cambiato perché li si possa prendere a modello della propria vita, nelle condizioni odierne. Specialmente se tali obiezioni sorgono da parte di credenti, esse testimoniano solo fino a che punto il virus della modernità è penetrato in essi ed ha offuscato in loro la retta ragione e lo stesso buon senso. Se una cosa è giusta e vera, rimane giusta e vera attraverso lo scorrere dei secoli: e il tirar fuori le differenti condizioni del mondo moderno serve solo a nascondere il fatto che non si ha il coraggio di seguire la verità, né di essere coerenti.  Che nella vita si debba fare continuamente la scelta fra il bene e il male, questa non è una verità che invecchia: è perenne. E che se si sceglie il male si perde il proprio equilibrio, si sragiona e ci si ammala, mentre l’opposto accade a chi sceglie il bene, anche questa non è una verità transitoria, ma assoluta: era valida nel XII secolo e lo è anche oggi. Che vivere senza cattive abitudini, senza rimorsi per le proprie colpe, senza la vergogna di dover contemplare la propria bruttezza interiore, aiuti a mantener l’equilibrio e perciò la salute, anche questo era vero allora ed è vero ai nostri giorni. Che la buona musica sia un aiuto inestimabile per mantenere l’animo lieto e sereno, era vero allora e lo è oggi. Come dite? Che il canto gregoriano e il Pange lingua vi annoiano, non li capite, mentre una musica rock vi trasmette l’adrenalina e vi fa star bene? Poveretti: siete come un alcolista che magnifica le virtù dell’alcol, perché non riesce più a farne a meno; e non vuol capire che l’alcol non lo fa star bene, ma star male. Siete amici di ciò che vi è nemico e fuggite ciò che vi gioverebbe. In fondo  è molto semplice: voi non siete amici di voi stessi, non vi volete bene e perciò vi siete costruita un’immagine capovolta della realtà. Vedete il mondo sottosopra e vi siete abituati a considerare tale inversione come cosa normalissima; e vi sorprendete se qualcuno vi fa notare che le cose non sono come voi le vedete, ma esattamente all’opposto. Vi angustia il pensiero che dovreste rivedere ogni aspetto della vostra vita, perché ciascuno di essi è collegato agli altri e dalla debolezza di un anello dipende il degrado dell’insieme. Non capite che dovrebbe angustiarvi non questo, ma il perseverare nella vita sbagliata.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 30 Luglio 2021

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