sabato, 25 Settembre 2021
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Perché la metafisica è la regina di tutte le scienze di Francesco Lamendola

Ma quale filosofia moderna: filosofare senza andare alla ricerca della “causa prima” è come voler esplorare il mondo in lungo e in largo senza mai uscire dalla porta di casa di Francesco Lamendola

Esiste una gerarchia del sapere? Certo che esiste, nella sfera razionale; così come esiste una gerarchia di azioni nella sfera pratica, ed una di valori in quella etica. Anche se la parola gerarchia non è più di moda, e viene rivendica orgogliosamente solo da piccoli gruppi tradizionalisti, mentre era di uso comune fino a due o tre generazioni or sono. Gerarchia infatti significa priorità di talune cose rispetto ad altre: e solo un ipocrita potrebbe negare che ciascuno di noi si regola, ogni santo giorno, in base ad una scala, o codice, di priorità, per cui alcune cose le giudichiamo nobili e giuste, altre giuste e necessarie, altre solamente giuste, altre ancora necessarie ma sgradevoli, e altre infine semplicemente sgradevoli e neppure necessarie. Istituire un confronto di valore significa giudicare, e sia la cultura sessantottina del proibito proibire, sia una certa cultura pseudo cattolica che starnazza chi sono io per giudicare? ogni volta che vuole scusare un vizio o giustificare una colpa, hanno reso tabù anche la parola giudicare, per cui ben pochi oggi si arrischiano a utilizzarla. Perfino i voti numerici sono stati fatti sparire dalla scuola e sono stati sostituiti da ambigue valutazioni in scolastichese, il cui succo è in buona sostanza questo: non ci sono più gli asini e i meritevoli, non ci sono più gli sfaticati e i volonterosi, e neppure gli sciocchi e gl’intelligenti: sono tutti ugualmente belli, bravi e buoni. Solo che alcuni, poverini, non certo per colpa loro, ma di un insieme di oscure ed ingiuste circostanze, non rendono quanto gli altri, o meglio non rendono quanto potrebbero, e quindi bisogna far di tutto per recuperare il ritardo e metterli al pari coi compagni, al fine di raggiungere il nobilissimo scopo della perfetta (e fasulla) uguaglianza che sorge per decreto dal livellamento ideologico più spietato: abbassando chi vale e innalzando chi non vale nulla, né ha voglia di valere.

Dunque, c’è una gerarchia di azioni nella sfera pratica, poiché agghindarsi un’ora davanti allo specchio non ha lo stesso valore del recarsi puntualmente e seriamente al lavoro: la prima è un’azione che si potrebbe drasticamente ridurre e rendere più sobria, quel tanto che basta ad avere un aspetto decoroso quando si esce di casa; la seconda è un’azione non solo necessaria, ma importante in se stessa, perché consente di estrinsecare una buona parte delle proprie virtù migliori: la costanza, la competenza, la serietà, l’onestà, la creatività, ecc., e quindi a nobilitare la nostra vita. Nella sfera etica, prestare soccorso a un uccellino caduto dal nido è un’azione lodevole, ma nessuno si sognerebbe di definire disumano e crudele colui che se ne astenesse, tutt’al più lo giudicherebbe poco sensibile; mentre soccorrere un essere umano che è stato vittima di un incidente è un’azione non solo lodevole, ma doverosa, e chi si sottraesse a una tale evenienza non solo sarebbe giudicato un mostro di egoismo, ma potrebbe anche incorrere nei rigori della legge, perché esiste un reato che si chiama omissione di soccorso. Detto fra parentesi, abbiamo scelto apposta un esempio che non piacerà a tutti, in particolare agli animalisti, secondo i quali la vita di qualsiasi animale vale tanto quanto quella di un essere umano; per non dire che alcuni si spingeranno fino a dire, o quantomeno a pensare, che in molti casi la vita di un animale è un bene più prezioso di quella dell’uomo: perché l’uomo ha la spiacevole caratteristica di poter essere malvagio, mentre l’animale segue solo il suo istinto e, se addomesticato come si deve, si mostra più affettuoso verso il suo padrone che non moltissimi esseri umani. E lo abbiamo scelto (noi che siamo vegetariani da oltre vent’anni, e abbiamo deciso di esserlo proprio per non cibarci di carne di animale, pesci compresi) per far osservare come parlare di gerarchia di valori sia effettivamente un qualcosa che suscita divisioni e discordie, e quindi è più facile negare che una tale gerarchia esista, in modo da accontentare tutti: quot capita, tot sententiae. Una morale spicciola buona per il relativismo culturale nel quale siamo immersi, anzi sprofondati; ma una morale ipocrita, perché si astiene dal giudicare in base a un criterio universale, lasciando libero ciascuno di regolarsi come meglio crede nella propria vita, e così di fare in tutta libertà anche ciò che per altri è riprovevole e gravemente immorale. Si veda il caso dell’aborto volontario, che ha portato la categoria dei medici a rinnegare il dogma fondamentale della loro professione, ossia il giuramento d’Ippocrate: da quando tale legge è stata approvata e l’aborto introdotto praticamente negli ospedali e nelle cliniche pubbliche e private, i medici hanno aperto una grossa falla nella regola fondamentale della loro professione – e indirettamente nella società tutta -, difendere sempre e comunque la vita; e una volta aperta una falla, si sa, poco alla volta è tutto il muro che comincia a franare, e alla fine cade completamente in rovina.

Ed eccoci alla gerarchia del sapere. Il sapere coinvolge la parte più nobile della natura umana, la ragione: quella che ci distingue da tutti gli altri esseri viventi dotati di un corpo. Pertanto le scienze che guidano l’uomo sulla via della conoscenza sono, in se stesse, più nobili di quelle che lo guidano nella vita pratica: fra queste ultime alcune sono indispensabili, altre gratuite, tutte operò si muovono nella sfera della contingenza, mentre la ricerca del sapere ha a che fare con un ambito puramente disinteressato, senza secondi fini o applicazioni pratiche. Queste possono venire, sì, quali conseguenze della conoscenza pura, anzi il mondo moderno è caratterizzato da un complesso di tecno-scienze nel quale è impossibile separare la dimensione speculativa da quella materiale e operativa: situazione sconosciuta agli antichi greci, per i quali i due ambiti dovevano essere sempre distinti, e che consideravano più nobili le scienze che si coltivano spassionatamente, ossia in modo indipendente da applicazioni pratiche e materiali. I moderni, in genere, non sono d’accordo con questo punto di vista, e obiettano che le cose materiali non sono meno importanti di quelle spirituali e intellettuali: ecco un altro esempio di giudizio, sia pure espresso allo scopo di confutare un giudizio preesistente (perché è impossibile non giudicare in senso assoluto: e anche chi si ribella al giudizio, di fatto sta giudicando quelli che giudicavano). A tale obiezione noi rispondiamo con una semplice domanda: è più nobile il corpo oppure l’anima? Noi pensiamo che sia l’anima (l’anima che i moderni, spesso e volentieri, negano addirittura che esista, e con ciò credono d’aver risolto il problema): per la buona ragione che un uomo il cui corpo abbia subito gravi menomazioni, resta pur sempre capace di sviluppare in maniera ammirevole la sua parte spirituale e intellettuale. E infatti vi sono stati e vi sono dei santi e dei geni il cui corpo era martoriato, piagato, immobilizzato, mutilato, ma la cui spiritualità luminosa e la cui intelligenza straordinaria suscitavano e suscitano la generale ammirazione. Viceversa se la mente o lo spirito di un uomo sono stati distrutti, anche se il corpo rimane in perfette condizioni, gran parte della sua umanità se n’è andata: egli resta un uomo, certamente, ma per così dire un uomo allo stato potenziale; per potersi pienamente realizzare come uomo avrebbe bisogno di qualcosa che è andato perduto per sempre. Nel caso di un folle è andata perduta la sua ragione, per cui lo vediamo grufolare e trotterellare a quattro zampe come un animale, o magari strisciare a terra contorcendosi come un serpente. La perfetta possessione diabolica è infatti quella in cui l’antico Nemico riesce a stravolgere la natura umana fino al punto di degradarla al di sotto delle bestie.

Ma domandiamoci ancora: fra le scienze, ve ne sono alcune più nobili di altre, e secondo quale criterio le possiamo riconoscere? Se ciò che è disinteressato e puramente contemplativo è più nobile di ciò che è interessato e mosso dalla sete del guadagno, o comunque dalla brama dell’utile, allora non c’è dubbio che le scienze più nobili sono quelle del primo genere, meno nobili quelle del secondo. Le scienze puramente contemplative non sono poi tante: sono solamente tre, con le loro ulteriori specializzazioni. La prima è la fisica, che ha a che fare con i corpi e il movimento, e ci aiuta a comprendere gran parte dei fenomeni che avvengono nell’universo, da quelli più microscopici a quelli più grandiosi. Ma i corpi, abbiamo detto, sono la parte meno nobile del reale, perché obbediscono alle leggi fisiche in maniera meccanica, senza che un elemento spirituale v’intervenga in alcun modo; anche l’attrazione fra gli elementi è qualcosa di meccanico e non d’intenzionale, perché l’intenzione presuppone la volontà e quindi una coscienza e un’intelligenza, cose che esorbitano dalla realtà fisica. La seconda è la matematica, che comprende la geometria, la musica e l’astronomia. Ora la matematica si occupa del numero, della figura e del movimento: movimento dei numeri, come l’addizionare e il sottrarre, il moltiplicare e il dividere; movimento delle figure, come la rotazione di sfere o cilindri nello spazio; movimento delle note, il ritmo che crea l’armonia; e movimento dei corpi celesti, come le orbite dei pianeti intorno alle stelle, o dei satelliti intorno ai pianeti. Non tutte le scienze matematiche dunque, si occupano di realtà immateriali, e soprattutto nessuna di esse, come del resto anche la fisica, si occupa di ciò che ha originato il movimento, ossia della causa prima. Sia la fisica che la matematica studiano, sì, le cause seconde, ma non la causa prima. Ad esempio il fisico si chiede quale sia l’origine delle maree, e l’astronomo si chiede quale sia l’origine delle macchie solari; ma né l’uno né l’altro risalgono più indietro nella catena delle cause, perché, una volta trovata la risposta di cui hanno bisogno, si fermano lì. Ed hanno ragione a regolarsi in tal modo (o meglio, magari lo facessero: perché ormai è cosa comune vedere scienziati che s’improvvisano filosofi e teologi, sentenziando pomposamente intorno all’essere) perché né la fisica, né la matematica hanno a che fare con la causa prima, essendo pur sempre scienze legate alla sfera sensibile o a quella concettuale. Il loro interesse sul perché delle cose è contingente e limitato:  arriva solo fino a un certo punto; cioè al punto da poter spiegare il movimento che stanno studiando. Il movimento in quanto tale, il movimento in se stesso, esorbita dai loro rispettivi ambiti, poiché chiama in causa un’altra scienza, la quale si occupa specificamente di studiare la causa prima, senza alcun concorso di materia, e senza alcun intento di natura pratica.

La scienza suprema, dunque, quella che si occupa del movimento in sé, vale a dire dell’essere in sé, perché non c’è movimento senza che vi sia un ente che lo provoca, e la catena degli enti rimanda alla categoria dell’essere, vale a dire dell’esistere per l’esistere, libero da ogni condizione e da ogni contingenza, deve essere un’altra: è quella che Aristotele chiama la metafisica, e che presenta molti punti di contatto con la teologia. Non si fa vera filosofia, dunque –  un concetto sul quale abbiamo tante volte insistito – senza metafisica: una filosofia che prescinda dalla metafisica, come pretende di fare la cosiddetta filosofia moderna da Kant in poi – Kant, per il quale si può conoscere solo in fenomeno, giammai la cosa in sé, ossia l’essere – è un gigantesco non senso, un fallimento radicale, tanto più grave in quanto annunciato.

Scrive dunque Aristotele nel primo capitolo del libro se sto della Metafisica (a cura di Armando Carlini, Bari, Editori Laterza, 1959, pp. 201-207):

Quel che qui si cerca sono i principi e le cause degli esseri: s’intende, in quanto sono. Poiché c’è pure una causa della salute e del benessere, e anche le entità matematiche hanno principi, elementi e cause: in generale, anzi, ogni scienza di ragionamento, o che del ragionamento si serva almeno in parte, versa intorno alle cause e ai principi, pur con più o meno di esattezza e semplicità. Ma tutte queste scienze son circoscritte a un ente e genere particolare, e di esso soltanto trattano, né fan nessuna parola di ciò che è l’essere semplicemente: né di ciò che è l’ente in quanto tale, né dell’essenza. Invece le une dichiarando il loro oggetto per mezzo del senso, e le altre stabilendone per mezzo di ipotesi la definizione, dimostrano, più o meno debolmente, più o memo rigorosamente, le proprietà del genere preso in considerazione. È dunque evidente che da un tal metodo induttivo non si può aver dimostrazione né della sostanza né dell’essenza, ma per esse ha da esserci un’altra specie di conoscenza che le chiarisca. Per la stessa ragione non dicono nulla se il genere preso a trattare esiste o non esiste: poiché appartiene alla stessa facoltà del pensiero il mettere in chiaro tanto l’essenza quanto l’esistenza.

Ma in quanto anche la scienza fisica versa intorno a un genere dell’essere (la sostanza ch’essa studia è quella che ha in sé il principio del movimento e dell’interzia), è chiaro ch’essa non riguarda né l’agire né il produrre. Poiché il principio della produzione è in chi produce: o l’intelligenza, o l’arte, o altra potenza; il principio dell’azione è in chi agisce, ed è il proponimento (potendosi tradurre in azione soltanto ciò che ci si può proporre). Per cui, se ogni ragionamento è fatto o per l’agire o per il produrre, ovvero riguarda la pura speculazione, la Fisica sarà una scienza speculativa, ma speculativa di un essere tale che ha la potenza di muoversi, e della sostanza tratta soltanto secondo nozioni che valgono per lo più, non separata dalla materia. Si badi di non ignorare il modo di essere della pura essenza e del concetto, perché, senza di ciò, è tempo peso ogni ricerca. Delle cose che si definiscono e delle essenze alcune sono come quella di “camuso”, altre come quella di “curvo”, le quali differiscono in questo, che in camuso è compresa sempre la materia (camuso diciamo un naso che ha una certa curva), la curvità, invece, è compresa senza materia sensibile. Se, quindi, tutti gli oggetti della fisica s’intendono similmente a camuso (ad es., naso occhio fisionomia carne osso, animale in somma; ovvero, foglia radice scorza, pianta in somma: tutte cose in cui non si può prescindere dal movimento, anzi neppure sono mai senza materia) – è già con ciò chiarito il modo in cui il fisico deve ricercare e definire l’essenza delle cose; e perché sia ufficio suo lo speculare anche intorno a un genere di anima, a quello che non esiste senza la materia.

Che dunque la fisica sia una scienza speculativa, è evidente. Ma scienza speculativa è anche la matematica; se i suoi oggetti siano immobili ed abbiano esistenza separata, non abbiamo tuttavia ancora chiarito. Per ora si po’ ammettere come chiaro questo, che alcune delle scienze matematiche considerano i loro oggetti in quanto immobili e separabili.  A se qualcosa esiste di eterno immobile e separato, non è dubbio che la conoscenza di esso appartiene a una scienza speculativa, la quale non sarà certamente la fisica (che riguarda soltanto alcune cose mobili), e neppure la matematica, ma una scienza superiore ad entrambe. Infatti la fisica studia ciò che esiste separatamente, ma non è immobile; delle matematiche alcune studiano, invece, ciò che è immobile, ma non separato in fine perché esiste nella materia. Soltanto la scienza che è prima studia ciò che è separato e immobile. E se tutte le cause sono necessariamente eterne, queste lo saranno soprattutto, perché esse sono causa di quelli tra gli enti divini che risplendono nel cielo.

Le scienze filosofiche-speculative son dunque tre: la matematica, la fisica, la teologia. Non è dubbio che, se il divino esiste, esso si trova in una natura quale s’è detta dianzi, e la scienza onorevoli sisma deve esser questa che ha l’oggetto più onorevole. E come le scienze speculative son da preferire alle altre scienze, così questa tra le speculative.

Qualcuno potrebbe domandare se la “filosofia prima” è universale, ovvero se versa intorno a un genere determinato e a un’unica natura di esseri. 

Anche nelle scienze matematiche, infatti, c’è diversità: la geometria e l’astronomia studiano oggetti di una particolar e natura, e c’è una scienza matematica universale comune a tutte. Se, dunque, non ci fosse nessun’altra sostanza fuori di quelle formate dalla natura, la fisica sarebbe la prima di tutte le scienze. Ma se c’è una sostanza immobile, essa sarà superiore alle altre, e la scienza di essa sarà la prima filosofia, la quale, essendo la prima, è universale, in questo senso. Essa avrà il compito di speculare intorno all’essere in quanto essere: la sua essenza, cioè, e le determinazioni che, in quanto essere, gli appartengono.

La cosiddetta filosofia moderna, abbiamo visto, si rifiuta di prendere in considerazione la metafisica: la considera un curioso oggetto del passato, che offre tutt’al più un interesse di natura storica, tanto per misurare la distanza dagli antichi e compiacersi dei progressi fatti negli ultimi secoli e decenni. Nel fare ciò, i moderni affermano di essere mossi da una razionalità rigorosa, perché escludono dal campo delle loro ricerche tutto ciò di cui non si può avere certezza assoluta e incontrovertibile: ma assumono quale metro di giudizio (ancora il giudizio!, sempre negato a parole, ma di fatto frequentissimo sulla bocca dei moderni e specialmente dei progressisti) delle categorie che nascono dai loro pregiudizi illuministi, scientisti e materialisti, e non da un uso rigoroso della ragione. Essi dicono: Non c’è l’anima; e gettano via, nel cestino, tutta la filosofia di San Tommaso d’Aquino e tutta la filosofia cristiana. Ma chi lo dice che non c’è? Lo dicono i loro pregiudizi. Guarda caso, né Socrate, né Platone, né Aristotele la pensavano come loro. Essi dicono anche: Inutile scervellarsi sulla causa prima, che è irraggiungibile; limitiamoci alle cause seconde. Ma chi lo dice? Non certo la ragione naturale: per oltre mille anni i filosofi hanno opinato diversamente, e hanno giudicato che filosofare senza andare alla ricerca della causa prima sia come voler esplorare il mondo in lungo e in largo, ma senza mai uscire dalla porta di casa. E dicono pure: Limitiamoci ai fatti; dateci solo la nuda realtà. Benissimo: ma non vogliono vedere che i fatti di cui parlano sono solo gli effetti delle cause seconde; e che la loro “realtà” è una minuscola porzione del reale, quella visibile e che si può sperimentare. Sono ridicoli: somigliano al selvaggio che scuote l’orologio per udire lo spirito che muove le lancette. Povero Kant e poveri noi, su quale via ci hai fatto camminare.

Del 31 Luglio 2021

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