sabato, 25 Settembre 2021
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Traditionis custodes, quando il pastore si fa lupo

Bergoglio papa ateo? L’ultimo velo è caduto e il lupo si mostra finalmente quale è e quale è sempre stato, un lupo famelico bramoso di sbranare le pecore e disperdere il gregge di Francesco Lamendola  

La pubblicazione della lettera apostolica in forma di motu proprioTraditionis custodes, sull’uso della liturgia anteriore alla riforma del 1970, ha colmato la misura e mostrato finalmente a tutti quelli che lo vogliono vedere fino a che punto arrivino la slealtà, la doppiezza e la cattiveria di Bergoglio, colui che è stato messo sul soglio pontificio al preciso scopo di distruggerlo e che da oltre otto anni sta portando avanti con encomiabile zelo il suo brutto lavoro di demolitore, di seminatore di scandali e di propalatore di amarezza, dolore e confusione fra le pecorelle del gregge che gli era stato affidato. La sua preoccupazione non è  mai stata quella di pascere le pecore di Cristo, confermarle nella fede e difenderle dai pericoli spirituali; al contrario, fin dal primo istante ha mostrato di voler piacere ai non cattolici, agli anticattolici e a tutti quelli che, in un modo o nell’altro, attentano alla purezza della dottrina e amano diffondere errori e ambiguità, accrescendo lo smarrimento dei fedeli, già stretti da molti anni nella morsa angosciante di una modernità che offende e minaccia da ogni lato il loro credo, e pretende da essi, in quanto cittadini di uno Stato laico e ormai laicista, piena obbedienza anche in ciò che dispiace a Dio e contraddice il loro credo, come nel caso della legge sull’aborto volontario. Molti cattolici si erano resi conto fin da subito che Bergoglio è un lupo travestito da pastore; pure, sfruttando con sfrontata disinvoltura il suo doppio ruolo di papa e di nemico della Chiesa, egli ha potuto seguitare ad ingannare non pochi, i quali non erano e ancor oggi non sono capaci di riconoscere la triste verità: che il sedicente papa è un odiatore della loro fede e un agente del Nemico, e non lo sono perché mai una cosa simile si era verificata nella storia due volte millenaria della Chiesa. Ci sono stati dei cattivi papi sul piano della condotta di vita, ma – fino al Vaticano II –  nessun cattivo papa sul piano delle verità di fede: nessuno, cioè, che scientemente e deliberatamente si adoperasse per dissolvere la Tradizione cattolica e demolire il glorioso edificio costruito nel corso del tempo sulla roccia della Parola di Cristo, e che è stato molte volte irrorato dal sangue dei martiri.

E adesso eccoci qui: con Traditionis custodesl’ultimo velo è caduto e il lupo si mostra finalmente quale è e quale è sempre stato, un lupo famelico bramoso di sbranare le pecore e disperdere il gregge. È impossibile non vedere che a dettargli quello sciagurato documento – e poco importa se a ispirarlo sono stati altri, come il cardinale Parolin o il cardinale Peña Parra, i quali lo avrebbero voluto ancor più duro, perché esso reca comunque la sua impronta inconfondibile – è stato il suo antico, radicale e mai smentito odio anticattolico: un odio che traspare da tutte le sue omelie, da tutti i suoi scritti e da tutti i suoi gesti, come quello di staccare le mani di un bambino orante o di scagliarsi con ira contro una pellegrina cinese che voleva parlargli, per non dire del suo sguardo duro, tagliente, e del suo sorriso forzato, quasi una maschera di muscoli facciali contratti, che rivelano un animo sul quale non è mai passata la grazia di Cristo con il dono della pace che Lui solo dispensa a chi lo cerca in umiltà e sincerità. Quel che tutti hanno di fronte, ormai da più di otto anni, è la tristissima realtà di un papa ateo (quella di Vittorio Sgarbi non era solo una battuta, ma una diagnosi esatta da buon conoscitore di uomini), prescelto dalla massoneria ecclesiastica e del tutto incurante e indifferente al destino delle anime. Un papa che il recente ricovero in ospedale ha reso ancor più smanioso di concludere in fretta il suo sinistro mandato, perché si è reso conto di non aver davanti a sé ancora molti anni, e perciò è afferrato dalla frenesia di demolire ogni cosa prima di non averne più la possibilità. In altre parole, un posseduto dalle forze del male, che si getta a capofitto, con sconcertante impazienza, verso la dannazione finale, coronata dalla suprema impenitenza e dal compiacimento diabolico nel male fatto in misura sempre maggiore. Ed è anche triste che codesto tiranno, che usurpa il nome di pastore, in tutta la sua vasta corte di servili adulatori non conti nemmeno un vero amico che abbia il coraggio di metterlo in guardia contro la tremenda responsabilità che grava sulla sua coscienza. Ma forse anche questo è un interrogativo ingenuo; forse nessuno gli parla in questi termini non solo perché ormai attorno a lui ci sono solamente adulatori e vilissimi camerlenghi, ma anche perché ormai il Vaticano è diventato il paradiso degli atei, dei massoni e dei nemici di Gesù Cristo, quale risultato di un lungo e paziente lavoro d’infiltrazione e dello scadimento complessivo della fede, dalla quale dipende anche il senso morale, verificatosi mano a mano che quei signori perdevano il contatto con la vita di grazia e si lasciavano trascinare interamene dalle cose di quaggiù, fino a essere schiavi delle proprie passioni più turpi e disordinate.

Per mezzo di Traditionis custodes Bergoglio vuole cancellare con un colpo di spugna non solo e non tanto il motu proprio di Benedetto XVI Summorum pontificum, levandosi una spina dall’occhio che lo infastidiva da sempre, quanto la cosa più bella, più preziosa, più gradita a Dio che ancora sussiste nella devastata chiesa semi-modernista del terzo millennio: la Messa vetus ordo, la Messa tridentina. La quale è detta anche di san Pio V, non perché quel papa l’abbia “inventata” ex nihilo, come invece ha fatto il massone Montini servendosi del massone Bugnini con il nuovo Messale Romano, poiché Pio V non fece altro che dare veste chiara, ordinata e definitiva alla santa Messa di sempre. E il Concilio di Trento aggiunse che deve essere considerato anatema chiunque voglia aggiungervi o togliervi qualcosa, chiunque voglia alterarla o modificarla in qualsiasi maniera. Un monito che evidentemente non ha fatto alcuna impressione a Paolo VI, poi indegnamente proclamato santo, e ai suoi collaboratori e sodali nella sua trista impresa di chiamare dei pastori protestanti e dei massoni di alto grado a redigere il testo del nuovo Messale. Il risultato di quella brutta operazione è stata una Messa che – lo abbiamo detto molte volte e lo ripetiamo ancora – pur non potendosi dire una buona Messa, non è neppure interamente cattiva: ma che, posta a confronto con la Messa di sempre, la santa Messa tridentina, appare come una copia sbiadita e, per molti aspetti, manchevole o ambigua, là dove invece, nell’altra, regnano una chiarezza, una luminosità ed una spiritualità perfettamente esplicitate e trasmesse ai fedeli.

E tuttavia, se dovessimo esprimere in un solo concetto la differenza fondamentale fra la Messa vetus ordo e quella novus ordo, diremmo senz’altro che la prima è stata interamente concepita per piacere a Dio, per glorificare Dio e per innalzare le anime a Dio; mentre la seconda è stata pensata e voluta per compiacere gli uomini, per essere gradita a loro e per dare ad essi la sensazione di poter parlare a Dio da pari a pari. La Comunione in piedi, ricevendo l’Ostia sulle mani, è solo il logico approdo di tale impostazione, che si può riassumere in una semplice espressione: l’orgoglio umano che vuol mettere se stesso al centro di tutto. Bergoglio che non s’inginocchia mai davanti al Santissimo, anche se la sua anca sofferente non gl’impedisce affatto di gettarsi carponi, come un cane, a baciare le scarpe degli uomini, è l’immagine simbolica di questo atteggiamento. E dunque la vera differenza fra la vecchia Messa e la nuova è che nell’una ci si umilia dinanzi a Dio, per essere trasportati dagli Angeli fino ai piedi del Suo trono; nell’altra ci si gonfia il petto, si sta ben ritti sulle gambe e si dice a Dio: eccomi qua, io e Te siamo entrambi adulti e possiamo parlarci da adulti. In fondo, la Messa di Montini è la perfetta traduzione liturgica della svolta antropologica di Karl Rahner in teologia: al centro del fatto religioso non c’è più Iddio Onnipotente, ma l’uomo; è l’uomo che si rivolge a Dio e lo fa con la sicumera del figlio emancipato che si sente grande e non vuol mostrare al padre neppure il più piccolo segno di omaggio e di sottomissione, perché si ritiene capace di far tutto da solo (etsi Deus non daretur, diceva un teologo luterano che piace molto ai cattolici ultraprogressisti, Dietrich Bonhoeffer) e se ancora parla con il padre, lo vuol fare da adulto, cioè da pari a pari, senza alcun particolare rispetto per lui.

La differente concezione delle due messe spiega il diverso atteggiamento interiore nelle due differenti situazioni. La Messa vetus ordo è un sacrificio sublime offerto a Duo, che non ha bisogno di una folla di fedeli, ma può essere celebrata anche dal sacerdote solo, in una chiesa deserta, perché la gloria di Dio non si misura con gli indici di popolarità e inoltre perché, quando il sacerdote la celebra, la chiesa non è mai vuota: è riempita da una moltitudine di Angeli e di anime sante che formano il Corpo mistico di Cristo e che rendono lode incessante al Creatore e Redentore. Il sacrificio della Messa è sempre e comunque gradito a Dio, indipendentemente dal numero dei partecipanti: Egli non guarda al numero, ma alla verità del cuore, e sa bene che due o tre vecchiette, di primo mattino, possono rendere lode al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, con un fervore che una folla disordinata, come quella che si è vista agitarsi scompostamente alla messa di Manila durante il viaggio di Bergoglio, con le Ostie profanate da mille mani e quasi distribuite a casaccio come in un mercato del pesce, non potrebbe mai eguagliare. Ecco allora perché il clero degli ultimi decenni ha fatto di tutto per ridurre il numero delle messe, tanto che i vescovi ormai non ne tollerano più di una al giorno in ogni singola chiesa: con la formula sciocca e un po’ blasfema meno messe, più messa, essi vogliono in realtà abituare i fedeli, un po’ alla volta, a far sempre meno affidamento sul Pane Vivo che rende sublime la celebrazione del Sacrificio eucaristico, per abituarli invece ad una “messa” che è, come per i calvinisti,  una semplice commemorazione dell’ultima Cena del Signore, e dunque un memoriale e non una Presenza Reale.

In fondo, è non solo logico, ma perfino “giusto” che Bergoglio abbia gettato la maschera e praticamente proibito la Messa vetus ordo, con l’espediente di riportarne l’autorizzazione ai singoli vescovi, ben sapendo che ormai i vescovi sono quasi tutti pastori infedeli come lui, impregnati di modernismo e idee protestanti o, peggio ancora, sincretiste e globaliste. Mettendo i fedeli di fronte a questo ennesimo atto d’imperio, mirante a privarli della cosa più bella e preziosa che vi sia nella vita spirituale della Chiesa, egli fa chiarezza rispetto a quanti si sono finora rifiutati di guardare in faccia la realtà. E dicendo che chi non accetta il Vaticano II è fuori della Chiesa, e che la “vecchia” Messa corrisponde a una diversa impostazione dottrinale, finalmente dice la verità: che il Vaticano II è stata una rivoluzione e che ha dato vita a una nuova dottrina, a una nuova liturgia e a una nuova messa. Pertanto non sono i cattolici “tradizionalisti” a rompere l’unità della Chiesa, ma sono i rivoluzionari seguaci del Concilio Vaticano II: sono essi che hanno operato una rottura e che ora pretendono di completare l’opera, cacciando fuori i loro confratelli che non vogliono consumare l’ultimo strappo, né rendersi complici dell’ultimo e più aperto tradimento.

Traditionis custodes è scritto in uno stile untuoso e melenso, che tradisce una insopportabile ipocrisia, al limite dell’irrisione nei confronti dei fedeli e della verità,  specie quando afferma:

Per promuovere la concordia e l’unità della Chiesa, con paterna sollecitudine verso coloro che in alcune regioni aderirono alle forme liturgiche antecedenti alla riforma voluta dal Concilio Vaticano II, i miei Venerati Predecessori, san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, hanno concesso e regolato la facoltà di utilizzare il Messale Romano edito da san Giovanni XXIII nell’anno 1962.  [In questo modo hanno inteso «facilitare la comunione ecclesiale a quei cattolici che si sentono vincolati ad alcune precedenti forme liturgiche» e non ad altri. Ma getta brutalmente la maschera, là dove prescrive che

Art. 1. I libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, sono l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano.

Ciò significa che il Messale Romano del 1962 non è più lex orandi della Chiesa: in pratica, è come se Bergoglio avesse posto la pietra tombale sulla Messa tridentina, la Messa di sempre della Chiesa cattolica.  Inoltre, Bergoglio fa dei vescovi i suoi scagnozzi, allorché ordina:

Art. 3. Il vescovo, nelle diocesi in cui finora vi è la presenza di uno o più gruppi che celebrano secondo il Messale antecedente alla riforma del 1970: § 1. accerti che tali gruppi non escludano la validità e la legittimità della riforma liturgica, dei dettati del Concilio Vaticano II e del Magistero dei Sommi Pontefici;

Si faccia caso che questo documento è stato pubblicato il 16 luglio 2021, ricorrenza della giornata mondiale del Serpente (World Snake Day) che si celebra nel mondo ogni anno, in quel giorno (https://www.kodami.it/oggi-in-tutto-il-mondo-si-celebra-la-giornata-mondiale-dei-serpenti/). È una coincidenza inquietante. Qualsiasi cristiano sa bene cosa simboleggia il serpente nella Tradizione cristiana; e qualsiasi cattolico, purtroppo, sa anche che Bergoglio, bestemmiando, disse una volta che Gesù si è fatto peccato, diavolo e serpente (https://www.notiziecristiane.com/lultima-bestemmia-di-bergoglio-gesu-si-e-fatto-diavolo-si-e-fatto-peccato-serpente-per-noi/). Pertanto non possiamo fare a meno di chiederci: chi o che cosa si è voluto onorare, pubblicando il 16 luglio la lettera apostolica Traditionis custodes, che colpisce al cuore la vita cristiana? La Nostra Signora del Monte Carmelo, come indicherebbe il calendario liturgico? Ahinoi, crediamo di no.

Del 02 Agosto 2021

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