sabato, 25 Settembre 2021
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Perché l’evoluzionismo è una teoria non scientifica di Francesco Lamendola

La generazione spontanea della vita non esiste? E la fede nel Dio creatore? Se l’evoluzionismo fosse davvero una teoria scientifica non avrebbe paura di misurarsi con i fatti di Francesco Lamendola  

La teoria dell’evoluzionismo si regge su una grande bolla d’aria: cioè sull’assunto, antiscientifico per definizione, che la vita sia potuta sorgere dalla materia inorganica. È bensì vero che gli evoluzionisti più accorti, rendendosi conto di questa debolezza fondamentale di tutto il loro castello di carte, si guardano bene dal tirare il leone per la coda e fanno finta che il problema non esista; vale a dire che evitano scrupolosamente di toccare, anche solo marginalmente, la questione dell’origine della vita. Si limitano ai passaggi successivi, in verità problematici anch’essi, perché nessuno ha mai trovato delle testimonianze fossili convincenti che indichino il passaggio da un rettile a un mammifero e a un uccello, per non parlare del passaggio da una scimmia antropomorfa all’uomo; e quelle che vengono date in pasto al grande pubblico sono, appunto, tutt’altro che convincenti. Tuttavia rimane aperta la questione che, se l’evoluzionismo fosse davvero una teoria scientifica, non avrebbe paura di misurarsi con i fatti. E i fatti, accertati ormai da tempo e in modo irrefutabile, sono che la generazione spontanea della vita non esiste. Davanti a una simile, cristallina evidenza, gli evoluzionisti dovrebbero chetarsi e, tutt’al più, seguitare a sostenere la loro teoria standosene un po’ defilati, un po’ sotto traccia, insomma con un minimo di pudore e discrezione. Ma questo è impossibile perché da oltre un secolo hanno annunciato, con grandissimi clamori e squilli di tromba, di aver risolto una volta per sempre il più grande mistero della scienza: la presenza d’innumerevoli forme di vita vegetale e animale e la grande differenza che si nota fra le flore e le faune fossili, e quelle viventi ai nostri giorni.

Ha scritto in proposito il biologo Giuseppe Sermonti (1925-2018) nel saggio Dopo Darwin. Critica all’evoluzionismo (con Roberto Fondi; Milano, Rusconi, 1980, pp. 22-24):

L’obiezione più ardua da superare per coloro che si oppongono all’evoluzionismo non viene dagli scienziati, ma dal senso comune, dietro al quale gli evoluzionisti si rifugiano come ultima difesa. E il senso comune dice pressappoco così: la terra alle origini era sterile, poi vi comparve la vita in innumerevoli forme, dunque la vita dovette prodursi per GENERAZIONE SPONTANEA e poi evolversi a dare le flore e le faune del passato e del presente. Questa è pressappoco l’obiezione che Francesco Redi (1626-1694) dovette superare tre secoli fa, riguardo alla genesi delle mosche dalla carne: un pezzo di carne si riempie in pochi giorni di vermi e di mosche, dunque la vita deve formarsi dalla morte per generazione spontanea e produrre larve ed insetti. Sappiamo che Redi superò l’obiezione chiudendo la carne in ampolle o coprendola  con garza. «Nelle ampolle chiuse» scrisse «io non ho mai visti nascere un solo verme, neppure dopo parecchi mesi». Egli  ne concluse che la vita era portata da germi  esterni (nel caso, le uova deposte da altre mosche) e che la vita non nasceva che dalla vita.  OMNE VIVUM EX VIVO (O EX OVO).

Un secolo dopo Redi, Lazzaro Spallanzani (1729-1797) dimostrò che neppure la vita dei protozoi nasceva per generazione spontanea. Ancora un secolo e Louis Pasteur (1822-1895) scacciava la generazione spontanea dal mondo dei microbi. La confutazione della generazione spontanea (o GENERARTIO EQUIVOCA) ha costituito, secolo dopo secolo, la base su cui si è assestata la biologia (il principio cioè della auto-riproduzione e della continuità della vita), staccandosi dal senso comune e dalla razionalità astratta e dandosi il suo statuto di disciplina scientifica.

La perentorietà con cui l’evoluzionista supera la difficoltà della generazione spontanea, senza portare altri argomenti che la necessità logica, è uguale a quella che l’”establishment” scientifico  opponeva a Pasteur.

Così si leggeva nel “Grand Dictionnaire Universel du XIX e Siècle” di Pierre Larousse, alla voce “génération”:

«Non è necessario far dipendere da osservazioni la cui perfetta sperimentazione è manifestamente impossibile, nonostante la potenza dei nostri strumenti, la soluzione di un problema che si impone alla ragione di tutti i fisiologi che non siano accecati dalla tradizione della scienza dogmatica. La genesi spontanea non è più un’ipotesi, ma una necessità filosofica. Soltanto essa è razionale, soltanto essa ci sbarazza per sempre dalle puerili cosmogonie e fa rientrare fra le quinte quel “deus ex machina” esteriore e del tutto artificiale che secoli di ignoranza hanno  a lungo adorato.»

È passato un secolo dall’opera di Pasteur e per la quarta volta la scienza biologica dichiara il suo OMNE VIVUM EX VIVO, stavolta per ogni forma di vita ed ogni tempo, dopo che nessun esperimento e nessuna fantasia molecolare  sono riusciti a configurare, neppure alla lontana, come la vita possa essersi formata per gradi; dopo che l’unicità fondamentale di tutta la vita e la incredibile complessità del meccanismo di riproduzione dell’informazione genetica hanno escluso che la vita sia apparsa attraverso erratici tentativi, per una serie di coincidenze fortunate. «Il codice genetico può essere tradotto solo dai prodotti stessi della traduzione» ha scritto Jacquea Monod (1970). «È QUESTA L’ESPRESSIONE MODERNA DELL’OMNE VIVUM EX OVO».

L’evoluzione è figlia del senso comune (delle ”sensate esperienze” di cui dice Galileo), e chi si dispone a confutarla è contro di esso che dovrà prima di tutto e continuamente opporsi. Così accadde a Copernico e alla sua teoria eliocentrica.

Così commentò Galilei (1632):

«Né posso ammirare l’eminenza dell’ingegno di quelli che l’hanno ricevuta e stimata vera, ed hanno colla vivacità dell’intelletto fatto forza tale ai propri sensi che abbiano potuto anteporre quel che il discorso gli dettava a quello che le sensate esperienze gli mostravano apertissimamente in contrario».

Ora, se omne vivum ex vivo, o ex ovodov’è l’uovo primordiale che si è prodotto da se stesso? Dov’è l’organismo microscopico che è scaturito dalla terra, come le mosche, secondo la credenza popolare dei secoli passati, scaturiscono dalla carne in decomposizione? Sermonti osserva giustamente che il principale nemico di chi si oppone all’idea della generazione spontanea non è una qualche forma o sottoprodotto della scienza, ma il senso comune (inteso nel significato generico e non in quello preciso che ha nella filosofia di Antonio Livi), il quale suggerisce che le cose complesse nascono da quelle semplici, e che se esistono tante forme di vita complesse, ciò induce a supporre che, ab antiquo, le forme viventi dovevano essere meno numerose e molto più semplici. Quanto semplici? Semplicissime: addirittura, non delle forme di vita vere e proprie, ma delle molecole inorganiche un po’ più complesse di quelle “normali”, dalle quali, chi sa come, un bel giorno si sarebbero generate le molecole organiche. Questo suggerisce il senso comune, perché  l’esperienza procede in maniera analoga e perché non si saprebbe altrimenti che spiegazione dare dell’origine della vita stessa. Eppure la spiegazione c’è, ma non la si vuole ammettere: una generazione avvenuta in maniera totalmente diversa da ciò che le leggi naturali possono indicare, e anche del tutto diversa da quel che il senso comune suggerisce: in altre parole, una creazione. Horribile dictu! Questo è un concetto non scientifico, insorgono gli scientisti irreligiosi e materialisti: i quali riservano a se stessi il privilegio di portare avanti una teoria non scientifica spacciandola per scientifica, al solo scopo di sbarrare la porta a una deduzione logica extra-scientifica, ma non antiscientifica, che poi è la sola indicata dalla logica e dalla ragione naturale, senza nemmeno andare a scomodare la Rivelazione, dato che di quella, più che di qualsiasi altra cosa, quei tali signori non vogliono nemmeno sentir parlare. E hanno ragione, in un certo senso: l’ambito della scienza è diverso da quello della teologia; l’uno si occupa di ciò che accade nel mondo naturale, l’altra delle realtà soprannaturali. Il problema è che gli scienziati odierni (non tutti, per fortuna, ma la maggior parte) non tollerano di dover tacere di fronte alla catena dei perché, e dalle cause seconde vorrebbero passare alla causa prima, semplicemente per il fatto che secca loro confessare che il sapere scientifico ha dei limiti precisi, che non può oltrepassare. Così, soltanto per un pregiudizio ideologico, essi mettono in piedi, e gonfiano artificialmente a dismisura, delle teorie che di scientifico hanno poco o nulla, ma che offrono il vantaggio di mettere fuori gioco il discorso sulla causa prima, o meglio, il che è lo stesso, di “naturalizzare” la causa prima, cooptandola nel proprio esercito e togliendole quella carica eversiva, cioè soprannaturale, della quale la vedono investita  minacciosamente, e che non sono disposti a riconoscere, per una forma di orgoglio e vanità tutta umana (troppo umana, direbbe il buon vecchio Nietzsche).

Inoltre, due osservazioni linguistiche.

Dopo le esperienze inoppugnabili di Redi, Spallanzani, Pasteur e Monod, i biologi hanno adottato la parola abiogenesi per indicare una impossibilità scientificamente dimostrata: la nascita della vita dalla non vita. In questo significato la adopera anche Giuseppe Sermonti nel saggio sopra citato. Ma ecco che arrivano gli evoluzionisti dell’ultima generazione, i quali, oltre a non essersi presi mai la briga di dimostrare la giustezza della loro teoria, con la stessa altezzosità con cui un aristocratico dell’Ancien Régime si sarebbe sdegnato all’idea di dover mostrare a un plebeo le proprie patenti di nobiltà, si prendono anche il lusso di assumere il linguaggio scientifico creato per attestare la falsità del loro assunto fondamentale, e senza batter ciglio lo adottano, ovviamente capovolgendone il significato. Ed ecco che la parola abiogensi, nelle loro mani, viene a significare esattamente l’opposto di ciò che ha sempre significato nel linguaggio della biologia: ossia la generazione della vita dalla non vita. A titolo d’esempio, si veda la definizione di abiogensi su Wikipedia (omettiamo le note):

L’abiogenesi (dal greco a-bio-genesis, “origini non biologiche”), o informalmente l’origine della vita, è il processo naturale con il quale la vita si origina a partire da materia non vivente, come semplici composti organici.

Il passaggio da sistema non vivente ad organismo vivente non è stato un singolo evento ma piuttosto un processo graduale di aumento di complessità del sistema. L’abiogenesi è studiata combinando conoscenze di biologia molecolare, paleontologia, astrobiologia e biochimica per determinare come l’organizzazione crescente di reazioni chimiche abiotiche in sistemi non viventi abbia portato all’origine della vita sia sulla Terra che in altri luoghi dell’universo, dopo un po’ di tempo dalla sua nascita (che si fa risalire ad un evento colossale noto con il nome di Big Bang, che si stima sia avvenuto circa 13,8 miliardi di anni fa) fino ai giorni nostri.

Ed ecco come un tipico esponente dell’evoluzionismo biologico, Emanuele Padoa (1905-1980), docente all’Università di Firenze, affrontava la scottante questione (nella sua Storia della vita sulla Terra, Milano, Feltrinelli, 1959, 1974, pp. 66-67):

Certamente dunque, gli organismi attuali, ed anche quelli che nel Cambriano hanno lasciato i primi fossili riconoscibili, sono ed erano di gran lunga troppo complessi per poter ammettere la loro comparsa di colpo, per cause naturali, cioè senza un intervento creativo sovrannaturale. Ma se crediamo all’evoluzione, e se la vediamo come un processo di trasformazione, e di continuo sviluppo dal più semplice al più complesso, se estrapoliamo da quello che dobbiamo ammettere esser avvenuto dal Cambriano ad oggi, ammetteremo anche che gli organismi con la loro struttura cellulare siano stati preceduti da altri più semplici; ed arriviamo a pensare a forme organiche nelle quali compaiono i primi attributi dei viventi, pur essendo ancora ad un livello strutturale così semplice, da poter credere alla loro origine dall’inorganico, come evento di probabilità piccola ma non assurda, o addirittura come necessario e ad un certo momento ineluttabile svolgimento di leggi naturali.

È dunque lecito – direi, scientificamente necessario – credere alle due cose: all’impossibilità della generazione spontanea tra gli organismi quali oggi li conosciamo, giunti cioè per evoluzione ad un alto livello di complessità; ed alla possibilità dell’origine della vita, o meglio di primordi di vita, per cause naturali, dall’inorganico.

Dove l’involuzione sintattica rimanda a un’insormontabile difficoltà di ordine logico, che l’autore cerca di superare mediante una serie di sofismi e di forzature concettuali. La vita, è stato osservato, dimostrato e certificato, non può avere origine da ciò che non è vita. Che fare allora, visto che si deve credere all’evoluzionismo, come gli scappa dalla penna senza rendersi conto di avere con ciò mostrato la natura fideistica, cioè religiosa, della teoria evoluzionista? Semplice: si afferma che la legge è valida ai nostri giorni, ma non poteva essere valida allora, ai primordi, in illo tempore, ossia nel tempo dei miti.  Allora, Dio sa come, il miracolo può essere avvenuto; oh, ma per carità, sempre a norma di leggi naturali: l’organico è scaturito dall’inorganico, perché le condizioni generali erano molto diverse da quelle odierne. Chiaro, no? No, proprio per niente. Queste storielle per bambini gli evoluzionisti le possono rifilare, oltretutto con quel loro caratteristico tono fra il petulante e lo stizzito (di fronte alle probabili obiezioni) solo a chi non sa nulla di chimica né di biochimica, solo a chi non ha mai visto al microscopio la differenza abissale, incommensurabile, che corre fra una molecola organica ed una inorganica. Solo a costoro si può raccontare la favoletta che un bel giorno, in via perfettamente spontanea, una molecola inorganica è diventata una molecola organica. E anche per arrivare a questo risultato, peraltro puramente e dichiaratamente teorico, quanta fatica, quante contorsioni concettuali. Si passa da una possibilità piccola, sì, come dice Padoa, ma non assurda (excusatio non petita), fino ad un “necessario”, e a un certo punto “ineluttabile” (ma “ineluttabile” è un aggettivo che si addice alla scienza?) svolgimento di leggi naturali. Quali leggi, per favore? Quelle che la fede nell’evoluzionismo (per tre volte in poche righe ricorre la parola “credere”) postula come necessarie e ineluttabili. Tipico capovolgimento del vero metodo della scienza: si formula una teoria, la si pone come logica ed esaustiva anche se mancano le prove, poi si asserisce che in condizioni diverse dalle attuali, e dunque non osservabili, qualcosa è accaduto per stabilire quelle leggi, qualcosa di cui oggi non esiste più traccia. Allora sì, la vita poteva nascere dall’inorganico; oggi no. Vi stupite? Vuol dire che il vostro vero desiderio è quello di ristabilire la fede nel Dio creatore, e questo un autentico scienziato non lo ammetterà mai, non ve lo perdonerà mai. Voi dovete escludere una soluzione di questo tipo e dovete farlo a priori; dovete pronunciare un atto di fede materialista e scientista (la scienza ha tutte le spiegazioni e le risposte, e chi non lo ammette, va scomunicato): dopo di che si può discutere, ma sempre sulla base di questo dogma fondamentale. Inutile cercare da altre parti: la verità è qui, è l’evoluzionismo. Non si sono trovati gli anelli mancanti? E che vuol dire: l’evoluzione è un processo troppo lento e graduale per consentire un simile lusso al ricercatore. E i fossili viventi, animali che oggi vivono pressoché identici ai loro progenitori di trecentocinquanta milioni di anni fa? Ah, quello è un dettaglio: che volete, ogni regola ha le sue eccezioni, ogni legge ammette qualche piccola variante sul tema. Ma il tema  è quello, e guai a chi lo nega.

La seconda osservazione riguarda il concetto di sensata esperienza, adoperato da Galilei per indicare precisamente l’opposto del significato che gli viene attribuito dai baldi scientisti e galileiani a un tanto il chilo dei nostri dì. Si consulti un qualunque manuale scolastico e un qualunque testo divulgativo, come pure un qualsiasi sito Internet dedicato ad illustrare la concezione della scienza di Galilei: e si troverà, quasi senza eccezione, che tale espressione indicherebbe uno dei pilastri del metodo scientifico galileiano, ossia quelle esperienze sensibili, precise e mirate, che formano per così dire la base, il presupposto, su cui fondare le necessarie dimostrazioni. Già. Peccato che Galilei, nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, adoperi quella espressione nel significato press’a poco contrario: per indicare, cioè, le esperienze sensibili che paiono inoppugnabili, appunto perché fondate sulla concretezza del dato percettivo immediato, ma che nondimeno sono erronee e fallaci, e possono essere dimostrate tali mediante una combinazione di ragionamento teorico e di osservazione scientifica mirata, sì, ma indiretta, ossia capace di “scavalcare” la semplice impressione sensoriale. Un tipico esempio che possiamo fare è  il sorgere e il tramontare del sole. I sensi ci mostrano in tutta evidenza che il sole sorge e tramonta nel cielo, eppure sappiamo che si tratta di una mera illusione, perché il suo movimento apparente è determinato, in realtà, dal moto di rotazione della Terra su se stessa. Questo però non può essere compreso, né dimostrato, con l’osservazione sensibile, ma solo mediante il ragionamento matematico e l’osservazione indiretta (ad esempio la rotazione degli altri pianeti del Sistema solare, osservabile al telescopio).

La conclusione è che quando ci si prefigge di sostenere ad ogni costo una teoria sbagliata, trasformandola in un dogma di fede, i normali mezzi concettuali non bastano più: bisogna falsificare anche il linguaggio.

Del 08 Agosto 2021

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