sabato, 25 Settembre 2021
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I giusti sono immuni dai “turbamenti dell’anima”?

L’uomo senza passioni è un castrato, un povero relitto da compatire, non un “essere superiore” da ammirare. Il fatto è che ci sono passioni e passioni: “non sono tutte uguali” di Francesco Lamendola 

La persona buona, la persona giusta, la persona che è in pace con Dio, con gli uomini e con se stessa, è anche, perciò stesso, libera dagli affanni provocati dal timore e dalla brama, libera dalle passioni disordinate e dagli agguati che esse paiono tendere agli uomini, talvolta, nei momenti più delicati della loro vita?

C’è tutto un filone nel pensiero classico che, a queste e simili domande, risponde con altrettante affermazioni: sì, il saggio è libero dalle passioni, quindi il saggio, colui che ha capito cos’è la vita e come va vissuta, e si è liberato da vane illusioni e da vane preoccupazioni, non teme né i pericoli, né i dolori, né gl’istinti primitivi e la volontà disordinata, cioè diretta ad un fine cattivo, o comunque non buono: ha raggiunto la pace, la serenità perfetta, il distacco imperturbabile. E non solo non ha più timori o angosce di alcun genere per se stesso, ma nemmeno per i propri cari, per gli amici, per i fratelli, per i figli. Gli stoici, in particolare, sostenevano questa posizione, e per certi aspetti anche Socrate: una posizione che potremmo definire intellettualistica, ma non particolarmente razionale, perché essa presuppone che basti conoscere la verità per metterla in pratica, e che quindi il solo vero pericolo dal quale ci si deve guardare è l’ignoranza. Un’idea che a quei filosofi appare auto–evidente, tanto è vero che non si prendono il disturbo di cercare di dimostrarla: la danno per scontata. E invece a noi pare che una tale idea abbia vita solo nella testa di quei filosofi, ma non trovi riscontri o agganci nella realtà: perché nella vita vera le cose vanno altrimenti, e se bastasse conoscere la verità per seguirla, e dunque per fare il bene, e se ciò comportasse automaticamente la felicità, o quanto meno l’imperturbabilità dell’anima, allora il mondo sarebbe popolato di santi, di saggi e di sapienti; mentre l’esperienza di ogni giorno ci mostra, al contrario, che è popolato per la maggior parte di cretini, presuntuosi e mascalzoni.

Peraltro, bisogna fare una distinzione fra passioni disordinate e passioni buone e sante. Non tutte le passioni sono cattive; e quei filosofi, non solo antichi, ma anche moderni, come Spinoza, i quali pensano che le passioni in se stesse siano qualcosa di disarmonico e di negativo, e che da esse bisogna guardarsi, anzi che il saggio è colui che le ha vinte ed uccise in se stesso, operano una confusione imperdonabile, e forse neppure innocente, tra due ordini di sentimenti radicalmente differenti. Un essere umano del tutto privo di passioni non è un modello di vita ammirevole ed encomiabile: è un povero disgraziato, un egoista incallito, un essere al quale manca qualcosa di fondamentale perché lo si possa davvero considerare umano. Le passioni sono umane: Gesù stesso le aveva. Gesù pianse davanti al sepolcro di Lazzaro; Gesù si è turbato fino a sudare sangue al pensiero della propria passione imminente. Ha amato caldamente gli amici, ha temuto la sofferenza e la morte, pur non ricusando mai di fare la volontà del Padre. E dunque, se Gesù Cristo ha mostrato che le passioni fanno parte della vita umana, chi mai oserà affermare che il vero saggio, il vero sapiente, l’uomo perfetto è colui che si sa sempre spogliarsi dalle passioni? No, questo è un errore imperdonabile: l’uomo senza passioni è un castrato, un povero relitto da compatire, non un essere superiore da ammirare.

Il fatto è che ci sono passioni e passioni. Le passioni non sono tutte uguali: quelle cattive portano il disordine nell’anima; quelle buone concorrono alla sua santificazione. Il marito che ama caldamente la propria moglie, è dominato dalla passione; ma la sua passione, beninteso in una persona normale, è qualcosa che innalza e nobilita la sua vita, non già qualcosa di disordinato e di pericoloso, non è qualcosa che la umilia e l’abbassa. E non si venga a fare l’esempio della gelosia estrema che da un lato mostrerebbe come quel marito ami davvero sua moglie, e dall’altro come l’amore, in quanto passione, reca con sé inevitabilmente il disordine e l’abbassamento della vita morale. Certo, la gelosia irragionevole è un brutto sentimento; è un sentimento che abbassa l’uomo ad un livello inferiore al proprio statuto ontologico e offusca le sue migliori qualità; inoltre è un sentimento cieco e irragionevole, che lo degrada, perché lo rende schiavo di paure irrazionali, dominato da una continua, incessante sospettosità, capace di rendere quel matrimonio un vero e proprio inferno; ma che cosa si è dimostrato, con questo? Semplicemente che esistono persone anormali e passioni disordinate e degradanti; non che tutte le passioni sono tali, o che inevitabilmente divengono tali. Niente affatto. Il vero amore non conosce la gelosia sospettosa e paranoica: chi è geloso in tale maniera non è un innamorato, ma un malato. E dunque il paragone si ritorce contro chi lo ha formulato: quel marito geloso testimonia solo cosa non è amore e cosa non è matrimonio. In un vero sentimento d’amore c’è anzitutto la fiducia, e in un vero matrimonio c’è anzitutto la sollecitudine per il bene dell’altro. In chi si preoccupa sempre e solo del proprio bisogno di sentirsi rassicurato che l’oggetto del suo amore non gli sfugga, non c’è tale sollecitudine per il bene dell’altro: c’è una sollecitudine anormale e disordinata per un proprio (presunto) bene; c’è un disperato bisogno di rassicurarsi circa il possesso della persona amata. E questo, ripetiamo, non è amore, ma la patologia dell’amore. Dunque è falso che tutte le passioni siano disordinate e distruttive; ed è falso che avere delle passioni sia un elemento di disordine, disarmonia, debolezza, che la persona buona, saggia e giusta non conosce, perché se ne è totalmente liberato. La persona buona, saggia e giusta aspira a liberarsi dalle passioni malvagie e disordinate: quelle sì, cerca di sopprimerle in se stessa, o di spezzare la catena che la tiene avvita ad esse, come la catena che tiene lo schiavo sulle galere avvito al proprio remo.

Eppure, si obietterà, le passioni portano il turbamento dell’anima: e se l’anima è turbata, non è più limpida, non è più trasparente, e quindi non può innalzarsi al livello della vita soprannaturale. A ciò rispondiamo: primo, che la vita soprannaturale discende all’effusione della grazia, e dunque è un dono di Dio, non qualcosa che l’uomo possa darsi da sé; secondo, che il turbamento dell’anima non reca ad essa uno sfregio irreparabile, ma è semplicemente il momento della prova, quello in cui l’anima viene passata al setaccio come si fa col grano per separarlo dalla pula: il male non è il turbamento in sé, ma il lasciarsi sopraffare da esso. Il turbamento somiglia alla paura o alla concupiscenza: è cosa normale provare paura davanti al pericolo, così come provare desiderio in presenza di ciò che lo stimola; tutto sta a vedere chi vincerà la battaglia, se gli appetiti inferiori, che trascinano l’anima verso il basso, o la volontà buona, che innalza l’anima verso il bene e che  nella lotta si fortifica e si arricchisce di una preziosa esperienza. Chi non ha mai fatto l’esperienza della prova, allorché l’anima è quasi sbigottita di fronte a qualcosa di potente e di ostile, ad esempio di fronte al turbamento per la perdita di una persona cara, si può dire che è rimasto un bambino, e non nel senso buono dell’espressione; diciamo meglio, è rimasto un bamboccio, il quale sa poco o nulla della vita. Sono le prove che fortificano l’anima e che al tempo stesso la purificano dalle scorie e da tutto ciò che è inutile o ritarda la sua ascensione verso la meta finale che è Dio; e le prove implicano il turbamento. La persona buona e saggia non è colei che non prova mai alcun turbamento: come potrebbe un padre non turbarsi di fronte alla morte del figlioletto? Costui non sarebbe un saggio, ma un anormale, un mostro.

Una pagina memorabile, e degna di profonda riflessione, è stata scritta su questo argomento da Sant’Agostino nella Città di Dio (libro XIV, capitolo IX, 1-6; traduzione di C. Borgogno; Alba, Edizioni Paoline, 1973, pp.  768-774):

1. Presso di noi però, secondo le Sacre Scritture e la sana dottrina, i cittadini della santa Città di Dio, che vivono secondo Dio  nel pellegrinaggio di questa vita, temono e desiderano, si rattristano e godono. E poiché il loro amore è retto, anche i loro sentimenti sono retti. Essi temono la pena eterna, desiderano la vita eterna; si rattristano per il presente perché gemono ancora in se stessi, attendono l’adozione divina e la redenzione del loro corpo (Rm 8,23); godono nella speranza perché allora sarà adempiuta la parola che sta scritta: “È stata assorbita la morte della vittoria (1 Cor 15,54). Così pure temono di peccare e desiderano di perseverare; si rattristano dei loro peccati e gioiscono delle loro opere buone. Se temono il peccato, è perché ascoltano la parola dello Spirito santo: “Per il moltiplicarsi dell’iniquità, si raffredderà la carità in molti” (Mt 24,12); se hanno il desiderio di perseverare, è perché ascoltano quello che è stato scritto: “Chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvo” (Mt 10,22); se si rattristano dei peccati, è perché sanno che “se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stesi e la verità che è in noi” (1 Gv 1,8); se gioiscono delle opere buone, è perché sanno che “Dio ama l’allegro donatore” (2 Cor 9,7). (…)

2. E non solo essi provano questi sentimenti a proprio riguardo, ma anche per coloro che desiderano vede salvi e temono di vedere perduti: si contrastano se periscono e godono se sono salvati. Ricordiamo, a mo’ di esempio, il migliore egli uomini, il quale si gloriava delle sue infermità (2 Cor 12,5 e 9). E noi che siamo venuti alla Chiesa di Cristo dalle gentilità  [= dai popoli pagani] commemoriamo questo Dottore delle genti, nostro maestro nella fede e nella verità. Egli ha lavorato più di tutti gli altri apostoli 1 Cor 15,10 e ha ammaestrato con le sue molte lettere, non solo il popolo di Dio a lui contemporaneo, ma anche le genti future. (…)

3. Ora, se si devono chiamare vizi questi morti interiori e questo sentimento che procedono dall’amore del bene e della santa carità, non ci resta che chiamare virtù quelli che sono veramente vizi. Ma quando questi sentimenti tendono a un fine onesto e seguono la retta ragione, chi oserà chiamarli malattie, o passioni viziose? Per questo anche il Signore, non avendo disdegnato di assumere la natura umana e di apparire tra noi in forma di servo (Fil 2,6), pur essendo santo e immacolato, usò delle passioni quando lo credette opportuno. Non erano certo falsi i sentimenti umani  di colui che aveva assunto un vero corpo e una vera anima di uomo E quando il Vangelo riferisce di lui che si rattristò con collera per la durezza del cuore dei giudei (Mc 3,5; che disse: “Godo per voi, affinché crediate”(Gv 11,15); che pianse sulla tomba di Lazzaro prima di risuscitarlo (Gv 11,35); che desiderò ardentemente di mangiare la pasqua con i suoi discepoli (Lc 22,15); che nell’avvicinarsi della passione sentì l’anima rattristarsi fino alla morte (Mt 26,38), certamente non riferisce niente di falso. Egli però conformemente a un disegno ben determinato, ha voluto provare questi sentimenti nella sua anima umana, così come ha voluto farsi uomo. (…)

4. Dobbiamo pertanto ammettere che questi sentimenti, anche quando sono retti e secondo Dio, sono propri di questa vita, non di quella futura in cui speriamo; e che spesso, anche nostro malgrado, cediamo ad essi. Talvolta, un’emozione dovuta a lodevole carità e non a cupidigia colpevole, ci fa piangere anche senza volerlo: è una conseguenza della debolezza inerente alla condizione umana. Ma non fu così per nostro Signore Gesù Cristo, perché la sua stessa debolezza fu effetto della sua potenza. Per noi però, finché siamo nell’infermità di questa vita, sarebbe piuttosto un difetto non provare assolutamente alcuno di questi sentimenti, Perciò l’Apostolo biasimò e detestò alcuni che accusò di essere “privi di affetto” (Rm 1,31) Anche il salmo incolpa coloro dei quali dice: “Aspettai chi avesse compassione di me e non lo trovai” (Sal 68,21). Infatti il non provare alcun dolore finché siamo in questo luogo di miseria – come pensò e scrisse anche uno dei letterati di questo secolo [Cràntore di Soli, cfr. Cic. Tuscul, 3,12) – è sempre effetto di crudeltà d’animo e di insensibilità. (…)

5. Il timore di cui parla l’apostolo Giovanni: “Il timore non sta bene con la carità; anzi la carità perfetta manda via  ogni timore, perché il timore suppone il castigo; quindi chi teme non è perfetto nella carità” (1 Gv 4,18), non è dello stesso genere di quello che faceva temere all’apostolo Paolo di vedere i Corinti sedotti dall’astuzia del serpente (2 Cor 11,3); poiché questo tumore viene dalla carità, quell’altro, invece, è un timore che non è dalla carità; è del genere del timore di cui lì Apostolo dice: “Voi non avete ricevuto uno spirito di servitù per cadere di nuovo nel timore” (m 8,18).  (…)

6. Dunque: poiché bisogna vivere bene per giungere alla vita beata, una vita retta mantiene retti tutti questi sentimenti, mentre una vita disordinata li rende cattivi. La vita beata ed eterna possederà un amore e una gioia, non solo conformi al bene, ma certi, senza alcun timore né dolore. Così appare già, in un certo modo, ciò che devono essere in questo terreno pellegrinaggio i cittadini della città di Dio che vivono secondo lo spirito e non secondo la carne, ossia secondo Dio e non secondo l’uomo; e appare altresì ciò che saranno un giorno in quella immortalità alla quale tendono.

Quanto alla città degli empi, ossia alla società di quelli che vivono non secondo Dio ma secondo l’uomo, e che, nel falso culto di false divinità e nel disprezzo del vero Dio, professano dottrine di uomini o di demoni, tale città è agitata da cotesti sentimenti depravati come da altrettante malattie e passioni. E se in detta città di empi vi sono alcuni che sembrano moderare e temperare tali movimenti dell’anima, essi sono talmente superbi e alteri nella loro empietà, che per ciò stesso sono tanto più gonfi quanto minori sono i loro dolori. E se altri, con vanità tanto più mostruosa quanto più rara, sono orgogliosi della propria impassibilità al punto da non lasciarsi commuovere né eccitare, né piegare o inclinare da alcun sentimento, essi perdono ogni umanità anziché raggiungere la vera serenità. Poiché non è detto che si sia retti perché duri di animo, né sani perché insensibili.

Parole vere e profonde; parole che lasciano pensosi e al tempo stesso arricchiti.

Soffermiamoci solo un attimo, in particolare, su quella osservazione del § 6: Quanto alla città degli empi, ossia alla società di quelli che vivono non secondo Dio ma secondo l’uomo, e che, nel falso culto di false divinità e nel disprezzo del vero Dio, professano dottrine di uomini o di demoni, tale città è agitata da cotesti sentimenti depravati come da altrettante malattie e passioni. Mio Dio, sembra scritta oggi per rappresentare quel che sta accadendo non già nella società profana, o non solamente in essa, ma nella carne viva della Chiesa cattolica; in quella Chiesa che si dice fedele a Gesù Cristo e prosecutrice della Sua opera in terra. Il falso culto di false divinità: occorre ricordare l’abominevole introduzione della Pachamama e le preghiere a lei indirizzate in numerose chiese cattoliche, non solo nell’America Latina, ma anche in Italia? Il disprezzo del vero Dio che si manifesta nelle dottrine che vengono non da Lui, ma da uomini o da demoni: non c’è qui lo spirito di Abud Dhabi, lo spirito di Astana? Non c’è la falsa teologia di Enzo Bianchi, non c’è l’opera subdola di tanti cattivi teologi che minano il fondamento stesso della fede cristiana, ossia la divinità di Gesù Cristo, per abbassarne la figura a quella di un semplice uomo e, al tempo stesso, per andare incontro al falso dialogo con le false religioni, togliendo l’ostacolo che vi si frappone, ossia l’unicità del vero Dio e l’assoluta impossibilità, per un cristiano, di rendere omaggio ai falsi dèi, secondo ciò che ordina il Primo Comandamento? Tutto questo, per usare il linguaggio di Sant’Agostino, non appartiene alla Città di Dio ma alla città terrena, che è la città edificata dall’orgoglio, dalla superbia, dell’avidità e dalla lussuria. È la città dell’uomo vecchio, dell’uomo carnale, non redento, ma ribelle a Dio e alla Sua santa legge: altro che Chiesa cattolica, questa è la sinagoga di Satana. Oh Dio, giusto e misericordioso, manda presto il tuo Spirito in nostro soccorso e a nostra consolazione, che ti attendiamo e t’invochiamo ardentemente. E tu, santa Madre di Dio, prega per noi: adesso e nell’ora della nostra morte. Amen.

Del 12 Agosto 2021

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