sabato, 25 Settembre 2021
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L’importanza del “Battesimo”

Là dove siamo stati iniziati alla vita divina. Cosa vuol dire: “io sono cristiano”? Perchè l’essenziale sono i Sacramenti a cominciare dal Battesimo del quale Gesù disse che è condizione indispensabile per divenire suoi seguaci di Francesco Lamendola  

Gesù Cristo, rivolgendosi ai suoi discepoli, disse loro (Mt 28, 18-20): «Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Non ha ordinato loro soltanto di insegnare il Vangelo, ma anche di battezzare nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. E Lui stesso, prima d’iniziare la sua predicazione, si era fatto battezzare, nelle acque del fiume Giordano, da Giovanni il Battista. A quel punto, appena Gesù era uscito dall’acqua (Mt 3,16-17), si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui.  Ed ecco una voce dal cielo che disse: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto». Dunque il Padre proclama agli uomini di aver mandato fra loro Gesù, suo Figlio, subito dopo che Questi si è sottoposto al rito del Battesimo. Ciò basterebbe a farci capire l’importanza fondamentale del Battesimo: non è un rito meramente simbolico del quale l’uomo moderno, che si sente adulto e perciò allergico ai simboli, potrebbe fare tranquillamente a meno, bensì la trasmissione reale ed efficace di una grazia soprannaturale: è lo strumento mediante il quale ci si candida all’adozione a figli di Dio (e non già si diviene automaticamente figli di Dio, o con il Battesimo stesso, o per il solo fatto d’essere al mondo).

Il Battesimo è perciò il primo e più fondamentale dei Sacramenti: quello senza il quale tutto il resto non può arrivare. Ne consegue che il momento decisivo nella vita del cristiano è proprio quello del Battesimo. Ora, siccome l’uomo moderno stenta a concepire una dimensione che vada oltre la sua libera scelta individuale (ed è questo il motivo per il quale egli stenta ad accettare la realtà concreta, e non solamente simbolica, del Peccato originale e delle sue conseguenze), il Battesimo, che si riceve pochi giorni dopo la nascita, e del quale non si serbano ricordi, appare come qualcosa di lontano e, in ultima analisi, di esteriore, se non proprio d’ininfluente. L’idea che quell’acqua, quelle parole, quella formula d’impegno solenne pronunciata dai genitori (Giuro di rinunciare a Satana e a tutte le sue seduzioni) siano realmente impegnative per tutta la sua vita futura, gli sembra una vera e propria stravaganza. Come si può essere impegnati da un atto che  stato compiuto su di noi quando eravamo talmente piccoli da non averne alcuna coscienza? Certo, in seguito viene il sacramento della Cresima, o Confermazione, amministrato quando si è in pieno possesso della ragione: ma non è proprio questa la prova del fatto che il battesimo, di per sé non è impegnativa a livello individuale, ma è appunto solamente un simbolo, o poco di più. Del resto, come pensare che quell’acqua, quelle parole, quei gesti, rendano possibile la trasmissione di una reale potenza sovrannaturale, che dischiude all’anima l’orizzonte sconfinato della vita divina?

E invece è proprio così; e la fatica dell’uomo moderno a comprendere una cosa che appariva tanto semplice e chiara ai suoi progenitori, e anche solo ai suoi nonni e ai suoi genitori, è la testimonianza che sono bastati una quarantina d’anni per operare un vero e proprio distacco della mentalità dei cristiani da ciò che è essenziale nella loro dottrina. Perché per i nostri nonni era chiaro che la loro vera vita era incominciata non il giorno della nascita fisica, ma il giorno della nascita spirituale nel Nome di Gesù Cristo, segnato dal Battesimo; e che il luogo in cui esso era avvenuto, la chiesa nel cui sacro fonte erano stati immersi, era il luogo fondamentale della loro vita e del loro destino, e non la casa della nascita o qualsiasi altro luogo al quale si è legati per ragioni affettive puramente umane. Quando Dante ricorda, nella Divina Commedia (Inf. XIX, 17), il mio bel San Giovanni, ossia il battistero della sua città dedicato al santo patrono, celebre gioiello dello stile romanico, lascia intravedere al lettore quella particolare tenerezza che lega una persona al luogo per lei più significativo di tutti: che non è, per il cristiano, la casa in cui si è nati, o in cui si è più a lungo vissuti, ma la chiesa ove si è stati introdotti, col Battesimo, alla vita divina, diventando figli adottivi di Cristo ed eredi della beatitudine eterna. Dante non menziona la sua cara casa natia, o la sua amatissima città; bensì menziona il battistero nel quale ha ricevuto il primo e fondamentale sacramento della vita cristiana. E ciò attesta la sua piena e sviluppata coscienza cristiana, e lo caratterizza come un uomo che vive proiettato verso la dimensione dell’assoluto, così come lo erano i suoi contemporanei, compresi Cimabue, Giotto e Alberto Magno; e segna tutta la differenza fra il suo modo di sentire e il nostro.

Apro a questo punto una breve parentesi. Ho constatato, alla prova dei fatti, che i migliori libri di dottrina cattolica sono quelli scritti prima del Concilio Vaticano II: vi si sente ancora circolare la sana aria di sempre, imbevuta di spiritualità e devozione, e si tocca con mano che essi erano saldamente ancorati ai dogmi e al Magistero perenne e sorretti dalla logica impeccabile e realistica di Aristotele e san Tommaso d’Aquino, non ondeggianti nel vasto mare del soggettivismo e del relativismo, oggi così di moda fra i teologi progressisti. E la stessa cosa vale per i manuali di religione ad uso scolastico: vi si trovano, espressi con molta chiarezza, quei concetti fondamentali che solo con fatica, e in maniera diseguale e sconnessa, traspaiono dai manuali degli ultimi decenni, per quanto drappeggiati e infiorettati di luoghi comuni tanto accattivanti quanto insulsi o addirittura poco ortodossi. Uno di quei buoni manuali di allora è uno dei tre redatti da monsignor Pasquale Margreth (1890-1969), che è stato preside dell’Istituto Magistrale Arcivescovile di Udine negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale e si è segnalato come una delle figure di spicco della cultura e dell’associazionismo cattolici, e più ancora del mondo della scuola, con la medaglia d’oro della Pubblica Istruzione; gli è stata dedicata una via cittadina sul luogo ove sorgeva l’istituto stesso (oggi non più esistente), fra via Cussignacco e via della Vigna. La sua figura è già stata da noi  ricordata in un precedente scritto (cfr. Una pagina al giorno: Libertà e responsabilità dell’uomo, di P. Margreth, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 31/08/09 e poi su quello dell’Accademia Nuova Italia, il 16/02/18). Ed è stato sfogliando quel libro, non quando fu pubblicato – non ero neppure nato -, ma di recente, che mi sono imbattuto in una riflessione che mi ha fatto comprendere veramente il perché di tanto affetto e tanta importanza attribuiti da Dante al luogo del proprio battesimo.

Scriveva dunque monsignor Pasquale Margreth nel suo corso di religione per la scuola media Christianus sum, impreziosito dai bei disegni del pittore udinese Emilio Caucigh (1905-1972), dal tratto svelto e vivace (Udine, Del Bianco Editore, 1955, vol. 3, pp.  40-41):

Forse hai sentito raccontare altre volte un episodio della vita di un re di Francia, S. Luigi IX.

Nato nel castello di Poissy, aveva avuto la fortunata sorte di essere educato da una madre profondamente cristiana, Bianca di Castiglia. Più tardi era stato incoronato nella cattedrale di Reims.

Sebbene fornito di moti titoli, si firmava così “Luigi di Poissy” e diceva: «A Poissy ho ricevuto il Battesimo, il massimo onore, e la corona  del Regno dei Cieli. Poissy è la mia terra prediletta».

E proseguiva:

Conosci la chiesa in cui sei stato battezzato? Ebbene, entravi talvolta e guardando il sacro fonte, dì a te stesso: «Qui ho ricevuto l’acqua rigeneratrice che m’ha reso cristiano, figlio di Dio, erede del Paradiso. Quale grande fortuna che non hanno coloro i quali vivono nell’idolatria e nella infedeltà! Non voglio mai rendermi indegno di così grande grazia del Signore».

Dopo aver letto questa pagina, il mio pensiero è subito corso alla chiesa nella quale ho ricevuto il Battesimo: il settecentesco Oratorio della Purità, eretto dal cardinale Daniele Dolfin e posto di fronte al lato sud della cattedrale; uno degli edifici sacri più suggestivi della mia città natale, che ho già avuto modo di presentare ai lettori (cfr. l’articolo:  IV: Omaggio alle chiese natie: l’Oratorio della Purità, pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 27/07/18). Per il visitatore che entra nella deliziosa aula barocca a navata unica, dalle parti bianche e una ricca ma al tempo stesso sobria decorazione, la cosa che s’impone subito all’attenzione è lo stupendo affresco tiepolesco dell’Assunta, smagliante di vividi colori e dalle forme aeree e luminosissime, talmente leggero che sembra innalzare il soffitto e ingigantire il volume del locale, facendo irrompere dall’alto come un fresco vento di paradiso. Lasciamo che a descrivere questo gioiello della pittura veneziana del XVIII secolo sia la penna qualificata dello storico dell’arte Carlo Someda de Marco; le sue parole ci sono sembrate le più adatte a rendere un’idea di questo capolavoro a chi non ha avuto il privilegio di ammirarlo dal vivo (C. Someda de Marco, La Chiesa della Purità di Udine, Udine, Arti Grafiche Friulane, 1965, pp. 13-15):

Giov. Battista Tiepolo, nella pienezza della sua arte, all’età di sessantatre anni, con l’agilità del suo impetuoso pennello, liberamente, senza preoccupazioni e convenzionalità disegnative, crea nel soffitto della “Purità” una delle sue più vivaci e mature orchestrazioni di colore.

Dipinge con delicatissimo slancio l’Assunta, trasparente nell’infinito spaziale, raggiante di seduzione immortale.

Sulla superficie del basso soffitto, egli apre un immenso cielo ove volano cherubini e la Vergine, trasportata da Angeli iridescenti, sale fra vaporose nubi circonfuse da un’aura festante di gloria: biancovestita, con il volto rivolto al cielo e le braccia aperte all’invocazione, la Vergine è costruita dalla luce che le viene dall’alto ed animata dal soffio divino che dal suo essere traspare.

Dipinto con colori a base di terra, che l’artista sapientemente mescola e dosa, il gruppo ascendente nello spazio infinito acquista leggerezza dalla scena che si svolge sulla terra in primo piano e che risalta per i bruni fondi.

L’avello di Maria è scoperto e da esso esce il drappo che la copriva nel breve sonno terreno; nel cielo volano le rondini, due figure prone guardano dentro il sepolcro, mentre un’altra, alta, in piedi, avvolta in un’ampia veste coloro rosso sangue di drago, solenne, con un braccio alzato, dice la sua grande sorpresa, guardando pur essa il vuoto lasciato dall’Assunta. Monumentale figura dallo sguardo audacissimo, che dà forza al significato dell’opera, perché sta lì a raccontarci il miracoloso fatto e dà movimento prospettico e vita all’intera pittura con il suo valore tonale.

La virtuosità tecnica del potente artista si fonde con il suo sempre alto pensiero; da un incensiere esce l’aroma, attorno al sepolcro sono sparse rugiadose rose, e gigli sono portati da angeli delicati, di gamme cromatiche, dipinti nei due riquadri  finali: parlano queste cose della “Rosa mistica”, della “Virgo purissima”, che sale nella immortalità celeste.

La pittura, stesa con la massima semplicità di mezzi, calce e colori stemperati con acqua, è di un risultato stupefacente.

Dopo aver letto la pagina di Pasquale Margreth, dicevo, sono rimasto colpito nel rendermi conto che mai, passando davanti a quella piccola, incantevole chiesa barocca, avevo rivolto un pensiero particolare, né mi era venuto in mente di entrare a recitarvi una preghiera, benché fosse lì, nel sacro fonte posto a metà della parete sinistra, che sono stato battezzato; oltre alla non trascurabile circostanza che lì è stato battezzato anche mio fratello, e prima ancora lì si sono cristianamente sposati i nostri genitori. Infine, la riproduzione dell’Assunta di Giambattista Tiepolo faceva bella mostra di sé nel santino annunciante la mia Prima Comunione, ad opera dell’arciprete, monsignor Riccardo Travani. È così. Chi ha ricevuto una formazione cristiana anche discreta – e allora il catechismo si studiava su quello di san Pio X, che era molto chiaro e molto serio – dimentica in fretta proprio l’essenziale. In compenso, nella sua formazione si aggiungono una quantità di cose che tanto cristiane non sono, e meno ancora cattoliche, spacciate però per un valore aggiunto e non per quella paccottiglia che sono: dal culto della Pachamama all’indifferentismo di Abu Dhabi, al sincretismo di Astana e alla bestemmia contro la Santissima Trinità: l’elenco sarebbe lunghissimo e deprimente. Perciò una cosa è chiara: bisogna sbarazzarsi della paccottiglia e tornare all’essenziale. L’essenziale sono i Sacramenti, a cominciare dal Battesimo, del quale Gesù disse che è condizione indispensabile per divenire suoi seguaci; altro che simbolo. E l’essenza è la coscienza di quel che si è in quanto cristiani, dei privilegi e doveri che ciò comporta; sapere che vuol dire: io sono cristiano.

Vedi anche:

Una pagina al giorno: Libertà e responsabilità dell’uomo – PASQUALE MARGRETH

Omaggio alle chiese natie: l’Oratorio della Purità – L’ORATORIO DELLA PURITA’

ARCHIVIO: “LE CHIESE DI UDINE”

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 14 Agosto 2021

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