sabato, 25 Settembre 2021
HomeFOCUSCuriositàLe creature della mente vivono una vita propria?

Le creature della mente vivono una vita propria?

Un “misterioso altrove”: quando a volte neppure lo scrittore (o il musicista) sa di dove venga la sua ispirazione. Il caso della scrittrice inglese di libri per bambini Enid Blyton di Francesco Lamendola  

Confesso di avere un particolare debito di riconoscenza verso una modesta ma più che dignitosa scrittrice inglese di libri per bambini, Enid Blyton (1897-1968) e con la serie dei suoi romanzi incentrati sui Cinque sbarazzini, ossia due ragazzi, due ragazze e un cane, che vivono una serie di avventure durante le vacanze estive in Cornovaglia, fra vecchi manieri, scogliere dirupate, gallerie nascoste e misteri d’ogni tipo da risolvere. Un giorno ero a letto con l’influenza e mia mamma mi portò a casa in dono il primo della serie, Avventura nell’isola (Five on a treasure island, 1942), la cui lettura mi coinvolse a tal punto che in una giornata l’avevo già terminato e ne richiesi immediatamente un altro, che fu La via dei pirati (Five go down to the sea, 1953; la serie completa originale è di oltre venti titoli, ma allora in italiano ne erano disponibili solo cinque). I bei volumi rilegati della Editrice S.A.I.E., con le graziose illustrazioni della brava pittrice per l’infanzia Carla Ruffinelli (1922-98), mi conquistarono fin dalla prima pagina, trasmettendomi quella passione per la lettura che non mi avrebbe più lasciato. Di giorno e di notte pensavo a quei simpatici ragazzini che avevano la fortuna di vivere delle avventure tanto straordinarie, pur essendo, nella vita di ogni giorno, in tutto simili a qualsiasi loro coetaneo: il fascino di quelle storie veniva proprio dal fatto che spalancavano una finestra di eventi eccezionali nella cornice della vita quotidiana e così mostravano quanto è sottile il confine fra il mondo ”normale” e quello della fantasia più sbizzarrita. Fra parentesi, ho conosciuto quei romanzi quando essi erano già piuttosto datati nella loro patria, dove presto sarebbero stati passati al pettine della critica progressista e politicamente corretta, che li avrebbe trovati borghesi, sessisti e perfino razzisti: un riflesso della malevolenza della cultura liberal per la Blyton è percepibile nella voce a lei dedicata su Wikipedia, che non risparmia le accuse più pesanti nella sfera della vita privata. Una ragione in più per rallegrarmi di essere stato un fedele lettore della già anziana scrittrice, forse amareggiata da tali critiche, che poco dopo si sarebbe spenta, vittima del morbo di Alzheimer.

Sta di fatto che la Blyton, nei suoi anni ruggenti, vale a dire i ’40 e i ’50 (mentre in Italia, come ho detto, è stata fatta conoscere al pubblico con un ventennio di ritardo), è stata forse la scrittrice di lingua inglese per l’infanzia più letta e più amata, venendo tradotta in poco meno di cento lingue e vendendo circa 400 milioni di copie. In totale ha sfornato qualcosa come 800 libri per bambini, scritti nell’arco di un quarantennio. E oltre ai libri, la Blyton riceveva una enorme quantità di posta privata, alla quale rispondeva coscienziosamente, cosa che le richiedeva molto tempo. Sorge perciò spontanea la domanda: come faceva? Lasciamo stare, in questa sede, la valutazione artistica dei suoi libri; ma anche solo dal punto di vista quantitativo, come è stato possibile che una donna, da sola (e non con l’aiuto di scrittori ombra, come avveniva nel caso di Alexandre Dumas), sia stata capace di scrivere ottocento romanzi e di rispondere, anche in forma estesa, a migliaia e migliaia di lettere? È una cosa umanamente possibile? La domanda non sembri eccessiva. Ci sono dei limiti materiali al lavoro intellettuale che può fare un essere umano: Honoré de Balzac, che ci rimise la salute e praticamente si uccise per il superlavoro, arrivò a scrivere 137 volumi della sua Comédie humaine, e già questo ha qualcosa di mostruoso, tanto che nessun altro scrittore lo ha mai eguagliato per vastità di produzione (tralasciamo, ripeto, il discorso sulla qualità, perché qualsiasi confronto fra lui e la scrittrice inglese sarebbe improponibile).

Lo psicologo neozelandese Peter McKellar, che stava lavorando a un saggio intitolato Imagination and Thinking (New York, Basic Books, 1957), colpito dall’enorme quantità di lavoro che la Blyton era in grado di svolgere, le scrisse per avere informazioni in proposito; ed ecco la sincera, esaustiva e ammirevole risposta della scrittrice stessa (cit. in Ian Wilson, La forza nascosta; titolo originale: Superself, Sidgwick & Jackson Limited, 1989; traduzione dall’inglese di Laura Sgorbato Buosi, Milano, Sperling & Kupfer, 1991, pp. 16-17):

Prima di tutto deve rendersi conto che, quando inizio un libro del tutto nuovo con personaggi diversi, non ho la più pallida idea di come saranno, di dove la storia avrà luogo o di che cosa accadrà. Quello che so è che il libro sarà d’”avventura, o di “mistero”, o una “fiaba” eccetera, oppure che deve essere d’una certa lunghezza… diciamo di 40.000 parole.

Chiudo gli occhi per qualche minuto, con la mia macchina per scrivere portatile sulle ginocchia – svuoto totalmente la mente e aspetto – e poi con la stessa chiarezza con cui potrei vedere dei bambini veri, ecco che i miei personaggi sono davanti all’occhio della mia mente. Li vedo nei dettagli – capelli, occhi, piedi, abiti, espressioni – conosco sempre i loro nomi ma mai i cognomi (che in seguito ricavi dall’elenco telefonico!). Ma soprattutto conosco i loro caratteri – buono, cattivo, infido, generoso, coraggioso, leale, irascibile… Non so come faccia a riconoscerli – mi viene istintivo, come quando “prendo le misure” a una persona nella vita reale, operazione che mi riesce piuttosto bene. Mentre li osservo, i personaggi acquistano vita,  parlano e ridono (li posso sentire) e magari vedo che uno di loro ha un cane, o un pappagallo, e penso: “Questo ravviverà la vicenda”. Poi dietro ai personaggi compaiono le ambientazioni, a colori naturalmente, una vecchia casa, un castello in rovina, un’isola, villette a schiera.

Questo mi basta. Le mie mani si appoggiano sui tasti e posso cominciare. La prima fase raggiunge direttamente la mia mente, non ho bisogno di pensare con uno sforzo consapevole, io non devo pensare a nulla.

La storia ha luogo nell’occhio della mia mente come se vi avessi un mio cinematografo privato. I personaggi vanno e vengono, parlano, ridono, cantano, vivono le loro avventure, litigano. Io guardo e ascolto tutto per riportarlo con la mia macchina per scrivere: i dialoghi (che sono sempre del tutto naturali), le espressioni dei volti, le sensazioni di paura o di gioia. Non so che cosa stia per dire un personaggio. Non so che cosa stia per accadere. Sono nella felice situazione di scrivere e leggere un racconto per la prima volta e contemporaneamente… non pretendo di comprendere tutto ciò. Scrivere un libro dopo l’altro senza sapere che cosa verrà detto o fatto sembra sciocco, eppure succede. A volte un personaggio fa una battuta di spirito davvero divertente, e mi ritrovo a ridere mentre batto a macchina e penso: «Non mi sarebbe venuto in mente niente del genere anche se ci avessi pensato per un centinaio di anni!». Ma poi, se ci ripenso, mi dico: «D’accordo, ma chi ci ha pensato, allora?».

Questa lettera, notevole per sincerità e onestà intellettuale (il che di per sé depone a favore della leale personalità della scrittrice tanto maltrattata da certi studiosi e critici contemporanei), si aggiunge ad altre pagine di autori famosi, da Thackeray a Coleridge, passando anche per alcuni musicisti, come Giuseppe Tartini, il cui denominatore comune è il seguente: a volte neppure lo scrittore (o il musicista) sa di dove venga la sua ispirazione; si mette davanti alla pagina bianca e non ha la più pallida idea di quello che verrà fuori. In genere, si svuota la mente, e crediamo sia questo il fattore decisivo: poiché, dopo essersi svuotato la mente, le idee arrivano, arrivano i personaggi, arrivano le storie, e si sviluppano e crescono così, praticamente a sua insaputa: egli non fa altro che prestare la propria penna e mettere nero su bianco quello che in un certo senso gli viene dettato, o gli appare davanti all’occhio interiore. Infatti quelle storie, quei personaggi, quelle avventure non li ha concepiti l’autore: quanto meno, non li ha concepiti in maniera cosciente; apparentemente, essi si sono presentati da se stessi alla sua coscienza; hanno bussato, per così dire, alla porta, e sono stati fatti entrare: proprio come in una commedia di Pirandello o in una novella di Miguel de Unamuno. E cosa intendeva dire Dante, quando affermava (Par. XXV, 2) che al suo poema sacro ha posto mano e cielo e terra? È forse un modo per far capire che gli è stato ispirato, suggerito, forse addirittura dettato dall’alto?

La questione che si pone considerando questi dati di fatto è se le creature della mente siano tutte “endogene”, ossia partorite dalla mente stessa, o se possano in parte provenire da altre fonti e avere una diversa origine, sconosciuta alla mente cosciente, la quale si limiterebbe a registrarle e a dare loro un’esistenza visibile anche agli altri. Forse a questo punto sarà bene fare un po’ di chiarezza sui concetti di “dentro” e “fuori” che, riferiti alla mente, rischiano di creare una certa confusione. Noi crediamo di sapere che i nostri pensieri sono, appunto, nostri; nostri i ricordi, nostre le aspettative, nostri i concetti dei quali ci serviamo e le immagini che adoperiamo e che formuliamo per mezzo delle parole; e crediamo di saperlo perché supponiamo che si formino dentro di noi, per nostro impulso e col concorso della nostra volontà cosciente. In realtà, non dobbiamo immaginare la mente come una scatola chiusa, dalla quale scaturiscono le idee, ma come un luogo aperto su ogni lato, atto a ricevere mille e mille influssi: alcuni desiderati e invocati, altri del tutto autonomi, ma pur sempre benefici, altri ancora indesiderati e sgraditi perché malefici (e verso i quali, nondimeno, c’è stata a livello inconscio una qualche forma d’invito). Le vite dei Santi sono particolarmente ricche d’insegnamenti in proposito. Del resto, è stato lo stesso Gesù Cristo a dire (Mt 10,19-20): «19 E quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire: 20non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.» Tutta la Bibbia è piena di episodi che confermano quanto abbiamo affermato: si pensi ai sogni del faraone, spiegati da Giuseppe; al sogno di san Giuseppe, dopo la nascita del Bambino; al sogno dei Re Magi; eccetera. Da dove viene la conoscenza del futuro, o di cose nascoste, se non da Qualcuno che agisce sulla mente servendosi del sonno? Anche il Nemico, il grande ingannatore, si serve di visioni e talvolta appare sotto le spoglie di un Angelo, o della Madonna o di Gesù stesso: i direttori spirituali dei religiosi lo sanno e conoscono le strategie per smascherarlo, a volte solo mostrandogli dell’acqua benedetta. E che dire degli spiritisti, i quali con folle imprudenza evocano delle Entità, che essi credono spiriti buoni o addirittura Angeli di Dio, mentre non hanno la minima idea di chi siano in realtà, ma non, di certo, quelli che essi credono? Anche in questo caso, la mente viene suggestionata e riceve impressioni, figure o immagini che di certo non ha prodotto da sé, per autosuggestione (sebbene possa capitare anche questo).

Il caso degli artisti è diverso. Essi cercano l’ispirazione, e alcuni di essi si spingono fino a stimolarla artificialmente con l’uso di sostanze allucinogene, come facevano Rimbaud e Verlaine e, poi, i vari Allen Ginbserg e i figli della beat generation. A parte questi casi estremi, il romanziere, il poeta e il musicista cercano di portarsi su un livello di coscienza che li aiuti ad esprimere ciò che oscuramente sentono agitarsi in fondo ad essa; e se sono capaci di “svuotare” completamente la mente, accade che nuovi contenuti, provenienti da un misterioso altrove, si presentino spontaneamente, in risposta alla loro “chiamata”. Perfino a certi filosofi accade qualcosa del genere: Hegel, per sua stessa ammissione, talvolta non sapeva dire perché avesse scritto certe cose sulla pagina, né darne una sensata spiegazione. E san Tommaso d’Aquino, su un piano di coscienza ben diverso, che faceva, quando si trovava di fronte a una difficoltà concettuale insormontabile? Posava la penna, scendeva in chiesa e si metteva in fervente adorazione del Santissimo; né si allontanava fino a quando Dio non gli aveva dato la soluzione, sciogliendo i suoi dubbi. Il caso di san Tommaso, pensatore razionale quant’altri mai, indica che la comparsa di idee esterne alla mente non è un fatto limitato agli artisti, i quali lavorano su un piano di creatività assoluta. Potremmo anche ipotizzare che perfino gli scienziati, quando elaborano delle teorie fortemente innovative, ricevano talvolta un aiuto di questo genere; anche se ormai è assodato che il presunto sogno del chimico August Kekulé, il quale avrebbe “visto” in stato onirico la struttura ciclica del benzene, era soltanto una sua pia invenzione.

A questo punto, l’ovvia domanda che sorge spontanea è: quanto sono immaginarie e quanto invece sono reali le creature che si presentano alla mente per questa via misteriosa? Cioè, come separare il buon grano dal loglio, ciò che è fondato nella realtà e ciò che ha la natura di un fantasma, appare senza un perché e scompare senza lasciare alcun insegnamento? E, correlata a questa, un’altra domanda: come si fa a riconoscere le creature buone da quelle malvagie? Non sempre sono buone quelle che si presentano come tali: lo abbiamo visto nel caso delle false apparizioni mistiche dei Santi, che in realtà provengono dal maligno. Il metodo più sicuro per rispondere alla domanda è puntare direttamente alla fonte: chi c’è all’origine di tali visioni e di tali creature? Certo, non lo si può sapere direttamente; ma lo si può dedurre dai frutti. Non c’è albero buono che dia frutti cattivi…

Del 16 Agosto 2021

Most Popular

Recent Comments