sabato, 25 Settembre 2021
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Cosa capisce del “Monachesimo” lo spirito moderno?

Edward Gibbon, vero prototipo dell’intellettuale dell’età dei lumi: i cattivi maestri come lui, con tutta la loro “faziosità” hanno veramente vinto la loro battaglia culturale? di Francesco Lamendola  

Lo spirito monastico è, in assoluto, la cosa più lontana che esista al mondo dallo spirito moderno. E proprio per questo motivo è di estremo interesse vedere che cosa dicono i moderni a questo proposito: vi si troveranno, in filigrana, tutti i pregiudizi, le ottusità, le forme di vera e propria arroganza intellettuale che, di sopruso in sopruso, di disinformazione in disinformazione, ci hanno condotti allo stato presente, dove la religione cattolica viene ancora tollerata, bene o male, a patto però che non abbia più nulla di spirituale, nulla di mistico, nulla di trascendete, nulla di sacro: in breve, che si sia dissolta in quanto tale, e al suo posto sia rimasta una vaga organizzazione non governativa per la difesa dei diritti umani, del clima e dell’ambiente. Vi si troverà, inoltre, una grande, profonda, quasi inconcepibile ignoranza: perché solo una colossale ignoranza, unita a una spudorata malafede, può consentire d’ignorare del tutto il ruolo fondamentale che il monachesimo ha svolto nella ricostruzione di un mondo nuovo dopo gli sconvolgimenti che accompagnarono la fine del mondo anticoe quindi nella nascita dell’Europa; e solo una colossale ignoranza può consentire di confondere il monachesimo “solitario” degli eremiti e quello organizzato nei conventi dei nascenti ordini religiosi. L’Europa attuale, piaccia o non piaccia a quei signori, gli zelanti nipotini di Voltaire e di Rousseau, è figlia del monachesimo benedettino, e poi di quello cluniacense. Sono stati i monaci ad arare i campi, a prosciugare le paludi, a bonificare i terreni incolti, a organizzare la ripresa agricola, in un mondo che era andato completamente alla deriva; ed è stato esso a salvare la cultura, a trascrivere i codici greci e latini, a tener viva la fiammella della filosofia platonica e aristotelica, permettendo la successiva fioritura di una possente filosofia cristiana, culminata in Agostino, Alberto Magno, Tommaso d’Aquino. Con buona pace di quanti favoleggiano che senza la mediazione degli studiosi arabi la filosofia greca sarebbe andata perduta e che nessuno più in Occidente, per alcuni secoli, conosceva la lingua greca: tutte tesi ideologiche di matrice liberale e progressista, miranti a svalutare il contributo originale della cultura cristiana, e specialmente di quella monastica.

Per farsi un’idea di quanto pesante e acrimoniosa sia la corazza con la quale la cultura moderna si è posta di fronte al fenomeno del monachesimo antico, gonfia di sprezzanti pregiudizi e di grossolana incomprensione, basta sfogliare l’opera storiografica che più di tutte riassume ed esemplifica a meraviglia lo spirito illuminista di fronte al fenomeno storico del cristianesimo: la monumentale History of the Decline and Fall of the Roman Empire (Storia della decadenza e della caduta dell’Impero Romano) di Edward Gibbon (1737-1794), pubblicata in sei volumi fra il 1776 e il 1789, un gigantesco libello dominato dallo scetticismo e dal razionalismo più gretto e banale, in realtà un’opera di propaganda più che di vera indagine storica. Nondimeno, Gibbon viene tuttora considerato dalla cultura ufficiale come il più grande storico inglese, e forse europeo, del XVIII secolo: un posto che chiaramente non gli spetta, ma è  frutto di un’usurpazione culturale e di una smaccata manovra ideologica, e che trae qualche parvenza di legittimità solo dai meriti dello stile letterario. In verità, anche sul tanto decantato stile della History ci sarebbe molto da dire: chiunque si sia sottoposto all’ardua fatica di leggerla tutta, pagina dopo pagina e volume dopo volume (e noi lo abbiamo fatto, ancora da ragazzi, sicché ci permettiamo di formulare un giudizio a ragion veduta) sa quanto siano noiosi quegli eterni svolazzi letterari, quella pesante ampollosità retorica, e soprattutto quella asfissiante, monotona ironia, che vorrebbe essere brillante e spiritosa nel non rispettare nulla di sacro, nulla di stabile, mentre è solo petulante, stucchevole e ossessivamente ripetitiva. In breve, si giunge all’ultimo volume letteralmente nauseati dalla prolissità e dalla banale monotonia del tono e dello stile: è impossibile ammirare sinceramente la qualità della scrittura, a meno di volerlo far per partito preso, ossia per sostenere la “buona battaglia” che Gibbon, come il suo contemporaneo David Hume, conduce con zelo veramente protestante contro tutto ciò che sa di cattolicesimo, di spiritualità, di trascendenza, di apertura verso l’assoluto. Tutte queste cose sono automaticamente bollate da Gibbon come superstizione e fanatismo: facendo il processo alle intenzioni, sostiene che nessuna persona in buona fede e in pieno possesso delle proprie facoltà mentali può aver abbracciato la vita monastica se non dopo essere stata manipolata, oppure per il desiderio di ritagliarsi uno spazio tranquillo, lontano dagli affari del mondo; anche se poi, contraddicendosi, descrive la vita dei monaci con tinte così cupe, inventandosi addirittura che certi abati pretendevano dai novizi che si gettassero entro le fornaci ardenti quale segno di fede e obbedienza assoluta, sicché riesce difficile capire come la scelta del monachesimo possa essere derivata da pigrizia o pusillanimità.

Gibbon, rampollo di una famiglia di proprietari terrieri che si erano dati alle speculazioni finanziarie e commerciali (tanto che suo nonno era stato condannato in tribunale per questo motivo), tipico gentleman del partito whig che in gioventù ha letto Locke e i classici greci e latini, ha fatto il suo grand tour in Europa, ha conosciuto personalmente Voltaire e si è persino fidanzato con la signorina Suzanne Curchod, futura moglie del banchiere Jacques Necker, per poi dedicare i suoi anni migliori a scrivere l’opera che gli avrebbe dato la fama, è il prototipo dell’intellettuale dell’età dei lumi. Ricco, annoiato, scettico, disincantato, freddo di carattere, probabilmente impotente, ha sempre quel sorrisetto ironico stampato in viso – un viso flaccido e cascante, da persona obesa e un po’ bovina. Di qualsiasi cosa gli si parli, lui è sempre un po’ annoiato e quasi vi sbadiglia in faccia, perché ne sa più di chiunque altro, non solo, ma sa anche perché le cose sono andate in quel modo, sa cosa c’è dietro, e il tutto si può riassumere in una formula standard, che utilizza in ogni circostanza possibile e immaginabile: la malizia e la cialtroneria dei preti, l’oscurantismo di quanti hanno una fede religiosa, la stupidità delle masse dominate dal clero. A ben guardare, il suo è l’esatto contrario dell’abito mentale del vero storico, che dovrebbe essere fatto di sincera e onesta curiosità e d’imparziale valutazione dei pro e dei contro: lui, invece, sa già tutto, ha già capito tutto. In fondo, la sua storia della decadenza di Roma avrebbe potuto scriverla ancor prima di condurre i necessari studi sugli autori antichi, che avrebbe potuto poi aggiungere come note a pie’ di pagina: ma l’idea centrale, essenziale, alla quale è rimasto sempre fedele e dalla quale non si è mai scostato, neppure davanti ai fatti più sorprendenti e inaspettati, prescinde dallo studio delle fonti e dal confronti con i fatti, come se si trattasse non di capire quel che è stato il cristianesimo e quale ruolo abbia svolto nella nascita della civiltà medievale, ma semplicemente di mettere alla berlina, come delle attrazioni da circo, le stravaganze dei monaci, le follie dei preti e il fanatismo dei primi cristiani, i quali avevano la bizzarria di farsi torturare e ammazzare piuttosto che rinnegare la propria fede e salvarsi la vita ripudiando Gesù Cristo.

Scriveva, dunque, nella sua opera monumentale Edward Gibbon a proposito del monachesimo dei primi secoli (da: E. Gibbon, Decadenza e caduta dell’Impero Romano, Roma, Avanzini e Torraca Editori, 1968, vol. 5, pp.264-267):

Questi infelici esuli dalla vita sociale venivano mossi dall’oscuro e implacabile spirito della superstizione. L’esempio di milioni di persone di ogni sesso, età e grado serviva di mutuo sostegno ad altri per farli decidere ad abbracciare quella vita ed ogni proselito che entrava in un monastero era persuaso ch’egli camminava per l’aspro e spinoso sentiero dell’eterna felicità. Ma questi motivi religiosi operavano in vari modi, secondo il carattere e la situazione delle persone. La ragione poteva vincere o la passione poteva sospendere la loro forza, ma essi agivamo con maggior vigore sugli spiriti deboli dei fanciulli e delle donne, venivano rafforzati da segreti rimorsi o da fortuite disgrazie e potevano trarre vantaggio da considerazioni mondane di vanità o d’interesse. Si supponeva naturalmente che gli umili e pii monaci che avevano abbandonato il mondo per attendere la loro salvezza, fossero i più adatti al governo spirituale dei cristiani. Si strappava l’eremita riluttante alla sua cella e lo si poneva tra le acclamazioni del popolo sulla sede vescovile; i monasteri di Egitto, della Gallia e dell’Oriente fornirono una serie regolare di santi e di vescovi e l’ambizione scoprì presto la strada segreta che conduceva al possesso delle ricchezze e degli onori. I monaci popolari, la cui reputazione era connessa con la fama e la prosperità dell’ordine, cercavano continuamente di moltiplicare il numero dei loro compagni schiavi. Si insinuavano nelle nobili e ricche famiglie e adoperavano le speciose arti dell’adulazione della seduzione per assicurarsi quei proseliti che potevano apportare ricchezza o dignità alla professione monastica. Il padre sdegnato piangeva la perdita del figlio forse unico; la credula fanciulla era indotta dalla vanità a violare le leggi della natura e la matrona aspirava a un’immaginaria perfezione rinunciando alle virtù della vita domestica. Paola cedette alla persuasiva eloquenza di Girolamo  ed il titolo profano di “suocera di Dio” tentò quell’illustre vedova a consacrare la verginità di Eustochio, sua figlia. Per consiglio ed in compagnia della sua guida spirituale Paola abbandonò Roma e il suo figlioletto, si ritirò nel santo villaggio di Betlemme, fondò un ospedale e quattro monasteri ed acquistò mediante la sua penitenza e le sue elemosine un eminente e cospicuo posto nella chiesa cattolica. Tali rari ed illustri penitenti venivano celebrati con la gloria e l’esempio del loro secolo, ma i  monasteri si empivano di una folla di abietti e oscuri plebei, che nel chiostro guadagnavamo molto di più di quanto avessero sacrificato nel mondo. I contadini, i servi e gli artigiani potevano passare dalla povertà e dal disprezzo ad una sicura e onorevole professione, le apparenti fatiche della quale venivano mitigate dalla consuetudine, dal plauso popolare e dal segreto rilassamento della disciplina. I sudditi di Roma, le persone e sostanze dei quali erano sottoposte a ineguali ed esorbitanti tributi, si ritirarono dall’oppressione del governo imperiale ed il giovane pusillanime preferiva la penitenza di una vita monastica ai pericoli della vita militare. Gli atterriti provinciali di ogni classe che fuggivano davanti ai barbari, vi trovavano rifugio e sostentamento ed intere legioni si seppellivano in quei religiosi santuari, e la medesima causa che alleviava l’angustia degli intrighi, diminuiva la forza e il vigore dell’Impero.

La professione monastica degli antichi era un atto di volontaria devozione. L’incostante fanatico era minacciato dall’eterna vendetta del Dio che abbandonava, ma le porte del monastero erano sempre aperte al suo pentimento. Quei monaci la cui coscienza era rafforzata dalla ragione o dalla passione erano liberi di riprendere il carattere di uomini o di cittadini e anche le spose di Cristo potevano ricevere i legittimi amplessi di un amante terreno. Gli esempi di scandalo e i progressi della superstizione suggerirono la convenienza di più forti vincoli. Dopo una sufficiente prova, si assicurava la fedeltà del novizio mediante un solenne e perpetuo voto e il suo irrevocabile impegno veniva ratificato dalle leggi della chiesa e dello stato. Un colpevole fuggitivo era inseguito, arrestato e ricondotto alla sua perpetua prigione e l’intervento dei magistrati opponeva la libertà  ed il merito che aveva in qualche modo alleviato l’abietta schiavitù della vita monastica. Le azioni, le parole e persino i pensieri  del monaco erano fissati da una inflessibile regola o da un superiore capriccioso: le più lievi mancanze erano punite con la vergogna, con la prigionia, con digiuni straordinari o con sanguinose lacerazioni e la disubbidienza, il lamento o l’indugio erano considerati come i più odiosi peccati. Una cieca sottomissione agli ordini dell’abate, per quanto potessero sembrare assurdi o perfino criminali, era il principale fondamento e la prima virtù dei monaci egiziani, e spesso la loro pazienza veniva esercitata con le prove più stravaganti. Si ordinava loro di muovere un masso enorme, d’annaffiare continuamente un bastione secco piantato in terra, finché al termine di tre anni attecchisse e germogliasse come un albero, di entrare in una fornace ardente o di gettare i loro bambini in un profondo stagno, e molti santi, o pazzi, hanno acquistato, nella storia monastica, una fama immortale per la loro sconsiderata e pronta ubbidienza. La libertà dello spirito, che è la sorgente di ogni generoso e ragionevole sentimento, era distrutta dell’abitudine della credulità e della sottomissione e il monaco, avendo contratto i vizi di uno schiavo, seguiva devotamente la fede e le passioni del suo tiranno ecclesiastico La pace della Chiesa orientale fu assalita da una turba di fanatici, incapace di timore, di ragione o di umanità, e le truppe imperiali confessavano senza vergogna, che temevano meno di affrontare i più fieri barbari.

Che dire di questa valanga incontenibile di banalità, di questo torrente limaccioso di luoghi comuni illuministi e razionalisti, che passano come un rullo compressore sulla verità storica e su qualsiasi retta coscienza di studioso, sinceramente desideroso di capire i fenomeni anziché giudicarli secondo le proprie lenti e la propria prospettiva ideologica? Basterà soffermarsi su alcuni passaggi per illustrare la faziosità e il cumulo di vieti pregiudizi che animano l’autore in ogni singola frase.

Questi infelici esuli dalla vita sociale venivano mossi dall’oscuro e implacabile spirito della superstizione.

Chiaro, no? Non è affatto necessario chiedersi perché tanti uomini fossero attratti dall’ideale della vita monastica. Basti sapere che erano infelici dominati dalla superstizione, e più non domandare. Insomma: un fenomeno di psicopatologia di massa, isterismo e fuga dalla realtà. Peccato che fenomeni del genere durino qualche giorno o qualche mese, non parecchi secoli: se durano secoli e coinvolgono milioni di persone di ogni ceto, forse sarebbe il caso di tentare una spiegazione un po’ più articolata (quella economica è solo un abbozzo inconsistente). Ma il nostro Gibbon è una volpe fina e non ci casca: lui sa cos’è il fanatismo e non intende sprecar tempo e spremersi le meningi per offrire un’interpretazione complessa di una cosa tanto semplice e, in fondo, così sciocca.

L’esempio di milioni di persone di ogni sesso, età e grado serviva di mutuo sostegno ad altri per farli decidere ad abbracciare quella vita.

Appunto: l’esempio di milioni di persone. Caro Gibbon, possibile che non gli sfiori mai la mente il pensiero che un fenomeno così imponente e durevole non può avere delle origini tanto meschine e transitorie, come quelle da lui indicate? Se proprio gli ripugnava l’idea che l’ideale monastico sia qualcosa di bello e nobile in se stesso, avrebbe dovuto avere almeno un po’ di rispetto per la quantità: è lui stesso a parlare di un fenomeno grandioso, coinvolgente milioni di persone. Tutti sciocchi, ignobili e superstiziosi? Ah sì, certo: gli uomini non avevano ancora conosciuto il soffio benefico della vera ragione, quella dell’età dei lumi. Erano ancora, per dirla con Kant, in quello stato di minorità di chi non sa ragionare, non sa pensare in maniera corretta. Meno male che poi sono arrivati loro: loro e la massoneria; cosa ne sarebbe stato dell’Europa, cosa ne sarebbe stato della civiltà mondiale, senza il loro fondamentale contributo?

Il padre sdegnato piangeva la perdita del figlio forse unico; la credula fanciulla era indotta dalla vanità a violare le leggi della natura e la matrona aspirava a un’immaginaria perfezione rinunciando alle virtù della vita domestica.

Eh, qui il nostro buon gibbone si fa prendere la mano dall’estro poetico, e delinea un quadro assai patetico della rottura degli equilibri familiari causata dal monachesimo (sebbene Gesù stesso abbia detto: metterò due contro tre e tre contro due, il padre contro il figlio e la madre contro la figlia). La sua tesi precostituita è evidente: se hai la vocazione a farti monaco, non sei una persona normale; non solo; sei un cattivo cittadino, poiché diserti le responsabilità della vita familiare e fuggi davanti ai doveri della società civile. Niente paura: pochi anni dopo che queste parole furono scritte, ci avrebbe pensato il governo rivoluzionario francese a mettere in pratica simili idee, chiudendo i conventi, sopprimendo gli ordini religiosi contemplativi e ghigliottinando quei frati e quelle suore che non vollero sottomettersi alla Dea Ragione.

La libertà dello spirito, che è la sorgente di ogni generoso e ragionevole sentimento, era distrutta dell’abitudine della credulità e della sottomissione e il monaco, avendo contratto i vizi di uno schiavo, seguiva devotamente la fede e le passioni del suo tiranno ecclesiastico.

Che dire davanti ad un simile quadro, ad un tale giudizio, inappellabile, monolitico, roccioso, senza ombre né sfumature? Neppure il minimo sforzo per capire le motivazioni degli aspiranti monaci e monache: solo abitudine alla credulità e alla sottomissione, solo i vizi degni di uno schiavo. Sembra Nietzsche in anticipo di un secolo. Niente di originale, in realtà: sembra anche Rutilio Namaziano (cfr. il nostro articolo: Il “De Reditu” di Rutilio Namaziano è lo specchio di una classe dirigente ormai allo sbando, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 19/12/11 e su quello dell’Accademia Nuova Italia il 20/12/17; cfr. A chi o a che serve il monachesimo contemplativo?, sull’Accademia Nuova Italia il 08/02/18). La critica che i pagani della tarda antichità facevano ai cristiani, e specialmente ai monaci, è pressoché identica a quella che faranno e che fanno tuttora illuministi, positivisti, massoni e anticlericali moderni… compresi quelli  vestiti, o travestiti, da teologi, vescovi e preti cattolici, s’intende dopo il Concilio Vaticano II.  La conclusione è evidente: Gibbon e quelli come lui, con tutta la loro faziosità, hanno vinto la loro battaglia culturale. Fino a questo momento…

Vedi anche:

Il “De Reditu” di Rutilio Namaziano è lo specchio di una classe dirigente ormai allo sbando – IL “DE RIDITU” DI NAMAZIANO

A chi o a che serve il monachesimo contemplativo – MONACHESIMO CONTEMPLATIVO

Del 18 Agosto 2021

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