sabato, 25 Settembre 2021
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La vera patria del cristiano non è la terra ma il cielo

La vera patria del cristiano non è la terra ma il cielo. Non bisogna mai perdere di vista la vera meta, perché ciò equivarrebbe a perdere di vista l’intero senso della vita umana di Francesco Lamendola  

C’è un concetto molto chiaro, molto semplice, addirittura ovvio per i nostri avi, che noi abbiamo pressoché totalmente dimenticato: che la nostra vera patria, di noi in quanto seguaci di Gesù Cristo, non è affatto la terra, ma il cielo. Per questo la morte non ci sgomenta: per quanto doloroso possa essere quel momento, è pur sempre il passaggio da una vita precaria e limitata alla vita piena ed eterna. Il vero cristiano non vorrebbe mai prolungare all’infinito la propria vita terrena: sa che è un pellegrinaggio, una prova, un qualcosa che è destinato a finire; e sa anche che essa ha un significato, un valore e una meta solo a condizione che sia diretta verso la vera patria, che è il cielo. Diciamo il cielo per intendere l’assoluto e non un luogo preciso situato nello spazio, è chiaro. Il cielo è la patria vera del cristiano perché il cielo è la dimora del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; è la dimora della Vergine gloriosa, assunta colà dopo la morte, per essere incoronata dal Figlio; è la dimora  degli Angeli e dei Santi e di tutti i nostri cari che ci hanno lasciato, essendo in grazia di Dio, e che ora attendono con gioia di ricongiungersi a noi.

Scriveva il teologo svizzero Richard Gutzwiller, gesuita (Basilea, 1896-Zurigo, 1958), nella cui opera più importante, Meditazioni su Giovanni, si respira la buona, schietta dottrina della Chiesa preconciliare, non ancora inquinata da ambiguità, errori e falsificazioni, a commento dei primi cinque versetti del quattordicesimo capitolo del Vangelo giovanneo: non sia turbato il vostro cuore; vado a prepararvi un posto, ecc. (cit..; titolo originale: Meditationen über Johannes, Einsiedeln, Benziger Verlag, 1958; traduzione dal tedesco  a cura delle Benedettine del Monastero di Santa Maria di Rosano, Milano, Edizioni Paoline, 1961, pp. 313-316):

Il FINE del Signore e dei suoi è l’al di là; il cielo è la casa del Padre e quindi la dimora di Cristo. Essere presso il Padre è lo stato di gloria.

La morte di Gesù non è che un rimpatrio, un ritorno, là onde era partito. Quella è la casa paterna non solo per lui, ma  anche per i suoi, perché il divino Maestro afferma che colà ci sono molte dimore e che egli va a preparare un’abitazione anche per loro. Questa preparazione non dipende dunque, solo dalla sua intercessione, ma dalla sua andata in cielo. Tutti quelli che sono uniti a Cristo, hanno diritto di cittadinanza in cielo. La società con lui porta con sé, fondato in lui e ottenuto da lui, il diritto comune alla casa paterna, alla gloria celeste.

I suoi discepoli devono ancora rimanere sulla terra, ma Gesù verrà a prenderli per portarli a casa, uno per uno nell’ora della morte, e tutti insieme nella comunità dei suoi nel giorno della sua seconda venuta.

Vedere nel cielo la patria dell’anima, ha un’importanza essenziale. Il più delle volte gli uomini pensano il contrario: si aggrappano alla terra, considerandola come la loro patria e vedendo nella morte un viaggio verso l’ignoto.

In realtà per il credente è vero proprio l’opposto. Questi sa di essere in esilio quaggiù come un emigrante, uno straniero, un pellegrino. La morte è la strada che riconduce in patria non solo le singole anime, ma l’intera umanità. Il termine greco da cui deriva la parola parrocchia, “paroikia”, significa appunto: esilio, luogo ove non si è a casa propria.

La teologia della morte non è stata ancora sufficientemente sviluppata e la bellissima preghiera liturgica: “Proficiscere, anima cristiana” (“Parti, o anima cristiana”), ci dà solo una pallida idea della grandezza di questo ritorno in patria. A causa della debole fede dei credenti la morte è stata rappresentata a tinte troppo fosche, nell’arte come nelle prediche, nelle pietre sepolcrali come nei canti funebri.

Certo la violenta separazione dell’anima dal corpo è una tremenda conseguenza del peccato,, ma questo è solo il lato esteriore il più appariscente. In realtà la morte non è che uno stadio di transizione dall’esilio alla patria, destinato ad essere superato nella resurrezione della carene, quando l’anima si ricongiungerà al corpo.

La VIA che conduce al fine è Cristo. Questo secondo tema viene introdotto dalla domanda di Tommaso: «Signore non sappiamo dove vai, e come possiamo sapere la via?». Gesù risponde maestosamente: «Io sono la via». È la via perché solo attraverso di lui si va al Padre; è la verità, perché addita quella via; è la vita perché egli stesso batte quella via, conducendovi anche i suoi verso la vota. Perciò le tre parole: «via, verità e vita» sono interdipendenti. Chi è nel Cristo possiede a verità sulla vita eterna, è sulla strada della vita, ha già un’anticipazione di quella vita di cui godrà un giorno nella pienezza. Ogni altra concezione della vita è una via sbagliata o – nella migliore delle ipotesi – una via traversa. Solo Cristo è la via giusta per andare alla vita.

Egli afferma inoltre di essere L’UNICA via: «Nessuno può venire al Padre se non per me. Se aveste conosciuto e, conoscereste anche il Padre mio; ma d’ora in poi voi lo conoscete e lo avete veduto».

Sono parole stupefacenti: finora i discepoli hanno visto lui, ma Egli e il Padre sono una cosa sola. Questa dichiarazione, che approfondisce la verità che Cristo è l’unica via, è stata provocata dalla richiesta di Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta»., a ci Gesù ha risposto: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, o Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre». Dunque lui e il Padre sono una cosa sola: chi vede lui, vede anche il Padre; ci è in lui è anche nel Padre; che va con lui, va al Padre. Chiaro quindi che Egli sia la via, l’unica, la sola.

Tutto ciò si può comprendere solo nella luce della fede: «Credete a me, che io sono nel Padre e il Padre è in me».

Il cristianesimo non è dunque una religione tra tante altre, o – nella migliore delle ipotesi – la più perfetta forma di religione, ma è LA religione. Cristo infatti è L’UNICO Figlio del Padre celeste e quindi LA divina manifestazione del Padre.

A Dio si va unicamente attraverso Dio. Cristo è il Dio incarnato e quindi solo passando attraverso lui si va al Padre. (…)

Quanta chiarezza e verità in questo commento al Vangelo di Giovanni: Vedere nel cielo la patria dell’anima, ha un’importanza essenziale. Sono concetti un tempo scontati, oggi obsoleti: provate a dire una frase del genere alla maggior parte dei preti dei nostri giorni, e li farete trasalire. Vi guarderanno con tanto d’occhi; e forse, oltre che scrutatrice, la loro non sarà nemmeno un’occhiata benevola. Hanno le loro ragioni. Devono portare avanti le loro buffonate, dei preti di strada e dei vescovi rock; ma soprattutto i gesuiti, da Padre Arrupe in avanti, sono ben decisi ad affermare che il regno di Dio si realizza qui, sulla terra, mediante la giustizia sociale – e, ultimi ritrovati, mediante il vaccino, la lotta per l’ambiente, la predicazione sul clima della nuova apostola Greta Thunbeg – un altro prelato tedesco, l’arcivescovo Koch di Berlino, l’ha paragonata senza perifrasi a Gesù Cristo. Ah, stavamo dimenticando la Pachamama, il sabba di Astana, l’esaltazione e la celebrazione di ogni forma d’indigenismo, primitivismo e paganesimo.

Tutto il sottofondo marxista che serpeggia da decenni nella cultura dei nuovi teologi e dei nuovi vescovi progressisti si sente irritato e ferito da un’affermazione come questa: la vera patria del cristiano è il cielo. No, niente affatto! Il cristiano secondo la nuova edizione del Vangelo aggiornata e riveduta dal Concilio Vaticano II, vuole affermare il cielo qui, sulla terra: perché la vita vera è questa. E proprio dal rifiuto di approfondire e sviluppare la teologia della morte è nata la paura abietta, miserabile, da schiavi, che ora ci tiene tutti, cristiani compresi, aggrappati come naufraghi ai folli e criminali decreti di un governo senza coscienza, che stanno spazzando via non solo la Costituzione, ma secoli di civiltà giuridica e, per l’appunto, di civiltà cristiana. Perché bruciare i morti in tutta fretta, senza neppure uno straccio di funerale, alla chetichella, dopo aver lasciato quelle persone spegnersi in totale solitudine: questa è la barbarie. E lo dicono anche intellettuali di sinistra, come il filosofo Giorgio Agamben; il quale, per essere ancora più chiaro, ha pure aggiunto che nemmeno i nazisti avevano osato spingersi ad un simile livello di barbarie.

E che direbbero di una frase come questa: Il cristianesimo non è dunque una religione tra tante altre, o – nella migliore delle ipotesi – la più perfetta forma di religione, ma è LA religione? Come reagirebbero se qualcuno dicesse loro ciò che era semplicemente ovvio fino al Vaticano II, e cioè che Cristo è L’UNICO Figlio del Padre celeste e quindi LA divina manifestazione del Padre; e che  a Dio si va unicamente attraverso Dio, dal momento che Cristo è il Dio incarnato e quindi solo passando attraverso lui si va al Padre? Fra l’altro, queste affermazioni sono l‘esatta, radicale smentita del documento di Abu Dhabi del 4 febbraio 2019, nel quale Bergoglio ha avuto la somma sfrontatezza di scrivere, nero su bianco, che il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Dove, sintassi traballante a parte, si dice chiaro e tondo che Dio vuole che ci siano le diverse religioni, ossia le false religioni accanto alla sua, l’unica vera; peggio ancora, che Dio ha creato l’uomo così, vale a dire – se interpretiamo bene la forma alquanto nebulosa – con la diversità di credo religioso inscritta nel suo DNA. Questo è stato il punto di non ritorno dell’eresia bergogliana: da quel momento in poi non c’è il minimo dubbio che costui, a coronamento di un processo strisciante iniziato nel 1958, ha trascinato il clero “cattolico” in piena apostasia. Ma guai a dire una cosa del genere ai preti e ai religiosi, suoi inossidabili ammiratori! Non ne vogliono neanche sentir parlare. Per loro, siete voi, che fate tali critiche, ad essere fuori dalla vera Chiesa. Si direbbe proprio che il loro Dio sia quel signore vestito di bianco; di Gesù Cristo parlano sempre meno, e soprattutto ne parlano sempre più in termini meramente umani. Fino a quell’altro bel campione di ortodossia che è Enzo Bianchi, per il quale Gesù non è Dio, non è mai stato il Figlio Unigenito, ma solo un uomo che narrava Dio agli altri uomini.

Torniamo al nostro assunto: la vera patria del cristiano non è la terra ma il cielo. Che significa ciò; che il cristiano si disinteressa delle cose di quaggiù, tutto preso dalla contemplazione delle cose celesti? Non si disinteressa affatto: forse Gesù se ne disinteressava, quando fece il miracolo delle nozze di Cana, per salvare quei due giovani sposi dalla vergogna di essere rimasti senza vino per gli ospiti del banchetto? Se ne disinteressava, allorché versava calde lacrime per la morte dell’amico Lazzaro davanti al suo sepolcro? E se ne disinteressava quando rovesciava i tavoli dei cambiavalute nel Tempio, e cacciava questi ultimi con un fascio di corde, rimproverandoli di aver trasformato la casa del Padre in una spelonca di ladri? È chiaro che il modello perfetto del cristiano è Gesù stesso: e Gesù non ha mai mostrato disprezzo o indifferenza per le cose di quaggiù. Ebbe compassione della folla, stanca e affamata, che l’aveva seguito in luoghi deserti, e fece la duplice moltiplicazione dei pani e dei pesci. Sissignori: moltiplicazione e non divisione, come dice il signore argentino vestito di bianco: il quale evidentemente ha in odio i miracoli e non sopporta che Gesù Cristo ne abbia fatti, forse perché ciò attesterebbe la sua natura divina. Dunque, avere ben chiaro che la propria patria è il cielo non significa affatto essere indifferenti alle cose umane e lasciare che vadano come devono andare, come una filosofia disumana, dallo stoicismo antico a certe forme del pensiero contemporaneo, insegna. No. Significa semplicemente che bisogna dare alle cose di quaggiù il loro giusto peso; che non bisogna lasciarsene sedurre, trascinare e divenirne schiavi; che non bisogna mai perdere di vista la vera meta e la vera patria, perché ciò equivarrebbe a perdere di vista l’intero senso della vita umana.

Diremo di più. Se oggi siamo caduti tutti quanti, cattolici compresi, in una così profonda abiezione morale e in un terrore così irrazionale, al punto che una malattia che produce una mortalità dello zero virgola zero e qualcosa, giustifica le misure assurde e criminali di un governo totalitario quale mai si era visto nella storia umana, mentre i generosi e inclusivi preti di strada appendono cartelli sulla porta delle loro chiese, intimando ai non vaccinati di starsene alla larga – ma quelli di loro che si prodigano per l’ingresso dei clandestini, hanno mai chiesto ai nuovi arrivati se hanno fatto il vaccino, o almeno il tampone? – è proprio perché abbiamo scordato il fatto che la nostra patria è il cielo e ci siamo lasciati sommergere interamente dalla mentalità del mondo, dai pensieri e dai sentimenti dell’uomo carnale, il quale vive come i pagani: senza speranza nella resurrezione, in definitiva senza fede nel Cristo risorto. Perché Dio, sono ancora parole di Gesù, è il Dio dei vivi e non dei morti (cfr. Mt 22,32). Ma essi non capiscono, né potrebbero capire, perché sono già morti.

Del 19 Agosto 2021

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