sabato, 25 Settembre 2021
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Il segreto della buona morte è vivere bene

La cosiddetta “civiltà moderna” nella quale noi ci troviamo come in un “campo di prigionia” non ha nulla di vero da insegnare, anzi fa di tutto per distoglierci dall’essenziale di Francesco Lamendola

Le gravi vicende che stiamo vivendo nell’ora presente, e che vedono i cattolici, o sedicenti tali, irretiti in una fitta rete di menzogne e di comportamenti insensati e autodistruttivi, ci spingono a riflettere su quando e come è accaduto che la nostra società abbia perso la bussola e si sia smarrita in un labirinto di false verità e di paure irrazionali. Per i cattolici, in particolare, è inevitabile vedere nel loro atteggiamento del 1978, all’epoca del referendum sull’aborto volontario, la premessa logica e cronologica del loro attuale atteggiamento nei confronti delle vaccinazioni di massa, basate su un siero genico fabbricato anche con linee cellulari di feti appositamente abortiti. E il collegamento è questo: così come allora essi diedero scarsa importanza al rispetto della vita dei nascituri, o meglio non glie ne diedro alcuna, fingendo che l’embrioni non sia una vita in arrivo ma semplicemente un ostacolo da rimuovere per affermare la libertà della donna (e alcuni cattivi preti, come David Maria Turoldo, si schierarono appunto per il “no”, in nome dei sacri diritti dell’89), così ora essi replicano la stessa violenza e la stessa ipocrisia, fingendo di non sapere cosa c’è in quei falsi vaccini o tutt’al più giustificandosi con la tesi, risibile e scientificamente inconsistente, che a fronte di un rischio certo, ossia il rischio che minaccia una vita già sviluppata, si può anche passar sopra al rispetto dovuto alla vita più indifesa, quella di un nascituro: e, ancora una volta, in none di un presunto diritto di scelta, se non addirittura per una sorta di dovere morale e di senso civico nei confronti della comunità.

La domanda è pertanto come mai gli uomini contemporanei abbiano sviluppato una così grande indifferenza per la morte altrui e contemporaneamente una così grande apprensione per la propria vita, al punto da aver di fatto applicata la massima brutale dei gladiatori romani: mors tua, vita mea. I teologi hanno completamente trascurato la teologia della morte, mentre il clero ha smesso da un pezzo di parlare ai fedeli dei Novissimi: ed entrambe le cose sono potute accadere per un grave indebolimento della fede, perché dove c’è la fede, c’è anche la consapevolezza della morte, del giudizio e della vita ultraterrena. Ma c’è stato un tempo, durato parecchi secoli, e nel quale è stata costruita una civiltà mirabile, nel quale i teologi non si scordavano affatto della morte, e il clero non temeva di riuscire molesto parlando ai fedeli dei Novissimi; un tempo nel quale i vecchi, i padri e le madri di famiglia, i giovani sposi, i ragazzi e perfino i bambini sapevano, né perdevano di vista il fatto che la vita terrena è un pellegrinaggio, un breve passaggio verso l’eternità, e che non è vero, né asserito da alcuno, che se la morte si presenta prima del previsto, essa è una ladra venuta a rubare di notte, come la volpe nel pollaio, qualcosa che non le appartiene e su cui non può vantare alcun diritto. Quel tempo, specie in alcune aree del nostro Paese, è si è conservato fino a poco più di mezzo secolo fa, e noi vi abbiano vissuto e ne abbiamo respirato l’aria, sia pure da piccoli, e ne abbiamo tratto un ricordo indelebile, perché abbiamo osservato che le persone, con la familiarità del pensiero della morte e del giudizio, non erano più tristi, o angosciate, di quanto lo siano adesso, ma al contrario erano più serene, più forti, più saldamente ancorate alla realtà. Perché sapevano che la vita terrena è solo una piccola parte della realtà, e che essere realisti non vuol dire ignorare l’invisibile, ma anzi, saperlo scorgere ovunque, ogni giorno, e riconoscerne la presenza in ogni fatto dell’esistenza quotidiana.

Se ci si vuol fare un’idea di cosa fosse quel tempo e quale la visione della vita e della morte di quegli uomini, nel momento della massima fioritura della loro civiltà, bisogna visitare un camposanto del tardo Medioevo, ad esempio quello di Pisa, bello sia dal punto di vista artistico che dal punto di vista spirituale, perché concepito al preciso scopo di far meditare i vivi sul fatto che tutti gli uomini sono mortali, ma non per questo destinati a morire per sempre, cioè a sparire nel nulla, bensì a fare una scelta, qui e ora, fra la vita eternamente beata e la vita eternamente dannata. E quel costante pensiero ha animato i cittadini di un prospero e laborioso comune italiano a vivere la vita intensamente, a costruire delle famiglie, delle case, dei palazzi, dei commerci, delle industrie, delle imprese agricole, delle società di navigazione, anche delle banche (quando le banche servivano a prestare denaro e non a rapinarlo mediante l’usura istituzionalizzata), insomma a far di loro delle persone più complete, più vere, più ricche di sentimenti e non delle pallide ombre sempre timorose di morire, come sono diventati oggi tutti gli individui terrorizzati da una finta pandemia e disposti a qualsiasi cosa, anche a sottoporsi a un siero pericoloso e malvagio, anche a bruciare i loro cari alla chetichella, senza neppure un funerale decente, anche a rinchiudersi in casa per dei mesi e mesi, evitando qualsiasi contatto col prossimo, con gli amici, coi parenti più stretti, pur di allontanare lo spettro di un virus che non più pericoloso, statisticamente, di una qualsiasi influenza stagionale, e che non fa più vittime di essa, a meno che chi lo contrae non sia già affetto da gravi patologie o non sia seriamente indebolito dall’età molto avanzata.

Così descrive quel complesso architettonico e pittorico straordinario lo scrittore, critico d’arte ed eminente intellettuale cattolico Piero Bargellini (1897-1980), che fu apprezzato sindaco di Firenze nell’ora tragica dell’alluvione del 1966, nel volume L’arte gotica (da: Belvedere. Panorama storico dell’arte, Firenze, Vallecchi, 1960, pp. 335-340):

Secondo una devota tradizione, di ritorno dalla seconda Crociata, nel 1200, i Pisani avrebbero stivato nelle loro galere la terra della Palestina, per farne coltre benedetta ai loro morti.

Si sarebbe così disteso, acanto al Battistero, il primo ristretto Camposanto, poi allungato sempre di più, in un rettangolo, cinto da un portico, iniziato, nel 1277, dall’Operaio del Duomo Orlando Sardella, e terminato, in elegantissime forme gotiche, sulla metà del Trecento.

Una lunga serie di arcate a tutto sesto, cieche all’esterno, aperte all’interno e ricamate da tre esili colonnette, con intrecciati rosoni, dava al Camposanto pisano un senso di raccolta serenità e di pacata armonia.

Quei loggiati, che nella vita civile s’aprivamo all’invito dei passanti, nel Camposanto di Pisa si volgevamo a raccogliere i morti, in un amplesso di pace claustrale.

Anche lì, come altrove, pur nelle forme del gotico fiorito, predominava l’arco a tutto sesto, che gli architetti toscani non abbandonarono mai, memori della loro costante tradizione classica.

Ma un loggiato, anche attorno a un cimitero, non era destinato soltanto ai morti. Doveva accogliere i vivi, o meglio i mortali, per i quali il pensiero della ineluttabile fine, era d’ammonimento e d’incitamento a una vita superiore.

Per questo, anche lì, le pareti dovevano parlare, anzi predicare, con figurazioni, che richiamassero alla realtà dei cosiddetti Novissimi: Morte, Giudizio, Inferno e Paradiso.

E Morte, Giudizio, Inferno e Paradiso furono i principali temi assegnati ai pittori, che, dopo la metà del secolo, vennero chiamati a Pisa, per affrescare le pareti del Camposanto, sotto il loggiato perimetrale, che cingeva, come un candido anello, il verde prato della terra palestinese.

Stando al Vasari, i pittori chiamati a Pisa, per la decorazione del Camposanto, sarebbero stati tutti fiorentini o senesi.

Egli fa i nomi di Taddeo Gaddi, di Buonamico Buffalmacco, di Andrea dell’Orcagna, di Spinello Aretino, di Simone Martini e di Pietro Lorenzetti.

Di pittori pisani non ci sarebbe stato che Francesco Traini, anch’egli, secondo il Vasari, della scuola fiorentina. Infatti, egli scrisse: «Fra tutti i discepoli dell’Orcagna, niuno fu più eccellente di Francesco Traini, il quale fece, in una tavola in un campo d’oro un San Domenico ritto, di braccia due e mezzo, con sei storie della vita sua».

A lui quale critico attribuisce le opere che il Vasari assegnò all’Orcagna, ma gli affreschi del Camposanto pisano, danneggiatissimi dall’ultima guerra e ora quasi miracolosamente in gran parte ricomposti, sono stati e continuano ad essere oggetto di discussioni e di dubbiose attribuzioni.

Per il “Trionfo della Morte”, dopo il nome di Buffalmacco fatto dal Vasari, si è parlato di Pietro Lorenzetti, di Francesco Traini, del Barna senese, di Vitale e di Tommaso da Modena, per creare infine un ipotetico “Maestro del Trionfo della Morte”, di provenienza bolognese, al quale viene attribuito anche il “Giudizio Universale”, l’”Inferno” e il “Paradiso”.

Ma non bastava ammonire, con la visione dei Novissimi. Bisognava insegnare a vivere bene, per poter ben morire, anzi per non morire, salvandosi in virtù della fede. E la salvezza era data dal sacrificio divino, cioè dalla “Crocifissione”, dalla “Resurrezione”, confermata dalla “Incredulità di San Tommaso” e culminante nell’”Ascensione”, tutte scene attribuite al misterioso Maestro bolognese.

Seguivano gli esempi di vita ascetica e contemplativa, nelle “Storie degli anacoreti”, già attribuite per affinità di soggetto, a Pietro Lorenzetti, poi al Traini, quindi al solito ipotetico Maestro della Morte; e di vita attiva, nelle “Storie di San Ranieri”, già attribuite ad Andrea di Buonaiuto, e terminate dopo la morte di questo pittore, da Antonio Veneziano.

Esempi di morte gloriosa erano le “Storie dei Santi Martiri Efisio e Polito”, dipinte da Spinello Aretino.

C’era poi stata la vita d’un giusto infelice e rassegnato, che poteva insegnare a tutti gli uomini come si accetti la sventura, e come, molte volte, la vita possa sembrare peggiore della morte. Ed ecco le “Storie di Giobbe”, raffigurate da Taddeo Gaddi.

Così la lezione di vita e di morte, affidata ai pennelli dei pittori, si poteva dire conclusa.

Ma non poteva mancare, sotto il luminoso loggiato, la rievocazione di quei fatti che costituivamo la storia della rivelazione divina, dalla “Creazione del mondo” fino al “Diluvio universale”, figurazioni di Piero di Puccio, alle quali, quasi vent’anni dopo, Benozzo Gozzoli avrebbe dato il suo mirabile e gioioso seguito.

Dunque, non solo la rappresentazione della morte, anche nelle sue forme più impressionanti e brutali (una comitiva di eleganti giovani a cavallo che si ferma inorridita di fronte allo spettacolo di una serie di feretri aperti, con il loro orrendo contenuto bene in vista), ma anche la raffigurazione della vita attiva e di quella contemplativa; anche il massimo esempio biblico di pia e paziente sopportazione del dolore (Giobbe); anche la raffigurazione dei martiri che diedro la vita per la fede, quasi a mostrare che la morte non è il massimo pericolo, ma lo è il tradimento del Vangelo di Cristo; anche la creazione, il diluvio, la Passione e la Crocifissione di Cristo, venuto per redimere gli uomini, la sua Resurrezione e la sua lezione di fede all’apostolo incredulo, fino all’Ascensione, cioè al ritorno di Cristo nella sua patria vera, che è anche la patria di tutti gli uomini che muoiono in pace con Dio. Tutto questo non con difficili discorsi o con trattati che solo pochi avrebbero saputo leggere, ma con l’evidenza delle pennellate di sei o sette grandi maestri chiamati appositamente a realizzare questo ciclo altamente istruttivo, in una cornice architettonica pensata per valorizzare al massimo le immagini e al tempo stesso per trasmettere ai vivi un senso di serenità e di pace, di docile accettazione della mortalità della carne in vista dell’immortalità dell’anima.

Maestri così umili che non si sono affannati a firmare i loro affreschi e alcuni dei quali ancora sfidano la critica artistica a individuare l’autore, a riprova del fatto che l’uomo cristiano non gonfia il petto per ricevere gli applausi del mondo, specie quando ha prodotto qualcosa a maggior gloria di Dio e a edificazione delle anime, ma al contrario si sente solo un umile operaio nella vigna del Signore, così come ha insegnato con una stupenda similitudine Gesù stesso (cfr. Gv 15, 1-6) oltre che in numerose parabole aventi ciascuna lo stesso fine: ricordare agli uomini che da soli non possono fare nulla di buono, ma che restando uniti a Lui diventano strumento di grazia sovrabbondante per i loro simili oltre che per se medesimi. Mentre oggi il pittore più mediocre, lo scrittore più scadente, il poetastro più vanaglorioso non si peritano di mettere la firma e il volto accanto a ogni loro opera, fierissimi di ciò che hanno fatto, anche se in quelle opere non si riconosce proprio nulla: né un’idea, né un sentimento, nulla che aiuti il pubblico a riflettere, o a godere, o a meditare sul proprio destino e sulla propria meta finale.

Giungiamo così alla logica conclusione che gli uomini sanno morire bene solo là dove hanno imparato a vivere bene; e che la cosiddetta civiltà moderna, nella quale noi ci troviamo come in un campo di prigionia, non ha nulla di vero da insegnare, anzi fa di tutto per distoglierci dall’essenziale.

Del 21 Agosto 2021

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