sabato, 25 Settembre 2021
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Io credo nella Comunione dei Santi

Io credo nella Comunione dei Santi. Che significa? Comunione dei Santi significa che tutti i fedeli formando un solo corpo in Gesù Cristo, profittano di tutto il bene che è e si fa nel corpo stesso ossia nella Chiesa universale di Francesco Lamendola  

Allorché recitiamo, magari in maniera un po’ meccanica e abitudinaria, il Credo Apostolico, dal quale poi si è sviluppato il Simbolo niceno-costantinopolitano (325), che a sua volta è stato ripreso nella Professio fidei tridentina o Professione di fede di Pio IV (1564), ad un certo punto il fedele pronuncia queste solenni parole: Credo in Spiritum Sanctum, / Sancta Ecclesiam Catholicam, / sanctorum communionem, / remissionem peccatorum, / carnis resurrectionem, / vitam aeternam. Amen. E cioè: Credo nello Spirito Santo, / la santa Chiesa cattolica, / la Comunione dei Santi, / la remissione dei peccati, / la resurrezione della carne, / la vita eterna. Amen.

Ma cos’è, in effetti, la Comunione dei Santi? Siamo pronti a scommettere che molti cattolici non lo sanno; infatti ormai le lezioni di catechismo sono quello che sono, e nelle omelie domenicali è ben raro che qualche sacerdote vi faccia cenno. Pertanto andiamo indietro a quando il catechismo era una cosa seria, e così l’insegnamento che veniva impartito ai bambini avviati alla Prima Comunione e alla Cresima; e leggiamo nel Catechismo di san Pio X, sul quale sono state formate le persone della mia generazione. Alla domanda: Che significa comunione dei Santi?, rispondeva: Comunione dei Santi significa che tutti i fedeli, formando un solo corpo in Gesù Cristo, profittano di tutto il bene che è e si fa nel corpo stesso, ossia nella Chiesa universale. Se poi andiamo a consultare un catechismo più recente, quello del 1997, promulgato sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, alla voce Comunione dei Santi (Sez. Seconda, Cap. III, Art. 9, § 5), leggiamo:

946. Dopo aver confessato « la santa Chiesa cattolica », il Simbolo degli Apostoli aggiunge « la comunione dei santi ». Questo articolo è, per certi aspetti, una esplicitazione del precedente: « Che cosa è la Chiesa se non l’assemblea di tutti i santi? ». La comunione dei santi è precisamente la Chiesa.

947. «Poiché tutti i credenti formano un solo corpo, il bene degli uni è comunicato agli altri. […] Allo stesso modo bisogna credere che esista una comunione di beni nella Chiesa. Ma il membro più importante è Cristo, poiché è il Capo. […] Pertanto, il bene di Cristo è comunicato a tutte le membra; ciò avviene mediante i sacramenti della Chiesa». «L’unità dello Spirito, da cui la Chiesa è animata e retta, fa sì che tutto quanto essa possiede sia comune a tutti coloro che vi appartengono».

948, Il termine «comunione dei santi» ha pertanto due significati, strettamente legati: «comunione alle cose sante (sancta) e « comunione tra le persone sante (sancti)».

«Sancta sanctis!» – le cose sante ai santi – viene proclamato dal celebrante nella maggior parte delle liturgie orientali, al momento dell’elevazione dei santi Doni, prima della distribuzione della Comunione. I fedeli (sancti) vengono nutriti del Corpo e del Sangue di Cristo (sancta) per crescere nella comunione dello Spirito Santo (Koinonia) e comunicarla al mondo.

Dunque essere battezzati, ossia essere membri della Chiesa di Cristo, equivale a dare e ricevere i doni spirituali che vengono dalla preghiera e dal sacrificio volontariamente offerto per il bene delle anime. Anche se non lo sanno, anche se non ci pensano, le anime possono godere o benefici della preghiera altrui e avvantaggiarsi delle grazie spirituali ottenute per intercessione di qualche anima buona, che offre se stessa per impetrare il soccorso divino a favore di chi si trova in stato di pericolo, morale o anche fisico.

Mi sia consentito, per illustrare pienamente questo concetto, al quale i cattolici dei nostri dì sono ormai quasi disabituati, riferirmi ad un articolo che scrissi molto tempo fa, André Dupeyrat: un intervento miracoloso nella foresta, il secondo di una triade dedicata a questo notevole missionario francese che operò per oltre venti anni fra i Papua nelle zone più selvagge della Nuova Guinea, e che fu pubblicato su una rivista cartacea, Il Segno del soprannaturale di Udine, poi sul sito di Arianna Editrice il 13/05/08 e infine su quello dell’Accademia Nuova Italia il 06/01/18, e ripreso dalle memorie stesse del protagonista (da: A. Dupeyrat, 21 Ans chez les Papous, prefazione di Paul Claudel, Paris, La Colombe, 1952; trad. dal francese di Antonio Giorgi, Nel Paese degli uccelli paradiso, Milano, Editrice Massimo, 1956, pp.  191-195):

Nel 1935, al tempo del mio primo ritorno in Europa, durante un soggiorno a Issoudun, luogo d’origine della mia Congregazione religiosa, avevo stretto amicizia con un professore della città. (…) Un giorno mi condusse a Reully, un paesino  non lontano da Issoudun.

«Andiamo a fare un’opera di misericordia, mi disse, a visitare un’ammalata… ma vedrete che ammalata! Giovanna Thibault è a letto da più di 30 anni e offre tutte le sue sofferenze per gli altri. Io stimo moltissimo questa donna meravigliosa e la considero il tipo perfetto della ‘malata cristiana’, indispensabile alla nostra povera umanità… Vedrete.»

E vidi, quando entrai nella cameretta, linda e ordinata, di una piccola casa di campagna, una donna allungata, inerte, in un bianco letto. Avrà avuto una cinquantina d’anni, ma sembrava più giovane, malgrado il pallore del viso e la magrezza, accentuata da un naso affilato e da una bocca sottile e larga. Mi colpì lo splendore dei suoi occhi, colmi di pace e di gioia e il suo sereno sorriso

Ora, questa donna era paralizzata da più di 30 anni. Poteva appena muovere gli avambracci e le mani. Per scrivere, dovevano metterle un lapis tra le mani… I medici l’avevano abbandonata da molto tempo, perché non c’era più nulla da fare. Ogni giorno e ogni notte erano sofferenze fisiche intollerabili e il suo stato di assoluta impotenza la metteva, come una povera cosa, fra le mani di persone caritatevoli, che cercavano di sollevarla. E tutto questo da 30 anni.

Tuttavia, nella sua conversazione, semplice e gioconda, nei suoi tratti affinati dal dolore, brillava una gioia inspiegabile. «È inchiodata in croce con Gesù, m’aveva detto il mio amico, e ci resta amorevolmente, per salvare, in unione con Lui, le anime…»

Quando ci congedammo, quella donna mi disse: «Padre, io penso spesso alle missioni della Papuasia e prego per tutti i missionari. Vi prometto che d’ora in poi avrò un ricordo speciale per voi»

La ringraziai con sincera effusione e ne tornai con l’amico a Issoudun.

In seguito, la viva impressione di quella visita mi si affievolì e la promessa di preghiere e sacrifici si confuse nel ricco tesoro dei numerosi ‘pregherò per lei’ che avevo raccolto un po’ dovunque…

Tre anni dopo, io ritornavo da una spedizione intorno al massiccio di Yule, (…)in mezzo alle catene centrali della Papuasia (…). È una regione particolarmente difficile. (…)

Ecco che cosa scrissi sul mio diario di viaggio, in data 24 febbraio 1938. «Partenza alle 10,20. La cresta che seguiamo in vetta (…) s’assottiglia sempre più, senza perdere quota, e, facendo un’ampia curva, va a finire alla confluenza dei due corsi d’acqua (…). I fianchi hanno pendenze troppo ripide  perché vi si possa pensare una strada. Il passaggio si restringe sempre più fino a non essere più largo del piede che vi poggia, di guisa che noi siamo come sospesi in aria, su un pinnacolo. A destra e a sinistra, due nastri di schiume, che si svolgono a quasi 1000 metri più in giù e che noi dominiamo quasi verticalmente. La vista è splendida. Ma per poco non mi costa la vita. Proprio prima di intraprendere la salita del primo colle, avevo sbattuto violentemente il ginocchio contro un ceppo, dissimulato dall’erba, e mi ero procurato una piaga e una contusione. Camminavo male. In cima alla prima gobba, fui talmente preso dalla bellezza del paesaggio che, col naso in aria, non mi accorsi di una svolta della cresta. Misi il piede nel vuoto. Una forza misteriosa mi respinse di lato. (…) Ora, appena tornato a Yule, ricevetti una lettera del mio amico d’Issoudun. Era datata 19 maggio 1938. Egli aveva saputo del mio viaggio di esplorazione e me ne domandava notizie. «Dite, che cosa avete visto?». Subito dopo, scriveva queste parole che cito alla lettera:

«Un giorno, a Reully, ho trovato la nostra santa amica terribilmente affranta, dopo settimane di dolori atroci. Poteva appena parlare. Le dissi che voi eravate in viaggio di esplorazione e in quali condizioni, domandandole un aumento di preghiera per le missioni di Papuasia. Mi rispose semplicemente, con un fil di voce appena percettibile: “La mia giornata di giovedì scorso forse gli ha salvato la vita.”Doveva essere il giovedì 24 febbraio.»

Qualche tempo dopo, ebbi notizia che Giovanna Thibault era morta il 24 maggio 1938.

Si confrontino ora le date del mio incidente sulla cresta a fil di rasoio e del giorno in cui la ‘malata cristiana’ pronunciò impercettibilmente le parole che rivelavano il valore delle sue sofferenze; sofferenze che erano state più atroci proprio durante il periodo di quella esplorazione, nella quale, più di una volta, sfuggii alla morte. La coincidenza è troppo straordinaria, per essere casuale…

Io credo nella Comunione dei Santi.»

E adesso, tanto per restare in terra di Francia, andiamo a sfogliare un romanzo scritto quasi alla fine della sua vita da autore cattolico oggi pressoché dimenticato anche nel suo Paese, René Bazin (1853-1932), ma a suo tempo abbastanza noto: Magnificat, una commovente e delicata storia di amore filiale e sacrificio che ruota appunto intorno al tema della Comunione dei Santi e della silenziosa offerta di sé per il bene di un’anima (da: Mons. Grazioso Ceriani, Gesù il Cristo. Corso di Religione per le Scuole Medie Superiori, Milano, Edizioni Scolastiche Mondadori, 1955, 1966, vol. 3, pp. 147-148):

René Bazin ha scritto un romanzo che può dirsi il Romanzo della Comunione dei Santi.

Nel “Magnificat”, Anna Maguern, l’eroina dolce e candida, uscita più dal cuore che dalla mente di Bazin, scioglie il suo dramma d’amore nel grande dogma della Chiesa, ch’essa conosce assai bene pesino nell’aspetto della riversibilità dei meriti o della comunicazione dei beni da un membro all’altro. La soluzione del suo dramma comincia una notte di temporale, quando pensando a suo padre Corentino, ubriacone e vizioso, credette che Dio volesse il sacrificio del suo amore (Gildo che si faceva prete) per salvare l’anima di suo padre.

«Una figliola generosa, il contrario di quel che sono io, potrebbe offrirsi per salvarlo: essa otterrebbe, DIMENTICANDO SE STESSA, il Paradiso a un altro, e nessuno ne saprebbe nulla. Il mondo va così: IO L’HO IMPARATO DAI DISCORSI DEI MIEI PRETI E DAI LIBRI CHE HO LETTO. Il sacrificio porta LA BENEDIZIONE DOVE VUOLE. I disgraziati  come lui – riprendono la strada che hanno abbandonata: ricevono una forza che non hanno meritato, ma che un parente, un amico, un estraneo del tutto ha ottenuto, OFFRENDO IL SUO DOLORE A COLUI CHE LI HA CONOSCIUTI TUTTI E HA DATO LORO IL POTERE DI RISCATTARE.

Ma io sono troppo povera d’anima per arricchire gli altri, compreso mio padre: lo sento bene e non accetto di respingere da me la mia prova!»

Ma poi, all’ultimo, è la vittoria della Comunione dei Santi. E il romanziere conclude: «Così ragionava questa bretone che non sapeva di lettere, ma che aveva compreso la Comunione dei Santi, ed esteso, per essa, fino all’infinito la sua intelligenza del mondo».

Abbiamo scelto una storia come questa proprio perché sappiamo che la morale in essa esemplificata oggi riesce alquanto sgradita ai cattolici adulti e ai teologi liberali: perché, come ripete padre Ermes Ronchi, un servita piuttosto ascoltato nelle alte sfere del Vaticano, la Chiesa deve farla finita con la pedagogia della paura, della quale per troppo tempo si è servita, esercitando una forma di violenza morale sulle anime. Infatti: cosa ci può essere di più politicamente scorretto, di più pre-conciliare, nel senso negativo dell’espressione (dal punto di vista progressista) di una ragazza che rinuncia al suo legittimo amore per un bravo giovane, offrendosi quale sacrificio di espiazione per la cattiva condotta di suo padre, con l’intenzione di salvargli l’anima? Eh, via, si dirà: questa concezione appartiene al passato. Oggi finalmente si è capito che tutti hanno diritto a realizzare la propria felicità (magari anche calpestando le leggi umane e divine) e che Dio non gradisce siffatti sacrifici, non li approva, né li incoraggia; e che insomma la povera Anna poteva benissimo fidanzarsi e sposare il suo bravo Gildo, invece di rovinarsi la vita per niente? Ebbene: che ella si sia rovinata la vita, e soprattutto che se la sia rovinata per niente, lasciamolo dire a costoro. Che cosa ne sanno, in realtà? Evidentemente non hanno mai riflettuto al mistero delle vocazioni alla clausura. Che altro vogliono i certosini rinunciando al mondo e chiudendosi per sempre fra quattro muri se non l’offerta di sé, mediante l’assidua preghiera a beneficio delle anime, anche dei peccatori che non conoscono?

Vedi anche:

André Dupeyrat: un missionario contro gli stregoni – 1^ IL MISSIONARIO DUPEYRAT

André Dupeyrat: un intervento miracoloso nella foresta – 2^ L’INTERVENTO MIRACOLOSO

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 26 Agosto 2021

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