sabato, 25 Settembre 2021
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Ci serve la vera conoscenza: quella delle cause ultime di Francesco Lamendola

L’uomo cerca la verità come cerca la felicità, nella verità trova l’appagamento delle sue più profonde aspirazioni perché senza di essa anche le gioie hanno un sapore amaro di Francesco Lamendola

Importante non è conoscere questa o quella cosa, ma conoscere l’essenziale: vale a dire le cause ultime. Capire a cosa tendono non questa o quella cosa, ma tutte le cose; a cosa tende l’universo e a cosa tende la vita umana: perché capire il fine cui tendono è la stessa cosa che capire la loro intima natura e la ragione per la quale esistono. Le cose esistono perché hanno un fine da raggiungere: tale è la conoscenza essenziale, quella delle cause ultime. Non bisogna accontentarsi di niente di meno. La vera filosofia ha questo per oggetto, questo e non altro; se si ferma alle cause seconde, o terze; se si ferma alle cause intermedie, ma non va alla causa prima; se si accontenta di rovistare fra ciò che è accidentale, ma non osa cimentarsi con ciò che è essenziale, allora non è più degna d’esser chiamata filosofia e, se pretende di farlo, usurpa un titolo che non le spetta: come il pagliaccio che si traveste da imperatore e a un certo punto s’immagina di essere veramente l’imperatore, e pretende di venire onorato e obbedito come se lo fosse.

Si dirà che è una bella pretesa, che forse è un puntare troppo in alto. Niente affatto. La filosofia, quando studia l’essere e cerca di conoscere il vero, non sta puntando troppo in alto: sta facendo semplicemente il suo lavoro. Quattro secoli di modernità ci hanno condizionati, ci hanno intimiditi, ci hanno castrati: non osiamo più guardare in alto, non abbiamo il coraggio di tendere al nostro fine naturale. Il fine naturale dell’uomo è ciò che soddisfa pienamente il suo desiderio di conoscere, dunque la sua ragione, la facoltà più alta della sua natura e quella che lo caratterizza. Nulla dunque può soddisfare pienamente la ragione se non la contemplazione dell’assoluto. Qualsiasi traguardo che sia inferiore è al di sotto delle sue legittime ambizioni, del moto naturale del suo essere. La ragione non ci è data per tenerla al caldo, sotto le coperte, perché non si buschi un raffreddore; no: ci è stata data per essere usata, e per essere usata al meglio, vale a dire al massimo delle sue possibilità. Ma con la sola ragione si può arrivare fino alle ragioni ultime delle cose, fino alla loro causa prima? Rispondiamo: se non proprio fino ad esse, certo molto vicino ad esse; fino alle soglie del traguardo. Poi c’è il mistero, ma un mistero che sovrasta la ragione, non qualcosa che sta al di sotto di essa; e inoltre un mistero che completa la ragione e non la contraddice, ma al contrario, la conferma in tutto ciò che essa ha rettamente cercato e riconosciuto. In altri termini, non c’è alcun conflitto, alcun serio contrasto fra la ragione naturale e la fede che viene dalla Rivelazione: la seconda accompagna la prima e la conduce per mano nell’ultimo tratto di strada, il più arduo e solitario. Ma la strada che conduce fino alle soglie del termine ultimo, la ragione deve farla da sola: altrimenti vuol dire che non crede in se stessa, che ha paura di quel che potrebbe trovare, che non vuole svolgere il compito cui è stata chiamata. E una ragione di tal genere è una pseudo ragione che preferisce nascondersi dietro il comodo e altezzoso paravento dei luoghi comuni scientisti e illuministi: «Io credo alla scienza», «Io seguo soltanto la ragione», come se scienza e ragione potessero mai contraddire ciò che la sana ragione naturale, aperta al mistero dell’assoluto, può trovare da se stessa.

Dunque: chi fa filosofia punta al sapere più alto di tutti (in senso umano); vuole tutto, né più né meno. Vuole giungere alla conoscenza delle cose attraverso le loro cause, e così riconoscere il loro fine e il loro significato: niente di meno. Lo può? Platone, Aristotele, Agostino e Tommaso credevano di sì. Noi stiamo con loro e non con Locke, Hegel, Russell ed Heidegger, i distruttori della metafisica o i costruttori di una anti-metafisica, spacciata per quel che la vera metafisica non è. Non è onesto giocare con le parole: la filosofia è amore del sapere, di tutto il sapere; se non è questo, allora è un’altra cosa, e bisogna avere il coraggio di dirlo. Bisogna avere il coraggio di dire che da quattro secoli l’Occidente non ha più una filosofia degna di questo nome, perché ha smesso di cercare la verità e di credere nella verità. È diventata relativista, come tutti gli altri rami della cultura moderna; ma il relativismo è una pianta sterile: da essa non si generano che opinioni, mai certezze. E con le opinioni non si costruisce nulla di solido, nulla che duri. Son quattro secoli che la cosiddetta civiltà moderna costruisce cattedrali di cartapesta e piramidi di sabbia: ora basta. È tempo di tornare in sé, di recuperare il retto uso della ragione. Se la ragione ci fosse stata data solo per trastullarci con ciò che è secondario e accidentale, allora ci sarebbe stata data per beffa: e chi potrebbe avercela data per beffa, se non un dio beffardo e malvagio, ovvero un dio completamente pazzo e idiota? Infatti non avrebbe alcun senso creare un modo solo per beffare le proprie creature. Ma un simile dio non sarebbe dio: sarebbe la tragica caricatura del vero dio; sarebbe il diavolo. Il diavolo, però, non sa creare: sa unicamente distruggere. Dunque il mondo non è stato creato per beffa dal diavolo, bensì da Dio, per amore.

Dio, la Verità suprema e il Bene sommo, è conoscibile per analogia.  La Sua natura si può cogliere per mezzo dei concetti analogici offerti dalla natura: perché la natura, creata da Dio, reca in se stessa una qualche immagine, per quanto sbiadita e imperfetta, del suo ineffabile Autore. La natura è a suo modo perfetta, di una perfezione relativa, che si coglie nelle meravigliose simmetrie di un fiocco di neve o nella prodigiosa rapidità e precisione con la quale un ragno tesse la sua tela, o un uccello migratore trova infallibilmente l’isola su cui nidificare, dopo aver attraversato i mari e gli oceani  del mondo intero. Per analogia, noi possiamo dedurre la perfezione assoluta del Creatore di tutte queste cose belle, tanto più grande di quella che si riscontra in esse, quanto maggiore è la purezza di un volto rispetto alla sua immagine riflessa nell’acqua. Di analogia in analogia, partendo dalle cose più umili e risalendo la scala degli enti, fino alle stelle, alle nebulose, alle galassie, si giunge a immaginare la perfezione assoluta di Dio, il creatore sapiente e amorevole di tutte le cose.

Come dice san Paolo nella Lettera ai Romani (1,19-20):

19 poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. 20 Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità…

E ancora San Paolo, parlando agli ateniesi nel famoso discorso dell’Aeròpago (Atti degli Apostoli, 17, 24-29):

24 Il Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso, essendo Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo; 25e non è servito dalle mani dell’uomo, come se avesse bisogno di qualcosa; lui, che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa. 26 Egli ha tratto da uno solo tutte le nazioni degli uomini perché abitino su tutta la faccia della terra, avendo determinato le epoche loro assegnate, e i confini della loro abitazione, 27 affinché cerchino Dio, se mai giungano a trovarlo, come a tastoni, benché egli non sia lontano da ciascuno di noi. 28 Difatti, in lui viviamo, ci moviamo, e siamo, come anche alcuni vostri poeti hanno detto: “Poiché siamo anche sua discendenza”. 29 Essendo dunque discendenza di Dio, non dobbiamo credere che la divinità sia simile a oro, ad argento, o a pietra scolpita dall’arte e dall’immaginazione umana.

Ciò non significa che Dio sia comprensibile: è conoscibile, ma incomprensibile. Non è un gioco di parole. Alla certezza dell’esistenza di Dio e dell’eccellenza della sua natura si può giungere sia con l’uso della retta ragione naturale, sia con la Rivelazione, che trova la strada della fede mediante la grazia. San Tommaso d’Aquino distingueva due classi di verità riguardanti la conoscenza di Dio: quelle cui si può giungere percorrendo la strada della ragione naturale e quelle che eccedono la ragione naturale, e si rivelano mediante un intervento soprannaturale, la grazia appunto. Che Dio esiste; che Egli è somma Bontà, somma Sapienza e somma Giustizia; che l’anima umana è immortale e che è stata creata in vista del giudizio che deciderà il suo destino eterno, queste sono Verità raggiungibili dalla sola ragione naturale, e infatti già molti filosofi pagani ci erano arrivati. Che Dio sia Uno e Trino, o che il Verbo si sia Incarnato per amore degli uomini, queste sono verità cui la ragione deve arrendersi, e che deve accettare per fede: senza però che in esse vi sia alcunché che offenda la ragione naturale. Infatti, come dice ancora San Tommaso d’Aquino, la grazia non abolisce la natura, e quindi non abolisce neanche la ragione naturale, bensì la perfeziona: cioè l’aiuta a portarsi su un di piano più elevato di conoscenza. L’aiuta a conoscere quel che da sola non riuscirebbe a conoscere. A conoscere, ripetiamo, non a comprendere: comprendere significa capire le cause, ma ciò è impossibile alla mente umana, la quale, essendo finita, non potrà mai comprendere ciò che è infinito.

A questo proposito osserviamo che esiste un grosso malinteso nella cultura contemporanea, secondo il quale conoscere l’infinito equivale a comprenderlo. Questa falsa opinione è nata da un uso approssimativo del linguaggio e da una estensione arbitraria dei concetti in uso nella ricerca fisica e cosmologica a quelli in uso nell’ambito vero e proprio della filosofia, che è la scienza dell’essere. Allorché il fisico o il cosmologo parlano dell’infinito, con riguardo alla natura e all’estensione dell’universo, usano un linguaggio approssimativo, perché dell’infinito nessuno può dire alcunché: esso trascende di troppo le facoltà della mente umana. In realtà, quando essi parlano di spazio infinito, formulano pur sempre il pensiero di uno spazio immenso, forse anche illimitato, ma non realmente infinito. L’infinto nessuno lo può neanche solo immaginare: è inconcepibile. Eppure, molti fisici e cosmologi parlano disinvoltamente dell’infinito e poi, improvvisandosi (cattivi) pensatori, si mettono a speculare sulle implicazioni filosofiche di tale concetto, che in realtà essi maneggiano volentieri e di cui parlano molto, ma che non hanno realmente compreso, per la semplice ragione che si tratta di una realtà incommensurabile: ad essa nulla può essere paragonato, perché non esiste nulla che, nella realtà esperibile con i sensi e intelligibile con la ragione, offra una qualsiasi possibilità di paragone. Da questo abuso linguistico dei fisici nasce la presunzione dei filosofi: poiché si sono fatti ossequiosi adoratori della Scienza e poiché la Scienza, secondo loro, padroneggia perfettamente il concetto d’infinito (il che non è vero), essi credono che l’infinito non abbia più segreti per loro, e si rifiutano di ammettere in esso una dimensione misteriosa. Non c’è alcun mistero nell’infinito, secondo loro; essi hanno abolito in linea generale ogni idea di mistero: non ammettono che vi siano dei misteri, ma tutt’al più dei problemi, e per ogni problema prima o poi si trova la soluzione.

Alla radice di questa posizione c’è una questione di orgoglio e di rifiuto della trascendenza. La cultura moderna nasce così: dal rifiuto della trascendenza e quindi dalla pretesa di dare una spiegazione materialistica a tutte le domande dell’uomo. È come se gli esponenti della cultura moderna si sentissero personalmente oltraggiati e sminuiti qualora dovessero riconoscere l’esistenza di Dio e il debito che hanno le creature nei confronti del loro Creatore, e volessero fare in modo che tale idea venga sradicata dalla coscienza degli uomini, anche se questo è impossibile, perché l’anima umana è ontologicamente strutturata in modo da sentirsi legata a Dio che l’ha creata, e al quale aspira a ritornare come alla meta cui da sempre è destinata. Da questa contraddizione scaturisce quel fondo limaccioso di odio e rancore sempre latente che caratterizza gli intellettuali moderni (moderni non in senso cronologico, ma in quanto aderenti all’ideologia della modernità) quando si parla di Dio, e che li spinge a cercare sempre delle spiegazioni naturalistiche per il mondo così da poter escludere anche solo l’ipotesi della trascendenza e della creazione. Un tipico esempio, nel caso delle scienze naturali, è dato dalla teoria dell’evoluzione, la quale nonostante tutte le sue falle, le sue incongruenze e l’inconsistenza della sua stessa base logica (non esiste alcuna possibilità di passaggio dalla materia inorganica a quella organica, né oggi, né ieri, né mai, e questo i biologi lo sanno molto bene) continua ad essere adottata e presentata come la sola spiegazione scientifica delle specie viventi da parte della maggioranza dei biologi. È quasi un problema di psicopatologia: se e quando l’uomo moderno riuscirà a liberarsi dal suo complesso nodo fatto di odio e invidia nei confronti del Padre celeste (psicanalisti, sbizzarritevi), anche la sua ragione smetterà di vaneggiare e tornerà ad essere quel mirabile strumento di ricerca della verità, per la quale essa gli è stata data, e non certo per ribellarsi al suo Creatore.

Concludendo: l’uomo cerca la verità come cerca la felicità; nella verità trova l’appagamento delle sue più profonde aspirazioni, perché senza di essa anche le gioie hanno un sapore amaro. Ma la verità è Dio. Come dice Gesù a Pilato (Gv 18,37): Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 25 Agosto 2021

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